E’ palese il cambio di paradigma avvenuto negli ultimi anni per quanto riguarda la valutazione del potenziale in termini sociali ed economici del patrimonio culturale: il passaggio da una concezione centrata sulla conservazione ad una centrata sul valore, testimoniata in maniera limpida dal Protocollo di Faro del 2005 – promosso dal Consiglio d’Europa – che mette il patrimonio al centro della vita delle comunità che lo custodiscono, inquadrandolo come risorsa fondamentale di sviluppo umano, introducendo appunto nel dibattito il concetto di “tutela attiva” del bene culturale, sia materiale che immateriale.

È in questo quadro di identificazione nel patrimonio culturale di una delle colonne portanti della sostenibilità sociale, ambientale ed economica che si inserisce lo studio Cultural Heritage Counts for Europe (Culture Programme of the European Union, p.297, Published on behalf of the CHCfE Consortium by the International Cultural Centre, Krakow June 2015), promosso dalla Commissione Europea e realizzato da un consorzio tra alcune delle più importanti reti ed istituzioni europee del settore.

Come già sottolineato da analisti del calibro di Pier Luigi Sacco e Pasquale Persico, il report si propone uno scopo ambizioso quanto chiaro sin dalle prime pagine: dimostrare il contributo del patrimonio culturale come vettore principale di “Europa 2020” – il pilastro strategico del paradigma europeo basato sul capitalismo cognitivo e delle reti, che delinea un modello di crescita smart, sostenibile e inclusiva.

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Mentre è ormai pacifico che il patrimonio culturale sia elemento centrale dell’identità e della memoria, molto meno dato è il riconoscimento della sua nevralgicità nei processi di produzione di valore, tesi suffragata dal report attraverso una casistica di buone pratiche e di esempi concreti, in una quantità probabilmente inusitata per un tipo di pubblicazione tecnica di questo taglio, che si mostra come innovativa anche in termini stilistici, sia grafici che di scrittura.

Al centro dello studio vi è un approccio olistico, fortemente inclusivo, che prende in considerazione i quattro domini epistemici della sostenibilità: culturale, sociale, ambientale, economico – un approccio perpetrato da una minoranza (il 6%) degli studi esistenti, che evidenzia come il principale contributo del patrimonio culturale allo sviluppo non consista tanto nei ricavi generati dai flussi di pubblico ai singoli eventi culturali o nella ricaduta sul settore turistico, quanto nel suo contributo al processo di innovazione sociale, nel suo inequiparabile ruolo di produzione di capabilities nei più disparati ambiti dell’esistenza.

Nel rapporto con la creatività e l’innovazione, nella capacità di cucitura identitaria dello spazio urbano, fino alla capacità di essere motore di immaginari, alla capacità di essere vettore di rigenerazione urbana ed ambientale – con particolare enfasi sulla categoria di paesaggio come bene culturale, è paradossale che sia necessario dimostrare tale evidenza anche ai miopi decisori che dovrebbero essere discendenza di coloro i quali sono stati, molti secoli addietro i fondatori del concetto stesso di paesaggio. Come scrive in merito Salvatore Settis: “L’origine di questa cultura civica e giuridica si deve, credo, alle città italiane che, a partire dal XII secolo, elaborarono un potente concetto di cittadinanza secondo il quale i monumenti di ogni città costituivano un principio di identità civica e di identificazione emotiva che corrispondeva all’idea stessa del far parte di una comunità ben governata.”

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Altro aspetto evidenziato è il rapporto tra sfera culturale e sfera creativa come fattore di mutuo arricchimento. In ultima istanza il report evidenzia il circolo virtuoso tra patrimonio ed economia, soprattutto in quei contesti in grado di mettere a valore il patrimonio culturale – quello materiale così come quello intangibile – in chiave di innovazione sociale. In questo senso il report è dovizioso di best practices disseminate in tutto il territorio europeo a 24 stati, un humus fatto di realtà che hanno saputo ottenere risultati significativi attraverso processi educativi e conoscitivi.

Altri risultati tangibili di tale clima favorevole (parafrasando Richard Florida ed il suo concetto di comunità creative) ottenuto con tale approccio nel branding dei luoghi, nell’impatto occupazionale, nell’attrattività  dei sistemi locali, nella gestione più efficiente del patrimonio edilizio, nella creazione di ambienti più favorevoli alle buone pratiche, in un’ottica di laboratorio diffuso del capitale sociale.

Il senso ultimo del report sta quindi nell’indicare ai decisori strumenti e pratiche concrete per intraprendere un nuovo comportamento operativo in grado di riconoscere il potenziale evolutivo del patrimonio culturale ed aprire scenari di scelte connesse a questa rinnovata comprensione.

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Tra le best practices cui il report attribuisce maggiore rilevanza è, un po’ sorprendentemente, quello di Mechelen, una città di medie dimensioni situata nelle fiandre, tra Louven ed Anversa, sconosciuta ai più, ma in una fase di grande dinamismo, che nell’ultimo decennio ha visto, almeno all’interno della società belga, mutare la propria reputazione radicalmente: dal una delle tante realtà periferiche a uno dei luoghi più desiderabili in cui vivere.

La domanda di ricerca che si pongono gli autori del report è dunque proprio se, alla base di questo ri-posizionamento semantico e di tale rinnovata identità, vi sia la proprio la rinnovata valorizzazione di un patrimonio culturale decisamente fuori dal comune, con il 30% degli edifici del proprio patrimonio soggetti a qualche tipo di vincolo o tutela in virtù del proprio valore artistico e storico: ciò a testimonianza, oltre che di una sensibilità da parte della comunità su questi temi, anche di un contesto di bellezza fuori dal comune, in un equilibrio però tra vitalità e tutela – prova ne è la composizione multietnica e sufficientemente interclassista della popolazione – equilibro spesse volte tortuoso, specialmente in contesti di piccole dimensioni, facilmente soggetti a derive di tipo museificatorio e gentrificatorio.

L’obiettivo generale del focus è stato quello di misurare gli effetti del patrimonio culturale in tale contesto, al fine di suggerire percorsi di ricerca futuri e dotare la città di indicazioni strategiche in questo senso, in particolare per quanto riguarda le ricadute nel campo dell’economia, della società, della cultura e dell’ambiente.
L’approccio scelto è stato di tipo qualitativo, attraverso un metodo che ha preso in esame una serie davvero variegata di indicatori: sondaggi, interviste in profondità, osservazione attraverso fonti di dati secondarie, tutte metodologie che hanno fornito evidenze circa un legame tra impatto socio-economici e il patrimonio.

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Lo studio ha mostrato infatti quanto effettivamente Mechelen sia una città che si caratterizza per una forte interrelazione tra tessuto urbano, patrimonio culturale e popolazione. Il valore dell’ambiente urbano può essere riconosciuto in una varietà di modi: come contributo alla qualità della vita, come elemento atto a fornire un senso di identità culturale e di crescita economica.

Più in generale, il caso di studio è stato un tentativo di fornire una valutazione dell’impatto socio-economico del patrimonio: di certo si può affermare che esiste una correlazione, in base alla quale il patrimonio può esercitare un certo effetto sulla sfera economica, culturale, sociale e ambientale, senza però sottovalutare la difficoltà di misurare con esattezza la portata di tale rapporto, probabilmente ancora maggior ricerca è necessaria al fine di acquisire una comprensione più completa e dettagliata di questo legame.