Le Olimpiadi del mondo dell’arte: così viene spesso definita la Biennale di Venezia. Come un poderoso inno alla virtuosità fisica, la grande dama delle fiere internazionali d’arte si è gonfiata di interessi popolari e commerciali, espandendosi al di là dei confini originari e straripando in tutta la città.

Aperta al pubblico il 9 maggio, la 56esima edizione della Biennale di Venezia conta 89 padiglioni nazionali, 44 eventi collaterali ufficiali e infinite mostre non ufficiali, tutte curate in collaborazione con la più importante antologia biennale di talenti artistici globali (per lo più bianchi) e di turisti internazionali (per lo più ricchi). Quest’anno è toccato al curatore nigeriano Okwui Enwezor il delicato compito di unire le mostre ufficiali e non, ideate per congiungere un pubblico diversificato e composto non solo dall’élite del mondo dell’arte, ma anche da visitatori casuali e “pesi massimi” commerciali.

Esplicitamente dedicata all’esplorazione concettuale e politica delle periferie del mondo, fin troppo ignorate dal mercato dell’arte, la Biennale di Enwezor – battezzata con il titolo quasi infausto e allo stesso tempo insignificante “All the World’s Futures” – è destinata a essere sia aggressivamente politicizzata che strettamente intimista, come un invito a impegnarsi con il presente e a contemplare il futuro possibile, a fianco di artisti di straordinaria abilità e di grande ambizione.

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Sfortunatamente, nel realizzare le proprie mostre all’Arsenale e al Padiglione Italia dei Giardini, Enwezor ha dato l’impressione di essere incapace di sfuggire a un’ossessione caustica e radicata verso la violenza, il conflitto e la degradazione. Sebbene la curatela di Enwezor, complessa e spesso caotica, abbia offerto momenti di delicata meditazione e qualche ardita e soave proposta di potenzialità (principalmente nell’installazione trionfante di Xu Bing e negli eccentrici e concettuali modelli architettonici di Iza Gengken), l’oscurità, la sofferenza e il disgustoso e persistente fetore di oppressione hanno pervaso le mostre principali.

La straziante spontaneità de L’homme qui tousse di Christian Boltanski, che consiste nella figura di un uomo seduto a terra, colto da un violento spasmo, che riversa sangue sul pavimento di una squallida camera in penombra, aggredisce virtualmente il pubblico con un ritorno violento e viscerale alla supremazia del corpo, mentre la presenza luminosa e ambigua di Life, Death, Love, Hate, Pleasure, Pain di Bruce Nauman denota l’ossessione verso un approccio nettamente concettuale. Nel loro insieme queste due opere differenti riassumono il violento e deformante contributo di Enwezor alla Biennale – un’esplorazione drastica e spietata di un mondo in fiamme, alla ricerca urgente di una tregua, e terribilmente stanco di meditare; un purgatorio di codici in una pozza di sangue.

Oltre al misterioso edificio del Padiglione italiano (nascosto dall’installazione di tessuto nero imbevuto d’olio di Oscar Murillo), i restanti padiglioni nazionali hanno offerto una gradita pausa dall’oscurità cercata da Enwezor. La divertente e immersiva installazione Canadassimo realizzata dal collettivo BGL per il Padiglione canadese trasporta il pubblico in un minimarket del Québec, pieno di tutti gli oggetti consunti di un consumismo ormai finito.

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I visitatori entrano esitanti nel dépanneur, colpiti dalla verosimiglianza, insicuri su quale sia il loro posto in questo ambiente appena scoperto, fin quando non risulta chiaro che gli stessi oggetti non sono ben definiti: la confezione non è intellegibile, la prospettiva è distorta. Il distacco estetico disorienta lo spettatore, successivamente invitato a oltrepassare una porta che lo conduce in un nuovo ambiente diove la prospettiva cambia un’altra volta. All’interno di ciò che sembra essere un’officina abitata da elfi invisibili in trip anfetaminico, BGL sferra un altro colpo diabolico al capitalismo attraverso una divertente re-immaginazione di un sito di produzione culturale. Piramidi di barattoli di vernice da cui gocciolano i colori dell’arcobaleno coprono tutte le superfici, mentre ciondoli, attrezzi e diversi biglietti usati ricoprono le pareti.

In netto contrasto con le sporche, irregolari e dimenticate installazioni dell’Arsenale e del Padiglione italiano, la costellazione caotica di BGL, basata evidentemente sul concetto di capitalismo, trasmette calore e meraviglia con un’esclamazione umoristica casuale rivolta a una cultura consumistica in continua espansione che non solo ha superato il mondo artistico ma, forse, persino la civiltà stessa.

La natura, il futuro e la crescente mediazione tecnologica di questa civiltà stimolano, in maniera più o meno riuscita, anche alcune fra le installazioni più imponenti dei Padiglioni Nazionali. La Motion Capture Studio tedesca, immersa nel buio profondo e illuminata da un blu metallico, proietta un video ipnotico di 23 minuti, nel quale una voce femminile guida gli spettatori attraverso un futuro controllato da aziende, mostrando come i lavoratori della Factory of the Sun offrano i loro servizi come schiavi in un studio di video in motion capture. Sardonica, sottile e complessa, la creazione di Hito Steyerl utilizza la struttura narrativa di un video game, di un video promozionale e di uno streaming per affrontare problemi riguardanti il posto occupato da un individuo e il significato della libertà in un futuro digitale.

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Il Padiglione sudcoreano presenta il lavoro di Moon Kyungwon e Jeon Joonho, che ricorrono a simili tematiche e costruzioni estetiche. Con la proiezione di un video digitale bianco scintillante sulla facciata esterna del padiglione stesso, l’installazione induce il pubblico a immaginare di trovarsi in un ambiente mutevole, nel quale oggetti e architettura si conformano alla volontà e al desiderio dell’individuo. Sfortunatamente, quella che dovrebbe essere un’installazione multicanale, che si propone d’immettere gli spettatori in uno stato di contemplazione archeologica o addirittura antropologica della civiltà contemporanea, nella realtà dei fatti si piega a una mera devozione servile del valore di produzione, finendo così per apparire più come uno spot della Nike o un film di Wong Kar-wai che una ricerca estetica d’avanguardia.

All’altro estremo della sfera tecnologica, il duo finlandese IC-98 offre una visione artistica unica con spettacolari disegni, rigorosamente realizzati a mano con la massima cura. Hours, Years, Aeons è un disegno trasformato in animazione digitale e proiettato in un’atmosfera di assoluto silenzio sulla parete in mezzo all’oscurità intima e avvolgente del padiglione, circondato da vacillanti pile di carbone e da un potente ed evocativo paesaggio sonoro. Sulla scia della vasta eredità delle foreste primordiali finlandesi, Hours, Years, Aeons si muove in una dimensione temporale in senso stretto, trasformando una piccola valle arborea dalla dimensione concreta a quella metafisica. In tal modo, non solo il visitatore si ritrova all’istante nel momento presente ma, al tempo stesso, trova il proprio spazio espressivo una straordinaria narrazione a tematica ambientale.

Nel porre il più complesso degli interrogativi riguardo al posto per lo spazio, il Padiglione ungherese e quello svizzero propongono quesiti ordinari ma anche profondi sotto forma di installazioni. All’interno del Padiglione ungherese, Sustainable Identities di Szilárd Cseke tenta di rivelare i processi cognitivi alla base della costruzione dell’identità mediante un’installazione elevata di tubi rigonfi attraverso i quali vagano, apparentemente a caso, delicate palline sospinte da ventilatori. Quieto, concettuale e completamente accattivante, in tale contesto l’insolito intento di Cseke di affrontare la tematica del futuro del mondo e di un posto riservato alla costruzione dell’identità si rivela una scelta del tutto innovativa.

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Prendendo spunto dalle rappresentazioni ambientali del teatro e del cinema, Pamela Rosenkranz inonda le pareti del Padiglione Svizzero di una tenue luce verde, un sapiente omaggio all’ambiente, che si abbina perfettamente con il liquido rosa in ribollimento al centro dello spazio. Ricordando l’organico, il batterico e l’intrinsecamente umano, il pallore sensuale espresso dall’estetica di Rosenkranz si abbina perfettamente al verde vivido e fresco della struttura inondata di luce.

Il contrasto tra i due colori, le texture, i suoni e gli odori, elementi vagamente fantascientifici ed estremamente formali nella sua ricerca, portano a re-immaginare la biosfera in una sorta di allucinazione.

Dietro la biosfera dei Giardini, un labirinto di eventi collaterali, coordinati più o meno ufficialmente con la Biennale, ampliano gli orizzonti della ricerca per ottenere un grande effetto.

L’analisi concentrata di mostre come On My Way di CYLAND (per la quale, confesso preventivamente, ho coordinato stampa e marketing) permette di capire profondamente gli studi artistici al di là dell’intento tradizionale, mentre esperimenti innovativi come Leiseure Land Golf di Doug Fishbone, un campo da minigolf completamente funzionante con buche individuali disegnate da nove artisti eccezionali, regalano al visitatore esausto una pausa gradita permettendogli al contempo di riflettere su questioni importanti come la mercificazione del tempo libero.

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Che sia durante una partita a un minigolf artisticamente ispirata o che sia nel silenzio di una buia sala di proiezione, la Biennale di Okwui Enwezor riesce in qualche modo, quasi a dispetto di se stessa, a offrire uno scorcio sul nostro futuro collettivo, anche solo riunendoci per un’esperienza estetica condivisa, magnifica e, occasionalmente, angosciante