A fine febbraio 2015 una notizia è emersa dal flusso continuo di servizi sugli attacchi dell’ISIS (o in qualsiasi altro modo dovremmo chiamarli). Dopo aver incendiato le biblioteche della città, i guerriglieri hanno distrutto delle opere d’arte antiche presso il Mosul Museum, il secondo museo più grande dell’Iraq: è stato poi rilasciato un video virale che tutti i notiziari hanno mostrato al grande pubblico occidentale.

Mi ricordo le reazioni di tristezza di amici e altri amanti dell’arte: l’argomentazione principale era che quelle opere rappresentavano la storia dell’arte e della cultura (anche se non specificavano di quale cultura) e che non dovevano essere coinvolti dagli eventi contemporanei, come gli attacchi dell’ISIS. Una domanda importante era: come possiamo ricostruire queste opere? Sono andati perduti per sempre?

Morehshin Allahyari (http://www.morehshin.com/) è una new media artist, attivista, insegnante e curatrice nata e cresciuta in Iran che da alcuni mesi sta lavorando a Material Speculation: ISIS, un progetto “che esamina i rapporti poetici e quelli politico-petroliferi tra Stampa 3D, Plastica, Petrolio, Tecnocapitalismo e Jihad”, come lo descrive lei stessa.

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Si tratta di una serie di modellini 3D di alcune opere distrutti dagli uomini dell’ISIS nei musei del Medio Oriente che, essendo dei file digitali, sono stati stampati in 3D per essere diffusi senza limiti in tutto il mondo: ogni oggetto stampato contiene una chiavetta USB con le informazioni sugliultimi mesi dell’opera originale, raccolte dall’artista con l’aiuto di numerosi archeologi, storici e personale dei musei.

Si tratta di un progetto in cui, come per altri suoi lavori, esamina le contraddizioni politiche, sociali e culturali che affrontiamo tutti i giorni. Allahyari ha partecipato a numerose mostre, festival e workshop nazionali e internazionali in tutto il mondo. Ha presentato il suo lavoro e le sue ricerche creative in varie conferenze e università, come TED, il Nasher Sculpture Center, il Dallas Museum of Art, la conferenza CAA, l’Open Engagement, il Prospectives ’12 – Festival Internazionale dell’Arte Digitale, il Currents New Media Festival e in molti altri ancora. Il suo lavoro è apparso su Rhizome, Hyperallergic, Animal New York, Art F City, Creators Project, Dazed Digital, Huffington Post, NPR, VICE, Parkett Art Magazine, Art Actuel magazine, Neural Magazine, Global Voices Online, Al Jazeera e, tra gli altri, anche la BBC.

Morehshin attualmente insegna alla San Jose State University ed è cofondatrice e assistente curatore alla ricerca presso il laboratorio di ricerca sperimentale del Pier9/Autodesk.

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Filippo Lorenzin: Iniziamo parlando del tuo interesse per la stampa 3D. Visto che hai iniziato a utilizzarla tre anni fa, ti vorrei chiedere cosa è cambiato da allora nel tuo lavoro e nel tuo pensiero.

Morehshin Allahyari: Ricordo che la prima volta che mi sono imbattuta in un video che mostrava un oggetto mentre veniva stampato in 3D era più o meno quattro anni fa e sono rimasta veramente colpita da questo processo, da come un modello digitale 3D possa diventare un oggetto fisico strato dopo strato. La stampa 3D è una tecnologia carica di speranze e promesse. Quindi sin da allora sono stata affascinata dalle tattiche critiche e politichecon cui potevo integrarla nel mio lavoro, come mezzo tanto utopico quanto distopico. La prima idea di cui mi sono occupata era la stampa 3D di oggetti proibiti in Iran e il potenziale radicale di questa operazione in termini pratici e metaforici. Così, per quasi due anni ho lavorato a un progetto chiamato Dark Matter ossia una combinazione di oggetti scultorei proibiti che venivano stampati in 3D per creare degli accostamenti spiritosi.

Inoltre, nel corso dell’ultimo anno ho collaborato alla scrittura e produzione del The 3D Additivist Manifesto e dell’imminente 3D Additivist Cookbook con la collaborazione dello scrittore e artista londinese Daniel Rourke. Abbiamo coniato l’espressione “Additivismo” che incoraggia domande difficili e approcci radicali e provocanti nei confronti della stampa 3D. Abbiamo aperto un blog che è un archivio delle tecnologie e delle idee più particolari e innovative riguardo la stampa 3D. È incredibile la velocità con cui una tecnologia del genere sia cresciuta negli ultimi 2-3 anni (nonostante sia disponibile da più di trenta). Dalla stampa 3D di organi umani fino alle armi. Ma nel nostro Manifesto e nel nostro Additivist Cookbook ci siamo concentrati su ciò che è possibile oltre la nostra immaginazione… al di là di quello che attualmente conosciamo e possiamo comprendere. Ed è a questo punto che l’approccio fantascientifico e futuristico alla stampa 3D ha iniziato a diventare sempre più affascinante per me. Il futuro della stampa in 3D va oltre alle nostre conoscenze attuali e potremmo riuscire ad alterare le realtà materiali, sociali, di calcolo e metafisiche ricorrendo a incitamenti, collaborazioni e pensando e agendo in modi fantascientifici e bizzarri.

Allo stesso tempo, nel mio ultimo lavoro, non ancora ultimato, chiamato Material Speculation: ISIS, mi sono concentrata su due approcci alla stampa 3D molto diversi. Il primo, molto pratico, per cui ho stampato modelli 3D dei reperti distrutti dall’ISIS al museo di Mosul, e il secondo applicando un approccio completamente concettuale, poetico e non funzionale per il quale ho provato a unire tutti questi diversi concetti intorno alla plastica, la stampa 3D, il petrolio, il tecno-capitalismo e la Jihad. Ritengo che pensare e lavorare con una tecnologia del genere sia davvero importante ed emozionante, in virtù sia della funzionalità (il come) sia la critica (il perché).

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Filippo Lorenzin: Nel tuo statement hai scritto che la tecnologia è nella teoria e nella pratica “uno strumento poetico in grado di documentare le vite personali e collettive e le difficoltà degli esseri umani nel ventunesimo secolo”. Potresti approfondire questa riflessione? Con “strumento poetico” intendi forse una sorta di “Post-tecno feticismo”?

Morehshin Allahyari: Si, Post-tecno feticismo… Una maniera più femminile, emotiva e concettuale di intendere le tecnologie e gli strumenti che ci circondano. Sono una grande sostenitrice della necessità di indagare le ragioni, le modalità, le tempistiche e in quale situazione dobbiamo usare gli strumenti digitali che abbiamo a disposizione e di come ciò potrebbe influenzare il dialogo. Un altro aspetto che mi interessa affrontare è il potenziale e la limitazione di una certa tecnologia sulla base delle sue implicazioni politiche, culturali e sociali. Vorrei che la tecnologia provocasse anche un’emozione, oltre che riflessione. Non ne posso più dell’arte dei nuovi media digitali, così sciocca, pigra ed elitaria. Quel tipo di approccio è il primo nei confronti della tecnologia. Ma intorno a me vorrei vedere dei lavori più seri, più radicali, più emozionanti, poetici e anche più rischios.

Filippo Lorenzin: Da questa affermazione riesco a cogliere in maniera più completa il concetto alla base di Material Speculation: ISIS. Non ti riferisci esclusivamente alla stampa 3D ma anche a tutte le altre tecnologie e tecniche implementate nella storia per copiare le immagini (come l’acquaforte, la fotografia, il video) – mi sbaglio?

Moreshshin Allahyari: No. Hai assolutamente ragione. Tutto quello che può raccontare una storia, documentare le nostre vite, le tragiche, oscure, complicate e anche fottute esistenze di noi esseri umani. Immagina tra 500 anni, guardare indietro e trovare tutto così strano, senza senso e ridicolo. Questa idea mi affascina tantissimo. Voglio usare la tecnologia per emergere e guardare al nostro presente, al nostro mondo. Usare la tecnologia per un attivismo politico e sociale importante.

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Filippo Lorenzin: A mio avviso, uno degli aspetti più interessanti di questo progetto è far sì che un oggetto perduto proliferi generando molte copie in maniera incontrollata. È una risposta diretta agli attacchi dell’ISIS o riguarda più l’uso che l’Occidente riserva a questo genere di tecnologie?

Morehshin Allahyari: Direi entrambe le cose. Spero che le copie compensino le numerose visualizzazioni ricevute dal video che documenta la distruzione delle opere per mano dell’ISIS, ma che allo stesso rappresentino una forma di resistenza alla distruzione e alla perdita. Pensa a queste copie come a un “viralità fisica”. La propaganda dell’ISIS sfrutta molto spesso tecniche virali, utilizzando meme e Internet per ottenere la maggiore visibilità e attenzione possibili; i modelli digitali e le copie stampate in 3D potrebbero forse diventare una risposta sia digitale che fisica a tutto ciò. Più ce n’è, meglio è. Ma potrebbero anche diventare un modo metaforico e pratico di essere ricordati, di mantenere viva la storia. Una risposta al “dimenticare” o al voler far dimenticare un passato .

Filippo Lorenzin: L’aspetto delle copie in 3D mi affascina: sono semi-traslucide, e somigliano ai file originali visualizzati sul monitor. Non cercano di imitare un aspetto antico, ma al contrario si manifestano come oggetti “nuovi”. Perché hai scelto questo materiale?

Morehshin Allahyari: Ho scelto un materiale chiaro perché volevo che le memory card e le chiavette USB contenute all’interno delle opere fossero visibili, poiché il lavoro di ricerca in questo progetto, consistente nel reperire informazioni sulle opere che sono stati distrutte (quali erano originali, quali erano copie, come si chiamavano, qual era la loro storia, ecc.), è stato un processo ben più complicato di quanto potessi immaginare. La ricerca e la raccolta di queste informazioni sono divenute un aspetto talmente importante del progetto che ho voluto assicurarmi che diventassero una parte visibile e significativa della presentazione delle opere stesse. La mancanza di informazioni è stata rimpiazzata dall’accesso alla conoscenza così come le opere distrutte sono state “rimpiazzate” dalle versioni stampate in 3D. E metto “rimpiazzate” tra virgolette, perché in realtà non credo che esista un vero modo di sostituirle.

Inoltre, quelle che ho stampato in 3D sono realizzate in resine che le rendono più dense e pesante; credo forse che questo si avvicini quanto più possibile, nell’ambito delle creazioni con le stampanti 3D, alla sensazione di pietra e antichità degli oggetti originali. Ma, come hai accennato, ora sono anche manufatti nuovi: solo una ri-costruzione, una ri-produzione, un richiamo alla storia, al passato. Una capsula del tempo per il futuro, ma neanche lontanamente paragonabile agli originali.

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Filippo Lorenzin: Come hai detto prima, nel 2015 hai collaborato con l’artista e scrittore Daniel Rourke, autore del blog MachineMachine.net, alla stesura del The 3D Additivist Manifesto, una chiamata alle armi per artisti, scrittori e ingegneri per usare la stampa 3D in modi critici e radicali. Come si college a Material Speculation: ISIS?

Morehshin Allahyari and Daniel Rourke: Nell’ideare The 3D Additivist Manifesto abbiamo passato molto tempo a discutere i presupposti fondamentali della stampa 3D, e questo ci ha portati a considerare la storia e la politica della plastica, uno dei materiali più utilizzati nell’additive manufacturing. La plastica è un derivato del petrolio greggio, e molto si può dire delle questioni sociali, economiche e geo-politiche che solleva.

In Material Speculation: ISIS riecheggiano alcune di tali questioni. C’è un lungo dibattito su come i conflitti tra Occidente e Medio Oriente derivino da quel ricco liquido nero. Forse, però, una risposta più complicata alla tua domanda riguarda il potere degli oggetti stessi. La cultura umana è strettamente legata ai suoi oggetti, che si tratti di antiche icone religiose o di lussuosi articoli contemporanei appartenenti alla produzione di massa. L’ISIS ha compiuto le sue azioni di vandalismo contro quelle statue perché esse rappresentavano un insieme di interessi e realtà che volevano sopprimere. O per lo meno credevano che distruggendo quegli oggetti di fronte alle telecamere, e trasmettendo le loro azioni al mondo, stessero facendo una dichiarazione contro il passato e sul loro controllo su presente e futuro. Ciò che l’ISIS non ha capito, tuttavia, è che le idee, i valori e i principi che hanno attaccato, non erano legati ad alcun substrato materiale particolare. Le idee sono libere come le convinzioni a cui ogni persona è legata. Gli oggetti che ho selezionato per Material Speculation: ISIS sono adesso liberi di diffondersi sotto forma di 0 e di 1, ossia come file digitali. E questi file possono essere cambiati, modificati e ricostruiti in innumerevoli materiali – o persino “non-materiali” – in grado di diffondersi tra i continenti e le culture tanto facilmente quanto i video dell’ISIS.

Il potere insito in un’idea, capace com’è di trascendere l’oggetto, ci ha influenzati quando abbiamo scritto The 3D Manifesto. Attualmente stiamo esaminando le proposte che ci hanno inviato per il nostro prossimo The 3D Additivist Cookbook, ed è entusiasmante vedere come si sia liberato il potenziale della stampante 3D grazie alle idee delle persone. La stampante 3D è una tecnologia profondamente radicale perché porta l’attenzione ancora una volta sul potenziale di quelle particolari forme di incarnazione e trasporto delle idee. Le idee sono cose radicali, e la stampante 3D permette loro di diffondersi come mai in passato.

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Filippo Lorenzin: Il progetto è tutt’ora in corso. Quando pensi che sarà ultimato?

Morehshin Allahyari: Questa è la domanda più difficile a cui rispondere. Sia praticamente sia mentalmente. Attualmente sto lavorando alla modellazione 3D e alla stampa 3D di ulteriori opere e raccogliendo sempre più informazioni da includere nelle chiavette USB. Non ho intenzione di lavorare a tutte le opere che sono state distrutte dall’ISIS perché questo non è necessariamente l’obiettivo del mio progetto come opera d’arte.

Filippo Lorenzin: Avrà mai fine?

Morehshin Allahyari: Mi auguro di sì! Spero che avrà una fine. A dire la verità, mentre continuo a lavorare a queste opere, non so nemmeno più cosa significhi davvero la parola “fine”. In fin dei conti non si stanno sostituendo veramente gli oggetti storici che sono andati perduti. Non ho mai lavorato ad un progetto in grado di farmi sentire così in conflitto sulla decisione di considerarlo concluso. Ogni giorno vado avanti e indietro, ponendomi in continuazione la stessa domanda. Forse dovrei mettermi l’animo in pace con il fatto che non c’è una vera fine a questo progetto; non c’è fine all’estremismo e al nostro fallimento come culture e come uomini finché esistiamo nelle “forme” e nei “corpi” attuali.


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