De Hallen Haarlem - Haarlem
14 / 03 / 2014 - 09 / 06 / 2014

Artisti:
 Ed Atkins (UK), Tauba Auerbach (US),
 Nina Beier (DK), 
Nina Beier (DK) & Simon Dybbroe Møller (DK), Erik van Lieshout (NL) & Kelley Walker (US), Helen Marten (UK), 
Marlie Mul (NL)
, Erkka Nissinen (FI),
 Elizabeth Price (UK)
, Florian & Michael Quistrebert (FR)
, Magali Reus (NL)
, Anne de Vries (NL)

La mostra collettiva internazionale Superficial Hygiene riunisce una serie di lavori di una generazione di artisti che adattano, trasformano e contaminano la grammatica del nostro ambiente contemporaneo accelerato, con lo scopo di proporre una nuova visione del rapporto tra l’immagine mediata e il corpo fisico. Provenendo da varie traiettorie artistiche e utilizzando una grande varietà di mezzi, questi artisti condividono un interesse comune per la superficie in quanto punto di conflitto e desiderio. La continuità contaminata e la virtualizzazione sempre crescente del nostro ambiente quotidiano hanno complicato il nostro rapporto con il mondo materiale fatto di cose e oggetti. I lavori presentati alla mostra Superficial Hygiene celebrano e riflettono in modo critico sul nostro cambiamento sia fisico che psicologico in relazione alla materialità e alla sostanza.

Superficial Hygiene è supportata da due lavori della collezione del De Hallen Haarlem: una serie di stampe modificate in chiave digitale e fisica di Erik van Lieshout & Kelley Walker, provenienti dalla mostra congiunta I am scared of America presso il De Hallen Haarlem nel 2007; e l’installazione video The Woolworth’s Choir of 1979 di Elizabeth Prize del 2012. Attraverso tecniche divergenti, in questi lavori è trattata la relazione tra superficie e sostanza, tra rappresentazione e corpo. Come vi ponete di fronte a un’immagine sempre più sottile, infinitamente riproducibile e non più sostenuta da un corpo fisico? Cosa succede quando armeggiate con la superficie dell’immagine contemporanea e provate a toccare ciò che vi è al di sotto?

La mostra evidenzia questi argomenti attraverso diversi media (sculture, disegni, quadri, video) e unisce pratiche materiali al regno virtuale. L’accessibilità a video hyper-sharp HD, animazione 3D realistica, audio surround ben definito, e software di editing d’immagini ad alta potenza ha creato possibilità formali ed estetiche che danno nuovi impulsi alla nostra relazione con la realtà. La brillante continuità della superficie digitale ha portato con sé un nuovo tipo di realismo – un realismo che crea una consapevolezza fisica amplificata, stimolante e allo stesso tempo inquietante. L’ubiquità e la mobilità dello schermo e l’architettura dei sistemi operativi e del software sono diventati parte integrante dell’esperienza quotidiana, provocando un cambiamento paradigmatico nell’approccio intuitivo alla produzione d’immagini e all’organizzazione delle informazioni.

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Superficial Hygiene riunisce i lavori in cui queste nuove relazioni tra l’artificiale e il reale sono indirizzate, ponendo l’attenzione sul fascino che la superficie, vista come un insidioso spazio paradossale, esercita sugli artisti.

Nell’installazione video Tilaa massa tilassa massa itassamaalit: ali tila (Material Conditions – Inner Space) (2013), Erkka Nissinen utilizza diversi format digitali per creare un elemento stravagante in stile commedia dell’assurdo. L’artista finlandese applica un approccio “fai da te” decisamente grezzo alle brillanti possibilità del video HD e dell’animazione digitale, in modo da abbracciare un’ampia gamma di idiomi linguistici e culturali: soap opera, filosofia metafisica e canzoni per bambini. Estendendo l’ambito della proiezione video allo spazio espositivo e usando l’illuminazione RGB e ritagli di testo, Nissinen punta ad attivare lo spettatore e mediare tra l’immagine superficiale e la realtà sulla quale commenta.

RGB Colorspace Atlas (2011) di Tauba Auerbach è una spazializzazione tridimensionale realizzata in modo sorprendente, dello spettro cromatico RGB – una trionfante trasformazione materiale di un fenomeno digitale comune. Oltre 3,632 pagine, l’intero spettro cromatico visibile è tracciato in tre direzioni: rossa, verde e blu. Con il suo RGB Colorspace Atlas, Auerbach sposta il fenomenologico nel digitale passando per la fisica e infine lo trasforma in oggetto – come se avesse trovato il segreto che ci permette di toccare un arcobaleno.

Nel cuore di Demonstrators di Nina Beier (2011), presentato in questa mostra, si trova una chiara tecnica artistica: la collisione di stampe digitali e radiatori domestici generici. L’immagine piatta simile a un pittogramma di corda intrecciata è presa dagli archivi online ed è appesa ad asciugare sull’oggetto di massa impersonale. C’è una suggestione animistica di co-dipendenza tra queste due categorie visive: l’oggetto di tutti i giorni che richiede attivazione simbolica e l’immagine smaterializzata in cerca di supporto fisico – ritornando ad un corpo solido, se estraneo.

In The Industrial Revolution di Nina Beier & Simon Dybbroe Møller (2013), viene presa la direzione opposta. Per questo corpus di sculture naturalistiche raffiguranti la mano, sono state replicate alcune sculture di Rodin (The Hand of God, The Secret, Two Hands, Hand of Pianist, The Cathedral). Qui, il corpo è letteralmente sparito e rimangono i gesti pigri e isolati.

Le sculture Trails Rising, Trance Tracks (2012) e The Days of Aquarius (2011) di Anne de Vries sono caratterizzate da temi esistenziali del genere umano (il passare del tempo, l’esperienza del sublime) riecheggiando nella cassa di risonanza dei processi tecnologici. The Days of Aquarius consiste in un elenco lungo quasi un’infinità di ogni singolo giorno nel lungo periodo di 2,150 anni dell’era dell’Acquario, eseguita tramite un codice PHP. Le colonne sottili che mettono insieme Trails Rising, Trance Tracks sono fatte di cemento epossidico e sabbia, e mostrano impronte di scarpe ergonomiche – totem sacri incisi sulle tracce di una cultura del tempo libero dei giorni nostri.

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L’ultima serie di sculture Puddle (2013-14) firmata Marlie Mul esprime l’interesse dell’artista per le banalità del non-spazio pubblico. In queste opere Mul utilizza una tecnica illusionistica quale il trompe-l’oeil, mettendo a confronto la natura fugace e instabile dei fenomeni naturali con la solidità degli oggetti scultorei. Le pozzanghere (The Puddles) sono letteralmente superficiali, sebbene antigieniche: impure e contaminate dalle tracce fisiche dell’esistenza umana. Riflettendosi nella realtà che ci circonda, suggeriscono una profondità infinita, una foiba artificiale, dove tutta la materia fisica andrà a finire.

Nei quadri e nei video gli artisti Florian & Michael Quistrebert combinano il loro interesse comune per la corruzione dei processi digitali con le genealogie dell’astrazione geometrica e, in particolare, con la Op Art. Invece di emulare le strategie illusorie di questa arte con la perfezione tecnologica contemporanea, gli artisti vanno alla ricerca della frizione e del conflitto nel processo di esecuzione. In Stripes 2 (2013), i fratelli Quistrebert attivano e confondono il codice video generativo originario dell’applicazione di video-editing Final Cut Pro con lo scopo di carpire la complessità delle reti animate dei disegni grafici come quelli di Sol LeWitt. Nei loro quadri qui esposti, lo sforzo risiede nella superficie: l’esecuzione deliberatamente materiale/manuale di un disegno digitale.

Nel video 3D Orchids, or a hemispherical bottom (2013), Helen Marten introduce una costruzione narrativa a spirale che permette all’artista di estendersi su idee presenti anche nelle sue opere di scultura. La collisione ritmica di vocabolari proteiformi, visuali e formali, che risiede nel lavoro materiale di Marten sfocia qui nella sfera virtuale, incrementando il suo potenziale coreografico ed estirpando al tempo stesso il suo corpo materiale. L’interesse dell’artista per lo slittamento linguistico, e per la creazione di attrito tramite l’ibridazione di modalità contrastanti di oggetto e visualizzazione, viene presentato in uno spazio teatrale di superfici sottilissime, fluide e seducenti.

Concetti simili circa l’interazione tra linguaggio e immagine, ritmo e gestualità, emergono nell’opera di Elizabeth Price. In The Woolworth’s Choir of 1979 (2012), intreccia tre livelli apparentemente separati di media, tecnologia e informazione in un’unica narrativa. Price combina video HD, animazione 3D, filmati storici d’archivio sull’architettura delle chiese gotiche, una band pop degli anni ’60 e un famigerato incendio in un centro commerciale di Manchester in un’installazione video che punta enfaticamente a far provare un’esperienza di coinvolgimento sensoriale. Grazie a composizioni intricate e sincopate e a livelli di volume cinematografici, Price sfrutta la colonna sonora per intensificare l’esperienza corporale dell’osservatore.

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Ed Atkins è un altro artista stabilitosi a Londra che crea ambientazioni artificiali altamente realistiche utilizzando video HD, animazione digitale e audio surround. In lavori quali Even Priks (2013), Atkins attiva la tensione paradossale che risiede nella rappresentazione incredibilmente realistica della materialità (pelle, peli, corpo) tramite la tecnologia essenzialmente smaterializzata dei media digitali. I suoi video appianano il corpo umano e la fisicità che lo circonda in una pura superficie cristallina, così brillantemente artificiale che l’anima oscura della realtà assente è di un luccichio quasi tangibile attraverso i suoi pixel.

La serie The King di Erik van Lieshout & Kelley Walker fu prodotta come parte della loro mostra collettiva al De Hallen Haarlem nel 2007. Van Lieshout rispose alle stampe digitali di Walker, per le quali utilizzò delle copertine della rivista King, scomponendole e ricostruendole fisicamente usando diverse tecniche di collage e pittura. In seguito Walker ritoccò le loro superfici aggiungendo degli strati di nastro adesivo e ridipingendovi l’immagine sopra. Questo processo alternato di appropriazione e riappropriazione emerge da una serie di immagini stratificate in cui l’assenza di gravità digitale è ancorata al sedimento materiale dell’arte manuale.

Gli oggetti realizzati da Magali Reus sono variazioni splendenti e sterili degli oggetti che ci circondano quotidianamente. Le sue sculture, eccelse, distaccate e decisamente artificiali, assumono le sembianze di frigoriferi, seggiolini da stadio e pentole da cucina. Allo stesso tempo sono anche alla moda, impudenti e seduttive. Riportando alla luce il dibattito feticista sul tema della superficie che ha denunciato il discorso intorno alle varie incarnazioni del Minimalismo, l’opera di Reus commenta anche la scomodità e la vulnerabilità del corpo umano alludendo a diverse protesi, supporti e aiuti.


http://www.dehallen.nl/en/exhibitions/superficial-hygiene-english/