Marco Donnarumma è un artista e new media performer di fama internazionale, nato in Italia ma ormai basato a Edinburgo. Le sue opere sono state presentate sia in Europa, che negli USA e in Asia.

Fondamentalmente la sua opera esplora la dimensione del corpo umano nel rapporto con lo spazio esterno, reale o virtuale, indagandone la dimensione sonica, le potenzialità sonore ed espressive naturali o in relazione con la tecnologia. Non manca il questionare sull’iterazione, la partecipazione e il rapporto uomo/macchina.

Il mese scorso Donnarumma è stato insignito del primo premio al Guthman Musical Instrument Competition, per Xth Sense, tecnologia e non solo, creata dall’artista italiano.

Quello che in particolare s’indaga é l’azione della contrazione muscolare nel mondo fisico e la conseguente produzione di segnali elettronici e suoni nel mondo virtuale (il decimo senso appunto). La piattaforma su cui la pratica artistica in seguito opera è paradossalmente quella biologica del corpo che viene portata a dialogare e a riflettersi su quella virtuale.

Un esempio eloquente di questo tipo di ricerca e creazione è Hypo Chrysos del 2011 e la cui ultima performance si è svolta in Febbraio all’Inspace di Edinburgo. Una certa drammaticità e intensità permea quest’opera audiovisiva, dal momento che si ispira agli ipocriti del sesto girone Dantesco. Al centro, il corpo inteso nella sua visceralità: pulsazioni del sangue e la contrazione dei muscoli producono infatti dei segnali biofisici che vengono amplificato dalla tecnologia del Xth senso, i cui sensori amplificano le onde acustiche prodotte dal corpo e le amplificano.

A “risuonare” sono quindi i tessuti muscolari, il sangue, il battito cardiaco, la carne come direbbe Francis Bacon. E’ a quell punto che il suono incontrà la spazialità esterna e raggiungono iterazione con l’audience. A tutto cio’ si aggiungono le immagini, le luci e le forme visive prodotte sempre da quell biosegnale iniziale e che un video proietta,

Già in precedenza, Donnarumma aveva esplorato la capacità naturale del sistema biofisico umano di produrre suoni muscolari, come in Music for Flesh II, dimostrando come la massa corporea non è altro che l’involucro di processi biologici e impulsi neuronali, non del tutto diversi da quelli sonori.

Fra i vari lavori dell’artista, troviamo anche musica elettroacustica, performance audiovisive come per esempio IC::ntr::l Natur, al cui centro si trova una farfalla e la sua metamorfosi, in iterazione con software music e uno strumento musicale. Di nuovo ritroviamo una variazione sul tema del controllo della sonorità da parte dell’uomo, inserito in un sistema più complesso come quello naturale.

Sempre all’interno della sound art, Donnarumma ha esplorato anche il suono generativo, con Golden Shield Music realizzata nel 2009, un’installazione multicanale basata su indirizzi IP. Opera di arte generative, al cui centro si pone la riflessione sulla censura e l’accessibilità digitale.

Abbiamo posto qualche domanda a Marco Donnarumma, in occasione proprio della premiazione alla Guthman Musical Instrument Competition.

Silvia Bertolotti: In cosa Xth Sense si differenzia dalle altre opere presentate al concorso?

Marco Donnarumma: Il giudizio della giuria si è basato sul design, le qualità musicali e le possibilità performative di ogni strumento. 20 finalisti hanno presentato strumenti tradizionali estesi, gestural controllers, robot musicisti, sistemi di feedback, e ambienti sonori sensibili. Sono stati due giorni davvero eccitanti.

Credo che ciò che abbia convinto i giurati sia stato il sofisticato livello di interazione musicale di cui l’XS è capace. Mi ricordo quando Cyrille Lang (MOOG), uno dei giurati, ha affermato che uno strumento musicale (nuovo o “vecchio” che sia) per essere definitio tale deve essere in grado di diventare la voce di chi lo suona. E’ un punto di vista estremamente interessante, specialmente se applicato allo studio di nuovi strumenti musicali. Forse l’essenza dell’XS è proprio questa, dare una voce viscerale all’espressività di chi lo suona.

Silvia Bertolotti: Ci puoi spiegare in breve la tecnologia Xth Sense e il ruolo degli strumenti open source, su cui l’opera si basa?

Marco Donnarumma: Gli strumenti biotecnologici sono generalmente basati su sistemi di biofeedback. Questi sono processi inizialmente creati in mabito medico, che permettono di rendere tangibili ai nostri sensi dei processi fisiologici interni al corpo umano, di cui saremmo altrimenti all’oscuro. Esiste un campo molto vasto di studi sulle applicazioni di sistemi di biofeedback nel campo musicale, ma la maggior parte di questa ricerca è dedicata all’analisi di segnali elettrici tracciabili attraverso la pelle. I segnali elettrici vengono convertiti in dati di controllo, rendendo il corpo un completo controller.

La tecnologia XS è un sistema biofisico interattivo, che al contrario dei sistemi bioelettrici, utilizza un impulso meccanico, un’oscillazione acustica. Estendendo la ricerca precedente, l’XS inquadra gli strumenti biotecnologici in un contesto contemporaneo e più musicalmente interessante: quello in cui il corpo è non solo un controller, ma una vera e propria fonte di materiale sonoro. Questo modello esemplifica l’idea di un nuovo strumento musicale che non è progettato attorno al corpo umano, ma per il corpo umano. In altre parole, uno strumento che non dipende da un’analisi quantitativa del corpo biologico, ma piuttosto sulle sue innate qualità espressive.

L’XS utilizza un microfono che cattura vibrazioni meccanice sottocutanee, o meglio, suoni che hanno origine all’interno delle fibre muscolari al momento di una contrazione. Le vibrazioni sonore prodotte dai tessuti muscolari di un performer vengono utilizzate come dati di controllo e come materiale musicale, elaborato secondo lo stesso flusso di dati.

Il performer genera suoni e ne controlla il campionamento dal vivo e la spazializzazione, mentre il computer li diffonde attraverso gli altoparlanti. Il performer puà quindi plasmare nuovamente questi suoni in tempo reale in base alle contrazioni delle braccia o l’orientamento del corpo. E’ un feedback-loop creativo fra il corpo biologico e una macchina sensibile, che ho chiamato musica biofisica.

L’utilizzo di strumenti liberi e open source è una parte integrante del progetto. Il software è stato sviluppato su Linux (Mac OS X compatible) e si basa su Pure Data aka Pd, un free software molto flessibile che conta su una comunità molto attiva. Il design dei sensori è stato ottimizzato in maniera tale da essere riproducibile anche da chi non ha esperienza con l’elettronica, e da essere economicamente accessibile. Il codice e la documentazione dell’hardware sono accessibili gratuitamente on-line, e sto rendendo disponibili anche dei DIY kit. Questo significa che ognuno può creare il suo XS, modificarlo, estenderlo e condividere il risultato.

Una cosa di cui sono molto felice è la possibilità di costruire i sensori manualmente durante un workshop. Quest’anno ho tenuto 8 workshop sull’XS in diverse parti del mondo, e tutte le volte si è rivelata un’esperienza estremamente gratificante. Si tratta anche di demistificare l’infallibilità e la complicatezza delle biotecnologie. Infatti, il progetto punta ad aprire a tutti in maniera gratuita un campo della tecnologia musicale che finora è stato chiuso e costoso. Personalmente mi piace pensare che il ruolo del progetto XS sia quello di promuovere l’idea di nuovi strumenti musicali aperti e accessibili, che esplorino le qualità della creatività umana.

Silvia Bertolotti: Come pensi che la tecnologia potrà modellare il corpo umano nel futuro? Penso per esempio a discussioni su androidi, protesi, macchine intelligenti etc.

Marco Donnarumma: Siamo in un momento storico interessante in questo senso. Tecnologia e corpo umano stanno diventando sempre più complementari. Qualche tempo fa l’idea di vestire sensori a contatto con la pelle era un concetto difficile da accettare, un’idea cyberpunk riservata a pochi. Ora è la norma; indossiamo e interagiamo con computer ogni giorno in ogni luogo, dalla casa all’università, dalla mostra al pub. Ora che l’utilizzo di circuiti e codice binario è diventato ubiquo e accettato in maniera implicita ad ogni livello della società è più facile modellare la tecnologia intorno al corpo umano; bypassando inoltre taboo secolari, culturali e religiosi.

Naturalmente le applicazioni biotecnologiche più futuristiche avvengono ancora prevalentemente nei centri di ricerca militari, ma esiste un movimento globale collaborativo, unificato dalla cultura DIY, che si sta appropriando degli strumenti e delle metodologie necessarie a produrre innovazione. Quindi, se da un lato la ricerca militare si è focalizzata su exoscheletri che aumentano capacità fisiche dei soldati, e robot completamente autonomi, dall’altro progetti di strumenti medici open source e DIY biohacking hanno già preso piede e si stanno ingrandendo sempre più velocemente.

Date queste prospettive è difficile prevedere quale sarà fra dieci anni la forma del corpo tecnologico. L’unica cosa di cui sono certo è che la risposta dipenderà dalle scelte etiche che prendiamo oggi. Qualsiasi discorso che ha come oggetto il corpo umano ha una necessaria deriva etica se non politica. Citando Marshall McLuhan “We become what we behold. We shape our tools, and thereafter our tools shape us.”

Se il movimento DIY sopravviverà con lo stesso vigore odierno, avremo in futuro la possibilità di scegliere autonomamente la forma del nostro corpo e il suo grado di affezione tecnologica. In ogni caso, ci sarà sempre il rischio che le lobby militari, dell’advertisement e farmacologiche vogliano decidere per noi; quindi diffondere una consapevolezza dei limiti e delle funzioni dell’habitat tecnologico che ci circonda è molto importante.

Silvia Bertolotti: Quali invece sono le potenzialità intrinseche del corpo umano su cui essa non potrà intervenire?

Marco Donnarumma: Questo è un punto decisamente interessante. Gli strumenti tecnologici odierni a disposizione di artisti, governi e giganti dell’IT possono penetrare il corpo in maniera più o meno intrusiva per catturare e monitorare diversi tipi di dati biometrici. Le industrie pubblicitarie e della sicurezza stanno rapidamente somatizzando l’utilità dei dati biometrici. La corp giapponese NEC ha testato mura digitali che utilizzano un sistema personalizzato di riconoscimento facciale per raccogliere informazioni sui passanti e servire in tempo reale, fisiologicamente annunci customizzati in base alle caratteristiche demografiche e fisiologiche. [8]. Lo United States Department of Homeland sta testando un programma chiamato FAST [3] che include l’uso di un array di sensori di condurre segretamente la sorveglianza su individui non sono ancora sospettati di un crimine. Il sistema osserva di nascosto e memorizza una vasta gamma di dati tra i quali “segnali cardiovascolari, feromoni, l’attività elettrodermica e misure respiratorie”, in modo da descrivere la potenzialità criminale di un soggetto e quindi pre-conoscere l’avvento delle attività criminali [5].

Dal pensiero (tramite le onde cerebrali), alle emozioni (misurando i cambiamenti dei flussi neuronali e il battito cardiaco) al movimento (con accellerometri, sensori a infrasuoni, ecc.); il corpo umano è completamente sotto assalto.

In realtà, sono sempre stato dubbioso riguardo alle applicazioni artistiche di pure misurazioni fisiologiche. Più in particolare, come la misurazione quantitativa di un segnale elettrico può realmente descrivere un pensiero o un’emozione o un’idea creativa. Solo a scriverlo mi sembra già un paradosso. E’ per questo che trovo fondamentale esplorare percorsi che ci permettano di estendere le qualità espressive intrinseche del corpo, invece che misurarne I processi fisiologici. Ciò che ci rende umani davvero non è qualcosa rappresentabile in sequenze di 0 e 1.

Probabilmente ciò che la tecnologia non potrà toccare direttamente sarà la nostra volontà di essere e creare ciò che vogliamo. Poi, se questo desiderio darà vita a relazioni costruttive o distruttive dipende dai modelli di relazione uomo-macchina che stiamo costruendo adesso.

Per quanto riguarda tutto il resto, purtroppo non è esagerato immaginare un mondo in cui potremo sostituire i nostri cattivi ricordi con chip collegato a Facebook, ovviare ai nostri problemi di timidezza sostituendo i nostri occhi con un paio di più affascinanti della serie iBody, o imparare a affrontare le nostre relazioni sociali leggedo tutorial su Google invece che incontrando altre persone nella vita reale (cosa che credo già succeda).

Silvia Bertolotti: Come viene ad operare la tua arte su un corpo, quello umano, la cui materia è già di per sé “creativa”?

Marco Donnarumma: Il mio approccio è volto ad esplorare il terreno in cui corpo e tecnologia si incontrano con un bagaglio colmo di domande e dubbi, ma con poche risposte. La mia pratica tende a esplorare le qualità espressive del corpo utilizzando strumenti tecnologici, ma non è il risultato dell’interazione che mi interessa, è bensì il processo. Cerco di pormi domande e sviluppare processi che mi permettano di creare esperienze sensibili alternative, e quindi di rimodellare le relazioni che ci legano alle macchine.

In questo senso, l’XS permette di estendere la natura espressiva di un corpo sul palco. Non è il movimento a causare il suono, ma è il suono a descrivere una nuova dimensione del movimento. Invece di fare uso di suoni artificiali, sintetizzati dal computer, la musica biofisica è caratterizzata da un suono acustico che proviene dal corpo. Il suono del tessuto muscolare ha origine immediatamente prima del movimento vero e proprio. Durante il processo di trasformazione dell’energia chimica che alimenta il muscolo in forza cinetica che produce il movimento, l’energia che viene dispersa prende forma di una vibrazione acustica. Un performer di musica biofisica è in grado di produrre e controllare questi suoni in maniera sofisticata in tempo reale. La macchina si prende cura di mediare il corpo viscerale del performer con il corpo sonoro virtuale, garantendo la massima fruizione e trasparenza dell’atto creativo che prende vita sul palco.

Silvia Bertolotti: Come si inserisce invece la tua creatività nell’esposizione costante del corpo umano alla tecnologia, qual’è il ruolo della tua arte in questa relazione?

Marco Donnarumma: Credo che un artista abbia, seppur in maniera indiretta, una grande responsabilità verso il corpo sociale. Vedo nella diffusione di creatività critica un potenziale molto forte in questo senso. Se le modalità stesse dell’investigazione artistica sono convincenti e ben motivate, il processo che da vita ad un’opera può diventare un modello, e quindi uscire dal contesto iniziale per raggiungere diversi campi di applicazione o di pensiero. Nel caso dell’XS non è tanto lo strumento in sè che conta (che comunque rimane deliberatamente quasi invisibile allo spettatore), ma, per iterare nuovamente, il processo. Infatti, lo stesso processo di generazione di musica biofisica può essere utilizzato in musica, danza, teatro, performance art o anche nel campo medico. E’ un’idea che vuole affermare il successo di un’opera performativa non come una funzione dalla tecnologia, ma costruito passo dopo passo grazie alla dedizione fisica e capacità espressive del performer.

Credo che combinare il corpo umano con sistemi tecnologici sia una responsabilità e necessità di molti artisti odierni. Dal mio canto mi piace pensare che la tecnologia rimanga comunque solo uno dei mezzi di cui in questo momento ho più bisogno per portare avanti la mia pratica artistica. Ma chissà, fra 30 anni forse tecnologia non sarà più sinonimo di innovazione e sperimentazione, e avrò bisogno di trovare un altro linguaggio per esprimermi.

Silvia Bertolotti: Qual’è la differenza principale fra due opere come Hypo Chrysos e Music for Flesh II, dove ancora si sottolineano le potenzialità “soniche” del corpo umano?

Marco Donnarumma: Questi due lavori sono estremamente differenti l’uno dall’altro. E’ stata una scelta consapevole che mi sta permettendo di indagare l’utilizzo dell’XS in campi performativi molto differenti.

Durante la composizione di Music for Flesh II (MFII) ho voluto concentrarmi esclusivamente sul paradigma musicale, analizzando diversi livelli di interazione impulso muscolare/suono. Dalla micro interazione fra una singola contrazione del polso e un grano sonoro che emerge dagli speaker, alla macro composizione musicale che viene rapidamente alla luce in base all’articolazione di frasi gesturali, il confine fra il corpo reale e virtuale viene sfocato e presto scompare del tutto. Il corpo è esteso e in qualche maniera celebrato per le sue qualità espressive e cognitive. La trasparenza della relazione fra musicalità e padronanza del gesto sonoro è stato uno dei criteri più critici durante la creazione di questo lavoro. Il concerto vuole eccitare l’udito e affascinare la vista.

In pieno contrasto, nell’azione Hypo Chrysos il corpo viene consapevolmente sottoposto ad una pressione mentale e fisica esasperante. La padronanza e il controllo che viene dimostrato in MFII sono del tutto assenti in questo lavoro. Invece è la resistenza dei miei tessuti muscolari che viene messa in primo piano in maniera cruda e diretta. Mentre cerco di spostarmi in circolo per oltre 20 minuti, trascinando blocchi di cemento di 15Kg l’uno, le capacità fisiche del mio corpo sono portate al limite. HC materializza la reale tensione e frizione della mia carne in un paesaggio audiovisivo completamente immersivo. Un computer immagazzina e accumula gli impulsi sonori prodotti dai miei muscoli, e calcola un muro di suono che emerge lentamente da 8 altoparlanti. Quando le vibrazioni sonore del mio corpo interiore diventano suono tangibile, violano il mondo esterno, in modo da raggiungere i corpi del pubblico. Al tempo stesso, la mia energia nutre uno sciame di entità virtuali, luci e forme organiche diffuse da un videoproiettore, che provvedono una finestra sul mio corpo viscerale.

Silvia Bertolotti: Il corpo sonico che tu esplori, come si colloca invece nel mondo naturale? Penso a opere come IC::ntr::l Natur

Marco Donnarumma: Domanda intrigante. Beh, IC::ntr::l Nature (ICN) ha rappresentato per me un momento di transizione importante. In ICN controllo diversi stadi della vita di una farfalla suonando un basso elettrico esteso digitalmente. Improvvisando sul basso posso creare suoni e controllare immagini in movimento, creando un paesaggio audiovisivo organico e oscuro. L’insetto che vive sullo schermo reagisce ai miei movimenti sul palco in un accordo di attrazione reciproca.

E’ stato il primo lavoro in cui ho sentito il bisogno di focalizzare l’attenzione del pubblico sulla relazione tra il corpo e i media, invece che sulla tecnologia che utilizzavo. Questo mi ha portato a sviluppare strategie che mi allontanassero dal computer. Inizialmente suonavo seduto tra il pubblico, con il basso in posizione orizzontale e il computer di fronte a me. Nei tre anni di sviluppo della performance, ho scritto un software che mi ha permesso di posizionare il computer sul palco, dimenticarlo e controllare audio e video solamente suonando il basso. In questo modo la performance risulta più convincente, perchè il pubblico si può finalmente concentrare sulla relazione visiva diretta fra il mio corpo il mondo virtuale di suoni e immagini.

Il corpo umano in ICN è qualcosa di esterno alla natura, è una forza contingente che va contro il mondo naturale stesso. Curiosamente, il corpo sonoro che indago in questo momento è invece parte viva della natura; è un’entità corporea, la cui naturalezza mediata dalla tecnologia si fa conduttrice di significato. Per quanto l’XS possa sembrare uno strumento cybernetico, per me rimane solamente un amplificatore di suoni del corpo umano. Mi trovo spesso a pensare all’immagine delle vibrazioni della mia carne arrivare ai timpani di uno spettatore fra il pubblico.

Silvia Bertolotti: Come nascono le tue opere? Qual’è il procedimento creativo che di solito segui, se ne esiste uno?

Marco Donnarumma: Non credo di seguire un procedimento ben definito. Come tutti, cerco di specializzare la mia pratica artistica intorno a temi che trovo affascinanti e rilevanti da approfondire, ma non censuro mai I miei pensieri. Istinto, curiosità e immaginazione per me sono fondamentali. Ogni momento della nostra vita può essere fonte di ispirazione. Non cestino mai un’idea, ma provo a elaborarla continuamente in base alle mie esperienze e alla comunità che mi circonda.

All’atto pratico, costruisco i mie strumenti, siano essi software o hardware, da zero. Se non posso creare lo strumento di cui ho bisogno, cerco un nuovo approccio, ma non abbandono mai un’idea. Utilizzo solamente software libero perchè preferisco scrivere personalmente il codice dei software che utilizzo, in maniera tale da poter comunicare come meglio credo. Inoltre questo mi permette dicondividere il mio lavoro liberamente, e quindi confrontarmi con altri individui e allargare il mio bagaglio di esperienza. E’ un processo creativo immersivo ed in continuo flusso.

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