Nella parte nord dell’oceano Pacifico, all’incirca tra i gradi 135 e 155 ovest e tra i gradi 35 e 42 nord, galleggia un agglomerato diventato famoso come “Pacific Trash Vortex”, o con tono leggermente meno drammatico, “grande chiazza di immondizia del Pacifico”. Un’enorme formazione di rifiuti di plastica che, grazie alle correnti dominanti del Pacifico, viene trascinata in questa parte di oceano e la cui estensione è paragonabile a quella del Texas.

La lenta rotazione del Vortice del Nord Atlantico attira rifiuti di plastica verso il proprio centro, dove stazionano e dove rimarranno per generazioni, crescendo in dimensioni e decomponendosi lentamente in micro-parti prontamente consumate da uccelli e pesci, distruggendo quindi l’intero eco-sistema marino. Tutto questo processo è molto significativo, analogo alla fine della catena dei consumi, la routine odierna di shopping, consumo ed eliminazione.

Il Pacific Trash Vortex rappresenta l’inconscio represso della moderna società dei consumi, tutto ci passa attraverso e riusciamo a malapena ad avvertirne la presenza. Viviamo in una cultura in cui risulta inappropriato “rimettere” i vestiti, dove anche capi di lana o giacche di lusso finiscono per perdersi nel vortice della spazzatura.

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Confezioni di plastica che hanno bisogno di generazioni per biodegradarsi sono utilizzate per confezionare altri oggetti di plastica, cd o Blu Rays, l’uso di queste confezioni vuole promuovere idee di freschezza, novità, un effetto di marketing puramente psicologico che crea un confine artificiale tra il nuovo e la spazzatura dopo pochi momenti d’utilizzo.

I movimenti ciclici tra merci e rifiuti hanno creato un ciclo accelerato, un primo effetto è il trash vortex, un secondo è il cambiamento nel modo in cui interagiamo, facciamo esperienza e attribuiamo significati alle merci che consumiamo. Acquistare un vestito da Primark, indossarlo una volta e poi gettarlo (in buona fede) in una banca dei vestiti (che accidentalmente contribuisce alla distruzione dei vestiti indigeni prodotti in Africa), porta a una relazione limitata e rapida con quel vestito, il suo valore risiede unicamente nel suo essere nuovo, nella novità della rincorsa all’acquisto e allo spacchettamento.

In uno dei suoi lavori più famosi, il grande teorico del postmoderno, Fredric Jameson, scrive riguardo alcuni quadri di Vincent Van Gogh che rappresentano scarpe da contadino, ben indossate e segnate dalle intemperie; esse rappresentano un mondo intero, uno stile di vita, con tutte le difficoltà di quell’epoca. Il contraltare di questa visione, secondo Jameson, è il quadro di Andy Warhol Diamond Dust Shoes, che sopprime significato e profondità, scollegato da ogni forma di realtà, che esiste solo negli specchi della cultura consumistica, ed è, in un certo senso, la riproduzione dei rifiuti in forma simbolica.

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Ed è questo in ultima istanza, la superficie, il simbolo vuoto che significa tutto e niente, che definisce il modo con cui ci approcciamo con le nostre cose, che, nell’epoca del capitalismo neoliberale, sono definite come merci. È infatti questo che definisce una merce più di ogni altra cosa, ovvero qualcosa che può essere comprato e venduto, anzi, che può essere creato per essere comprato e venduto. La misura di un bene è il prezzo, non l’uso, e come tale siamo sempre in lotta per appropriarcene, per dargli un significato, per iniettargli la vita – e il capitale cerca sempre di rimetterlo in circolazione, di alimentare il vortice.

The Museum of Contemporary Commodities – in mostra alla Furtherfield Gallery a Finsbury Park a Londra – indaga la natura delle nostre cose – come i beni entrano ed escono dalle nostre vite – affrontando questi temi con un approccio insolito di collezione. Piuttosto che limitarsi a raccogliere oggetti per poi metterli dietro alle vetrine degli armadietti, l’idea è quella di “considerare ogni negozio, che sia online o un magazzino pieno di roba, come se fosse un museo che contiene oggetti che appartengono al nostro patrimonio collettivo futuro”.

MoCC is an art-social science project led by artist Paula Crutchlow (Blind Ditch) and cultural geographer Ian Cook (University of Exeter) in collaboration with Furtherfield as part of their larger project “Art, Data, Money – Building a commons for arts in the network age”. http://www.furtherfield.org/artdatamoney/

Si tratta di una forma di cura come pratica critica, in cui un atto di riflessione produce un cambiamento percettivo nelle cose che ci circondano e con cui interagiamo, in un modo leggermente diverso che rende presenti quelle dinamiche che l’attuale sistema di beni cerca sempre di nascondere.

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Il MoCC, invita il pubblico a caricare immagini di beni che sono per loro significativi, dando vita a un archivio di detriti abissali che appartengono alla vita quotidiana, ma in cui tali oggetti di passaggio vengono rivestiti di significati personali, un processo di addomesticamento che si spera possa aiutare a rendere visibile quel vortice celato e magari cominciare ad eliminarlo.

C’è inoltre un grande numero di eventi connessi; lo scorso 17 ottobre il MoCC ha chiesto alle persone di visitare la Furtherfield Commons per un “walkshop” e una “consulenza di beni”, in cui si è esplorato la nostra relazione con i beni chiedendo “che tipo di cliente sei?”, perché la realtà è che le nostre cose non riguardano solo i beni in circolazione, il prodotto è formato, naturalmente, da noi stessi.

Noi stessi siamo costruiti come oggetti di consumo dalla natura dei dati provenienti dai nostri acquisti o spostamenti in città, un mondo in cui oggi tutti noi abbiamo vite parallele come ammassi di bit e byte che circolano nelle fattorie di dati di supermercati e rivenditori online, che presto diventerà la versione digitale del vortice di spazzatura.

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Quindi, qual è l’esperienza vissuta oggi dalle nostre cose? Per lo più assomiglia a un vortice di passaggio delle isole di rifiuti e noi – come oggetti di dati – veniamo colti in quel vortice, il MoCC è un approccio per uscire da quel circuito e per riflettere sul posto dell’uomo in tutto questo, prima persino di cominciare a considerare le vite delle persone che sono coinvolte nella produzione di tutto questo materiale. Che tipo di eredità vogliamo lasciare alle prossime generazioni? Questa domanda da sola ci spinge a riconsiderare cosa acquistiamo e cosa ne facciamo.


http://furtherfield.org/

http://www.moccguide.net