Joseph Nechvatal è un artista americano attivo su più fronti, da quello musicale, con artisti della scena no wave newyorkese e il progetto d’avanguardia Tellus Audio Cassette Magazine, a quello della media art, dove noto è il suo lavoro di ricerca sulle possibilità di utilizzare software/virus, appositamente creati, per generare elementi di caos nelle immagini.

Nechvatal non è solo un artista, è anche un filosofo e docente con diverse pubblicazioni e saggi, di cui Immersion into Noise [1] è forse il riferimento più organico e completo. Un libro che arriva dopo anni di studio e porta con sé la complessità di un pensiero sull’arte che non vuole assolutamente limitarsi ad essere un manifesto estetico del proprio modo di fare arte, come dimostra la profondità con vengono affrontati i temi che caratterizzano i diversi capitoli. Qualità quest’ultima che certamente contribuisce a fare di questo volume uno studio di spessore scientifico, purtroppo rimasto in qualche misura in ombra nel panorama filosofico e saggistico.

Profondità e sistematico approfondimento che partono sempre però da un punto di vista, un vissuto e un percepito dell’arte intimo, che rende il libro molto personale; a partire dal primo capitolo, in cui Nechvatal comincia a tracciare le linee trasversali del suo concetto di rumore raccontando la sua personale esperienza vissuta durante un concerto di Hendrix. Sono i feedback della chitarra a colpirlo, usati da Jimi Hendrix come sistema “autogenerativo” di segnali rumorosi, in grado creare un climax sempre eccedente, inatteso e incontrollato. L’utilizzo dell’esperienza personale aiuta Nechvatal, da un lato, a spiegare la sensazione percettiva di quello che è la caratteristica principale del rumore, ovvero l’eccedenza, e dall’altro a mediare quello che è il sistema di produzione artistico del rumore: l’indeterminatezza. Difatti sono questi i due attributi che più di tutti aiutano a comprendere la visione di Nechvatal e gli esempi che percorrono i diversi capitoli del libro.

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Così, dopo un’analisi attenta di ciò che in musica ha segnato l’avvento del rumore, spaziando da John Cage a Varése a Russolo, fino a Clock DVA e al filone della no wave newyorkese con Glenn Branca e DNA, ritornano due importanti esperienze personali, cronologicamente lontane: Ryoji Ikeda con la performance audio visuale Datamatics e Cecil Taylor. Entrambe sperimentate in prima persona e descritte mettendo a fuoco l’aspetto primario e percettivo, quello del “vissuto” appunto; mondi musicali e performativi distanti, ma nei quali l’autore intravede un termine comune, il concetto di rumore come eccedenza e indeterminatezza.

Partire dal vissuto personale per Nechvatal non è semplicemente portare un dato biografico oppure ricevere da un’esperienza vissuta l’incipit per parlare dell’aspetto concettuale. Il fatto di partire dall’esperienza e dalla sua descrizione è essenziale per esprimere il concetto di rumore e di Noise Art. Infatti, ritroviamo l’esperienza in prima persona non solo nel capitolo dedicato alla musica, ma anche nel secondo legato alla visione. Soggetto sono le Grotte di Lascaux, un sistema complesso di grotte, situato in Francia, dove sono presenti importanti testimonianze di pittura parietale. Questa parte del volume dedicata alla Noise Vision si rivela alla lettura interessantissima e fondamentale per comprendere, nella pratica artistica, gli elementi di rumore che affascinano l’autore. Infatti, partendo da Lascaux, l’autore si spinge a parlare della tecnica di costruzione del labirinto [2] per arrivare allo sfumato [3] che confonde i contorni netti del rinascimento fino all’epoca rococò in cui l’eccesso diventa segno smisurato della sovrabbondanza del rumore [4].

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Da qui il lettore entra realmente in contatto con il tema portante del volume e con la possibilità che il rumore, nella lettura di Nechvatal, si apra a diversi sensi, capace di divenire metodo artistico e infine approccio culturale. Si spalanca così un concetto ampio, che spazia dalla percezione dell’eccesso, dell’eccessivo, dell’indeterminato e sovrabbondante alla noise art come sovversione e resistenza al flusso piano delle cose, come possibilità di scavo interiore.

Il rumore è un momento immersivo e totalizzante, dove l’intensità del percepito spinge fuori di sé il soggetto che lo percepisce e lo subisce; lo spinge fuori dalla sua confort zone, senza tuttavia perdere la percezione di sé, come vogliono dimostrare gli esempi e i vissuti personali dell’artista. Ovviamente leggere un’esperienza personale con la pretesa di poterla scientificamente dimostrare o rendere oggettiva è folle. Forse può essere condivisa, forse no.

Ma il tema del “rumoroso” diventa così più chiaramente anche un modo di operare nell’arte e di leggere lo scopo e la funzione di quest’ultima. L’arte rumorosa è quella che prima di tutto provoca un’esperienza. Un’esperienza senza schema definito, non segnata da una linearità, da un manierismo: si fa messaggio non destinato esclusivamente a una sola interpretazione, un’esperienza indeterminata fino al suo compiersi. Il valore del rumoroso risiede nella capacità di aprire un nucleo creativo a diverse possibilità di sviluppo e di lasciarle aperte, come il principio delle arti performative impone. “Rumorose” infatti sono per Nechvatal tutte le arti che contemplano performance, da Fluxus con Dick Higgins al futurismo, dall’improvvisazione radicale a 4.33”.

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La linearità del messaggio, del contenuto e della forma costituiscono un limite per la noise art. Come per le Grotte di Lascaux, che non seguono un’idea lineare e architettonica dello spazio, ma labirintica, così per la noise art l’esperienza non è mai chiara, scontata, astratta e leggibile, ma sempre immersiva, coinvolgente, sfocata, confusa dal punto di vista logico e razionale, ma estremamente diretta e intrusiva nei confronti del soggetto che emotivamente (mente e corpo) la vive.

La mancanza del fine, del risultato prescritto nell’elemento rumoroso, è ciò che affascina anche, in modo diverso ma affine, il compositore Luigi Nono. Una pratica per aprire a infinite possibilità percettive ed estetiche, come infinite sono le vibrazioni che possono dare vita ad un suono e che possono essere mantenute vive creando al suo interno elementi di disordine, dei virus, che ne impediscono il riconoscimento immediato, sfumandone i contorni. Possibilità che per il fatto di essere infinite e potenziali diventano per Luigi Nono e in qualche misura anche per Nechvatal uno strumento sovversivo [5].

In questi termini allora forse può avere senso parlare nel pensiero di Nechvatal di un’etica del rumore. Un modo di studiarne i caratteri e le possibilità staccandosi dal dato esclusivamente artistico, ma senza sfociare in piani puramente astratti e concettuali. La domanda infatti con cui Nechvatal esordisce rende chiaro subito l’intento del libro e la visione generale del fare arte: “On a planet that is increasingly technologically linked and globally mediated, how might noises break and re-connect in distinctive and productive within practises located in the world of art and thought?”[6]. Una domanda che coinvolge da subito il rumore senza limitarlo al dato estetico e tanto meno a quello fisico, nonostante sia da questi che scaturisca poi la sua lettura concettuale come eccesso e indeterminatezza.

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A differenza di altri studi, come ad esempio quello di Paul Hegarty Noise/Music. A History [7], che analizzano il rumore dal punto di vista estetico/musicale e delle relative implicazioni, Nechvatal traccia un percorso multidisciplinare legato al rumore e alla Noise Art che coinvolge componenti visuali e spaziali, acustiche e percettive, mostrando come questo concetto percorra tanto la noise music quanto il barocco, l’architettura e il web, per sfociare nell’etica e nel modo di agire e reagire al mondo e alla quantità di informazioni mediate e pre-indirizzate che ci circondano.

Il valore del rumore per Nechvatal non si limita al valore critico della noise art che gli dà forma, ma è un valore intrinseco al rumore stesso: “noise as creation itself” [8]. Il rumore procede in modo rizomatico, per dirlo con Deleuze e Guattari: “Noise may break some connections, but connections will always continue to grow in other directions, creating new thoughts and new affects.” [9]

Come per i due francesi l’importanza del rizoma era quella di definire un nuovo modo di rapportarsi non gerarchico per la generazione di senso, così allo stesso modo nel rumore di Nechvatal le connessioni che saltano aprono nuove strade di senso. Deleuze, Guattari, Derrida, sono riferimenti che echeggiano ovunque nel libro, anche quando non esplicitamente espressi con citazioni e note. Deleuze e Guattarri di Millepiani o Deleuze di Logica del senso [10], dove il pensiero teoretico e concettuale incontra la letteratura, la scrittura, Lewis Carrol, Artaud e Levi-Strauss per dare vita ad una lettura originale della teoria del senso.

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Il senso del rumore e la sua etica coinvolgono in prima persona il soggetto e la coscienza, in una forma di espressione, visione e apprendimento che stimola la capacità di essere “self re-programmabily”, di aprire un sistema di riferimenti dinamico e non inquadrato all’interno di una logica unidirezionale, di opporsi all’unilateralità, portandoci fuori da quella zona di confort delle nostre percezioni logicamente lineari e sensate.

“Noise can block, distort or change the meaning of a message in both human and electronic communication. What the art of noise does is to take the meaninglessness of noise and convert it into the meaningful” [11]. Come afferma Deleuze in Logica del senso: “Il non senso non possiede alcun senso particolare, ma si oppone all’assenza di senso e non al senso che produce in eccesso” [12].

E’ in questa stessa dialettica che sembra porsi anche il concetto di rumore in Nechvatal: un elemento prodotto in eccesso, in modo incontrollato, in grado di abbracciare dimensioni multiple del nostro percepito e farci parte di una relazione autentica con il nostro mondo interiore. Un eccesso di senso capace di opporsi al vuoto, che stimola la nostra immaginazione con intense spinte propulsive, con sospetti, paure, amori, fino a metterci in contatto con ciò che guida le nostre scelte, intenzioni e azioni anche nel mondo politico ed economico [13].

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Note:

[1] Joseph Nechvatal, Immersion into noise, Open Humanities Press, 2011. Il volume è in free download al link http://openhumanitiespress.org/Nechvatal_2011_Immersion%20Into%20Noise.pdf

[2] Cfr. ivi, p. 94, Il labirinto viene descritto dall’autore come un “cultural noise space”, coinvolgendo anche l’architettura nella sua lettura del rumore.

[3] Cfr. Ivi, p. 107.

[4] Cfr. Ivi, pp. 114-120.

[5] Nechvatal non parla di Nono. Ma sembra opportuno il parallelismo alla luce di una lettura comune della Dialettica Negativa di Adorno e del processo sintesi senza risultato finale.

[6] Ivi, p. 9.

[7] Paul Hegarty, Noise/Music: a history, Continuum, London 2007.

[8] Su questa tematica, possibilità generatrice del rumore e la sua etica, è interessante anche AaVv, La musica futurista, Auditorium Edizioni, Milano 2009.

[9] Ivi, p. 10.

[10] Gilles Deleuze, Logica del senso, Feltrinelli, Milano 2014.

[11] Cfr., Immersion into noise, p. 18.

[12] Deleuze, Logica del senso, op. cit., p. 69.

[13] Cfr., Immersion into noise, p. 11.