Matthew Gardiner è un artista e ricercatore australiano, che attualmente vive e lavora a Linz (Austria). Dal 2011 è Senior Research Lead presso l’Ars Electronica Futurelab (http://www.aec.at/futurelab/en/). Gardiner ha ottenuto una laurea in Fine Art Photography presso il Victorian College of Arts, sotto la guida degli artisti Patricia Piccinini e Peter Hennessey del Drome (http://www.drome.com.au/) di Melbourne. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca presso l’Università di Newcastle in Australia.

Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo, con anteprime al Next Wave Festival, all’Asialink Center, al Melbourne International Arts Festival, al Künstledorf Schöppingen, all’Arena Theatre Company, all’Ars Electronica Festival e al Tokyo Design Touch. Fra i suoi lavori spiccano Origami House (2003): un chilometro quadrato di carta ripiegato a forma di una casa a grandezza naturale, con il Melbourne Origami Group; 1001 Cranes: 7000 gru di carta installate nella sagoma di un bonsai Ginko dell’altezza di tre piani, e Radiobots, uno strumento radio a percussione per performance sull’architettura. Gardiner è stato anche selezionato per residenze artistiche in numerosi centri: Ars Electronica FutureLab (Linz AT, 2010), Künstledorf Schöppingen (Germania, 2008), PICA Inter-arts Residency (Perth AU, 2008), Australia Council for the Arts Studio (Tokyo JP, 2005), Origami House (Tokyo JP, 2004, http://www.origamihouse.jp) e Digital Artist alla Latrobe Regional Gallery (Victoria AU, 2003).

Matthew Gardiner (http://www.matthewgardiner.net/) è il creatore e lo sviluppatore di un settore di ricerca completamente nuovo denominato Oribotica, in grado di combinare la robotica con l’arte degli origami. L’Oribotica nasce infatti dalla combinazione di estetica, biomeccanica ed elementi morfologici della natura. Gardiner ha iniziato a piegare carta a otto anni e da allora non si è mai fermato, diventando sempre più sofisticato in termini di tecnica, approccio scientifico e cura estetica. Matthew ha intrapreso un percorso distintivo, portando la tradizione giapponese degli origami a un punto d’inizio e trasformando l’antica tradizione del piegare la carta in una pratica ultra-contemporanea.

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L’intervista che segue vuole fornire un punto di vista approfondito sulla visione e sugli intenti di Matthew, sulla sua continua ricerca, sulle sfide e i piani futuri.

Donata Marletta: Personalmente sono molto affascinata dal tuo modo di lavorare attraverso le discipline. Puoi dirci qualcosa sul tuo background artistico e scolastico?

Matthew Gardiner: Le discipline che mi hanno attratto nel corso degli anni sono quelle che possono essere affinate con la precisione e poi ampliate attraverso la sperimentazione. Per esempio, una maestra delle elementari mi ha introdotto agli origami, ma è stato l’auto-apprendimento da libri sugli origami che ha esteso la mia conoscenza, la sperimentazione era già presente in ogni tentativo spiegazzato che mi ha condotto verso una complessità maggiore e ha portato a migliorare la mia abilità nel piegare la carta. Il mio insegnante di fotografia delle scuole superiori si era specializzato nello sviluppo di una condizione mentale sperimentale negli studenti; il primo compito che ha assegnato erano delle domande studiate per insegnare i concetti fondamentali, come l’effetto dell’apertura sulla profondità di campo, sulle lenti e sull’esposizione.

Negli ultimi anni i miei esperimenti personali hanno riguardato questioni sui processi di esposizione, sull’esposizione multipla nello stile di Hockney, su riprese a rallentatore e sulle luci, su come la fotocamera modifichi gli scorci, sulla solarizzazione e su altri esperimenti di processo. La mia laurea in fotografia e il resto hanno riguardato sempre più il modo in cui la cultura digitale ha il potere di cambiare la nostra maniera di lavorare: Photoshop 2.0 ha cambiato il mio modo di creare immagini negli anni ’90, la multimedialità interattiva ha cambiato il modo in cui creavo animazioni programmatiche, così come la stampa 3D e il physical computing hanno cambiato il mio modo di pensare agli esperimenti robotici coi LEGO.

Gli aspetti tecnici e il potenziale latente, in pratica, hanno ispirato in vari modi la mia ricerca e la mia estetica, al punto che ero pronto per l’arrivo dei Fablab e della rivoluzione maker come è stata definita da Neil Gershenfeld (Direttore del MIT’s Center for Bits and Atoms) e altri, come molti della mia generazione. Ho potuto disegnare, scrivere codici, costruire, e la mia specializzazione in processi unici ha portato le mie idee a seguire il loro corso naturale: sono diventato un oriboticist, qualcuno la cui disciplina è l’Oribotica e tutto quello che concerne gli origami robotici.

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Donata Marletta: La tua produzione artistica sembra proprio il risultato della commistione tra design, robotica, tradizione giapponese e forme che richiamano alla natura. Quali sono le principali fonti d’ispirazione per la realizzazione delle tue opere?

Matthew Gardiner: Come per la maggior parte degli artisti, si tratta di un processo che si affina nel corso degli anni. Attualmente la mia ricerca è rivolta ai settori scientifici, come la Soft Matter, dai quali posso trarre informazioni interessanti riguardo ai tradizionali stati della materia e all’ingegneria del design, dato che prestano attenzione anche alla funzione delle superfici piegate. Per mettere a punto le mie tecniche di design degli origami mi tengo costantemente aggiornato sul lavoro dei colleghi e su quello di altri origamisti all’avanguardia nel campo degli origami scientifici e applicati; per esempio, per la realizzazione del modello che ho utilizzato nelle opere del 2007 e del 2010, ho tratto ispirazione da quello di un’applicazione medica per uno stent cardiaco presentato in occasione della quarta conferenza Origami Science Mathematics and Education a Pasadena, in California.

La complessità odierna del concetto di origami, che racchiude in sé gli Origami del DNA, quelli scientifici, fino poi all’Oribotica, è cresciuta sempre di più, andando oltre la tradizione giapponese che citavi. Si tratta a tutti gli effetti di un riconoscimento della vastità del suo raggio d’azione. Ovviamente, qualsiasi fattore d’innovazione attinge comunque dalla tradizione, però gli origami di oggi, nella loro accezione più ampia, si contraddistinguono come figli del XXI secolo.

Le mie fonti d’ispirazione sono disegni tecnici e illustrazioni, specialmente quelli che si rivelano funzionali. Spesso capita che, quando sfoglio i miei libri preferiti, mi accorgo di aver assimilato tutte le idee visive che sono al loro interno, prima ancora di essermi immerso negli aspetti concettuali del testo. Biruta Kresling, una delle autrici che seguo maggiormente e che potrebbe tranquillamente essere considerata un’oriboticist, da anni si occupa della funzione meccanica e biologica delle tecniche di piegatura nell’ambito della natura. Le sue illustrazioni, solitamente presenti in testi accademici, sono il risultato di processi di studio sulla piegatura nei sistemi naturali.

In particolare, i due documenti che hanno influenzato maggiormente il mio lavoro sono: Kobayashi, H., Kresling, B., & Vincent, J. F. V. (1998). The geometry of unfolding tree leaves. Proceedings of the Royal Society, (265), 147–154. Kresling, B. (1997). Folded and Unfolded Nature. In Origami Science and Art: Proceedings of the Second International Meeting of Origami Science and Scientific Origami (pp. 93–106). Seian University, Otsu, Shiga, Japan: Seian University of Art and Design.

Adoro poi la linea Bao Bao di Issey Mikaye, grande esperto di materiali. Nelle borse in questione, dalle forme poliedriche, assolutamente senza cuciture e con motivi ricavati dalla semplice piegatura ripetuta, risaltano i giochi di luce e ombra non artefatti ma che presentano al tempo stesso un elevato livello di accuratezza. Seguo moltissimo il lavoro di Tomohiro Tachi, docente giapponese di architettura e programmazione nonchè specialista nel campo della matematica degli origami, che ha scritto software come Rigid Origami Simulator e Freeform Origami, che gli consentono di realizzare meravigliose applicazioni di materiali a compensazione delle complesse tecniche di piegatura.

Un grandissimo e inesauribile esempio è infine per me Theo Jansen, L’ho incontrato all’Ars Electronica nel 2005; in quell’occasione vennero trasportate le sue Strandbeest e fu allestita una finta spiaggia di sabbia nella piazza principale di Linz. Lui continutò per tutta la settimana incessantemente a fare camminare le sue creature, raccogliendo per tutti i giorni del festival l’energia necessaria a tenerle in funzione. Per me il suo lavoro offre tutta una serie di qualità bizzarre e complementari tra loro: le proporzioni, i meccanismi, le strutture cablate e la semplicità nella scelta del materiale. Un’altra cosa che amo di Jansen è l’impiego di un programma informatico per “elaborare” il congegno delle Strandbeest, che ha dato come risultato undici numeri che si ripetono in successione nella sequenza funzionale delle sue “bestie meccaniche”. Undici elementi perfetti che stanno alla base delle sue opere seguenti; trovo incredibile come tutte le sue creature siano nate da questo calcolo iniziale.

Donata Marletta: Come è nata l’idea di un campo di ricerca completamente nuovo, come quello che hai definito Oribotics?

Matthew Gardiner: È semplicemente successo. È scaturito in modo naturale dalla mia passione per gli origami e per l’animazione programma. Nei primi anni 2000, lavoravo con il Melbourne Origami Group (http://melbourne.origami.org.au/) e ci specializzammo in origami giganteschi, realizzando con la tecnica degli origami un grande scheletro di dinosauro e una casa in scala naturale, all’interno della quale si poteva camminare. Abbiamo addirittura creato mobili e interruttori della luce in origami! Nello stesso periodo ero ossessionato dalle animazioni con gli origami e la sperimentazione con la programmazione visuale, cioè il tipo di lavoro che conduceva Jon Maeda al MIT Media Lab (http://media.mit.edu/). Stavo codificando questa specie di robot in origami, facendolo camminare sullo schermo, quando mi è stata offerta la mia prima residenza artistica. Mi diedero 500$ per il materiale e comprai il kit LEGO Mindstorms e, di buona lena, iniziai a costruire un robot in LEGO. Ero lì, un artista in residenza seduto in una galleria d’arte a un tavolo pieno di LEGO: le persone pensavano fossi solo un bambino cresciuto, che giocava con i LEGO. Ma per me era davvero una cosa seria .

Durante quel mese, creai il primo prototipo e coniato il termine Oribotics, che mostrai alcuni mesi dopo. I Mechaniflorum quinqueplicaticum (così come sono conosciuti in latino botanico) erano molto fragili e avevano immagini di fiori reali proiettati sulla superficie, quasi come se stessero sognando di essere davvero dei fiori. La loro fragilità significava la loro auto-distruzione nel tempo di una settimana. Un fatto da molti definito affascinante, quello di trovarli in uno stato di degrado, dopo averli visti integri.

Da quel momento, cominciai però a studiare come far vivere più di una settimana gli Oribots e perfezionarli. Mi ci son voluti altri sei anni di domande per borse di studio, residenze e progetti che a ogni passo facevano evolvere l’Oribotica. Gli Oribots della generazione attuale sono i più robusti di sempre, avendoli creati con oltre 1,7 milioni di pieghe. Il poliestere pieghettato è in perfette condizioni, come se fosse ancora il giorno in cui è stato realizzato.

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Donata Marletta: Gli Oribotics sono strutture complesse che interagiscono l’una con l’altra e con l’ambiente esterno. Puoi raccontarci i passi principali del processo di produzione? Lavori da solo o con un team di esperti?

Matthew Gardiner: Le fasi del processo sono quasi ovvie, ma non lo è il percorso. In termini generici, penso che gli stadi più importanti siano l’ispirazione, la ricerca, le risorse e la realizzazione, e non necessariamente in quest’ordine. Ispirazione: per me è un assalto collaborativo alle sinapsi con un insieme di idee e concetti che sembrano organizzarsi da soli, rilasciando una chimica cerebrale positiva (una buona idea fa sentire bene!). Ricerca: il processo continuo di trovare qualcuno che ti possa aiutare a realizzare ciò che vuoi o trovare un modo di farlo autonomamente. Risorse: trovare persone, fondi (per lo più aspettare l’assegnazione), materiali, strumenti e accedere a strumenti costosi che la ricerca e l’ispirazione richiedono. Realizzazione: il desiderio sistematico, paziente e determinato di seguire le proprie ispirazioni. Al momento sto lavorando in una fase più indeterminata, cerco nuove direzioni in cui il mio lavoro potrebbe andare e esamino una teoria di base per perfezionare ulteriori lavori.

Nel corso degli anni, ho lavorato con diversi team. Da lavori che coinvolgevano compositori, percussionisti, costruttori di strumenti miniaturizzati, designer industriali e chimici polimeri. L’Oribotica è una serie continua di esperimenti finanziati, nella quale il team principale è costante, la mia famiglia è sempre coinvolta. Mio padre, Ray Gardiner, è il mio primo collaboratore. Ha progettato le parti di elettronica industriale e il software di ogni generazione di Oribots. Lavoriamo dai prototipi, che ho elaborato con Arduino, e dalle basette sperimentali e Ray elabora i circuiti specifici per il progetto finale.

Dal momento che per ogni opera di Oribotica l’ispirazione diventa più ambiziosa e complessa, la competenza degli altri diventa sempre più importante. Tendo a credere di poter fare qualsiasi cosa, e questo funziona per la creazione di prototipi, ma per la produzione vera e propria è necessaria una vera competenza.

Per esempio, un momento determinante è stato l’incontro con un esperto di piegatura, in particolare di piegatura della seta e di tessuti di acrilico, che mi ha spiegato come funziona la piegatura, con due fogli di carta, del tessuto e un apposito forno a vapore. Ho poi riprodotto il processo nel mio studio con un forno domestico, realizzando un efficiente processo di produzione che ben si è adattato alle prove effettuate nel mio studio. Gli esperti sono molto importanti, la loro conoscenza implicita è una vera fortuna e osservarli al lavoro con il loro supporto è veramente coinvolgente e stimolante.

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Donata Marletta: Il risultato della tuo tirocinio all’Ars Electronica Futurelab è visibile in una stupefacente installazione a più livelli. Come è nata questa collaborazione? L’Ars Electronica Futurelab ha supportato il tuo progetto per quanto riguarda il reperimento di nuove collaborazioni e anche a livello prettamente pratico?

Matthew Gardiner: Direi di sì, su tutti i livelli. L’Ars Electronica’s Residency Network ha aperto le porte a una vasta gamma di opportunità, in particolare con il Futurelab dove i partecipanti vengono introdotti alle abilità e alle competenze e dove ciascun membro è considerato un ricercatore. Artisti, programmatori, stilisti, architetti, curatori, psicologi, guru della tecnologia, ciascuno, con le proprie possibilità di sviluppo, è degno di attenzione e interesse. Sono arrivato all’Ars Electronica con un prototipo incompleto, mi hanno aperto le porte del Fablab e permesso di usare liberamente le loro macchine per il taglio laser e le stampanti 3D.

Nell’arco di due settimane il mio prototipo è stato rifatto, perfezionato e preparato per un ciclo produttivo, che il Futurelab ha supportato tecnicamente e concettualmente. Ci sono voluti tre mesi per stampare i cinquanta Oribots, circa 1800 ore di stampa, dopodiché Ray, mio fratello Joshua e io abbiamo iniziato ad assemblare, testare, montare e infine realizzare l’installazione all’interno di una vecchia fabbrica del periodo Bauhaus. Il momento più soddisfacente c’è stato dopo una settimana di montaggio e test, quando il codice per il controllo di quello che noi chiamavamo “effetto a catena” ha funzionato per la prima volta, e nel campo di fiori Oribotic ciascun Oribot si è aperto in sequenza in tutta la stanza. Ci davamo il cinque, festeggiavamo: quel momento rappresentava gli ultimi sei mesi del nostro lavoro e finalmente vedevamo il risultato per cui stavamo lavorando.

Gli Orobotic sono stati da allora esposti in tutto il mondo all’interno di mostre curate dalla Ars Electronica. L’Ars Electronica’s Network è eccezionale, i nostri partner di ricerca in tutto il mondo possono confermarlo. Il network mi ha messo in contatto con un gran numero di ricercatori in molte istituzioni, all’interno di molteplici discipline e contesti.

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Donata Marletta: Sei interessato al campo del disegno industriale e alla produzione di massa? Non sarebbe interessante progettare prodotti del genere?

Matthew Gardiner: Artisticamente sono interessato alla riproduzione delle mie opere, dal momento che la ripetizione di elementi autonomi conduce verso un sistema complesso (gli automi cellulari ne costituiscono un importante esempio). Mi piacerebbe trasformare le mie idee di progettazione in un oggetto producibile su larga scala. Il mio piano per i prossimi cinque anni è quello di spostare le mie pratiche verso un modello sostenibile per cui le risorse economiche dei miei prodotti possano supportare anche lo sviluppo di nuovi ambiti di lavoro, piuttosto che sopravvivere esclusivamente dei finanziamenti, delle entrate delle mostre e delle vendite delle opere. La maggior parte dei miei progetti è riproducibile meccanicamente, fatta eccezione per la complessa piegatura di alcuni materiali e l’assemblaggio manuale.

Ho alcune idee veramente interessanti che per ora non posso svelarti, le fasi di ricerca del mio lavoro sono dedicate allo sviluppo di nuovi metodi di produzione, sempre incentrati sull’accuratezza e la riproduzione. Tengo spesso in considerazione l’importanza della riproducibilità nelle mie opere d’arte, mi domando spesso quale sia l’elemento originale e ho l’impressione che l’oggetto virtuale, i file 3D, il progetto del circuito, i progetti ecc siano gli oggetti originali che determinano tutte le copie. Sono disposto a lavorare nell’arena della riproduzione, e non vedo l’ora di lanciare i miei primi oggetti per il pubblico.

Donata Merletta: Hai altri piani per il futuro? Attualmente stai lavorando, o vorresti lavorare, in nuove aree di ricerca?

Matthew Gardiner: In questo momento mi sto occupando dello sviluppo di nuove geometrie, materiali con cui produrre superfici pieghevoli per Oribotic. È un approccio più basilare al mio lavoro e alla mia teoria. Durante il processo osservo come poter definire superfici pieghevoli usando la geometria 3D con Grasshopper per Rhino, tenendo conto dei miei studi e delle astrazioni delle superfici piegate. A sostegno di questo lavoro conduco vari esperimenti su materiali che stanno risultando essere molto positivi, sebbene ancora non perfetti. In pratica, il mio obiettivo è quello di trovare un metodo documentabile, dimostrabile e insegnabile per progettare le superfici di Oribotic e disporre di alcune opzioni materiali e di produzione adatte a varie scale.

Una parte di questo lavoro verrà pubblicata negli anni a venire grazie a un programma finanziario australiano chiamato PEEK con sede all’Ars Electronica Futurelab. Come si può notare da alcune sezioni di questa ricerca, uso i termini generici “imparare facendo” e “imparare insegnando” come parte della mia metodologia. “Imparare facendo” fa praticamente riferimento a una ricerca basata su esperimenti ed errori che segue una serie di criteri funzionali ed estetici; è un’attività di verifica per gli artisti e rappresenta l’atto del material thinking. “Imparare insegnando”, invece, è legato alla dimostrazione di quel processo a un pubblico più ampio, alla trasformazione di un’idea in una forma comunicativa concreta in modo tale che un’altra persona possa applicare e allargare la teoria alla propria pratica. Sostengo che questo sia un metodo flessibile che permette di stabilire se una nuova idea possa adattarsi a una cultura. Lo so per istinto, per conoscenza personale; spesso ravviso un’analogia tra me e il processo di progettazione di un modello di origami.

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Se possiamo ricordare e documentare i vari passaggi di piegatura per creare una nuova figura, allora è possibile anche insegnarli. Durante l’insegnamento, però, spesso ci accorgiamo di quei piccoli passaggi difficili da annotare o facili da lasciarsi sfuggire perché si tratta di capacità già acquisite. Alcune mosse complesse degli origami sono semplici da mostrare sulla carta ma quasi impossibili da fare con la carta. Sviluppare un processo e poi insegnarlo aiuta a capire quali siano i passaggi piccoli o sottovalutati che, spesso, fanno la differenza tra la mediocrità e l’eccellenza.

Infine, dipingo ciò che definisco ORI-IRO (Colour-folding/farbenfalten) che mi permette di esplorare intuitivamente aspetti della mia pratica estetica senza il bisogno di concentrarmi sulla tecnologia. Ogni dipinto richiama sempre i principi e i modelli della piegatura…


http://www.matthewgardiner.net/

http://matthewgardiner.net/data/media/pdf/4OSME-ABriefHistoryofOribotics-Email.pdf