La rete degli attivisti egiziani e il circuito artistico underground in Egitto hanno seguito un percorso che ricorda per molti aspetti la nascita e lo sviluppo di Reclaim the Streets, che negli anni Novanta rivendicava in Inghilterra (e poi in tutta Europa) il diritto di vivere gli spazi urbani al di fuori delle singole abitazioni per condividere idee, soluzioni e risorse.

Spazi che appartengono a tutti, che possono essere riempiti di una visione alternativa rispetto a quella proposta dal governo e dal suo sistema di controllo, fatto di divieti e limitazioni. Spazi, muri e strade che denunciano ingiustizia sociale, mancanza di democrazia, violenza contro le donne e tutto quello non va bene in un Paese fatto soprattutto di giovani.

E, naturalmente, la lotta degli attivisti egiziani rientra nell’ampio movimento Occupy: Piazza Tahrir come Zuccotti Park, Puerta del Sol e Gezi Park. Nel frattempo scopriamo che non solo rivolte e manifestazioni sono strumenti utili a combattere il sistema di potere, ma anche la street art, le performance pubbliche, le riviste satiriche, i libri e le mostre d’arte – la cultura, in una parola – hanno un’importanza cruciale.

La rivoluzione non è bastata per migliorare la vita quotidiana dei cittadini egiziani, ma è comunque servita per riaccendere il desiderio di cambiamento nella mente di molte persone. Il mutamento di mentalità si avverte soprattutto fra i giovani e nel mondo culturale, dove sembra risvegliarsi una certa vivacità di stimoli, idee e fatti.

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È vero che le istituzioni culturali legate al governo non hanno libertà di azione, è vero che le grandi gallerie e fondazioni private non sono abbastanza coraggiose per affrontare le nuove sfide lanciate dalla rivoluzione, ma è anche vero che esiste un universo parallelo di piccole gallerie e associazioni indipendenti che hanno voglia di rischiare e supportare giovani artisti in diversi campi. Pittura e scultura, ma anche grafica, video e sound art, graffiti e street art, ovunque al Cairo si avverte una certa agitazione positiva, anche se non tutti i progetti interessanti trovano la giusta visibilità.

Paradossalmente, dato che una delle conseguenze della rivoluzione e dei successivi cambiamenti socio-politici è stato il drammatico calo del turismo, ora la scena culturale e artistica egiziana si trova costretta a confrontarsi prevalentemente con un pubblico locale, giovane e interessato, e con gli stranieri residenti in Egitto. Se prima la domanda culturale si rivolgeva soprattutto alla ricca e millenaria tradizione e all’arte stereotipata da cartolina, adesso la richiesta è prevalentemente tesa alla ricerca e alla scoperta di nuovi artisti, nuovi movimenti, nuovi mezzi di espressione che siano in grado di dialogare con il resto del mondo globalizzato.

La rivoluzione del 25 gennaio 2011 ha rappresentato un’importante rottura nell’arte e nella cultura egiziane, ma alcuni problemi restano. Da un punto di vista positivo, come mi ha raccontato l’artista visivo Mina Nasr: “La rivoluzione è stata importante per l’arte, perché ha spinto molti a condividere esperienze, competenze e idee. Così la circolazione dell’arte è diventata più semplice, molti giovani sono stati attratti dalla street art e dai graffiti, hanno creato collettivi creativi e hanno iniziato a organizzare eventi. C’è una rinnovata relazione tra gente comune e artisti, arte e strada, che prima mancava completamente”.

Dalla stessa prospettiva, sebbene un po’ meno ottimista, l’artista visivo e multimediale MO AL mi ha detto: “La scena artistica in Egitto è diventata più attiva dopo la rivoluzione, ma abbiamo un serio problema nell’ambito dell’organizzazione e della curatela delle nuove mostre. Restano altre difficoltà anche nella critica dei progetti contemporanei. Per quanto riguarda il mio lavoro, preferisco esporre i miei progetti in spazi non convenzionali, non in gallerie o istituzioni, ma in garage, fabbriche abbandonate, case private ecc. Comunque, ci sono nuovi spazi per l’arte e alcuni di essi hanno relazioni interessanti con altri spazi nel mondo”.

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Forse la più importante e celebre galleria al Cairo è Mashrabia, situata nella centralissima via Champollion e fondata a metà anni Settanta. L’attuale gestione sta festeggiando il venticinquesimo anniversario con un anno ricco di eventi, come mostre, presentazioni, conferenze e dibattiti. Grazie al cambio di gestione, a partire dagli anni Novanta si è affermata come un punto di riferimento per l’arte contemporanea nella capitale, presentando artisti stranieri e promuovendo giovani talenti locali. La preferenza per i linguaggi innovativi, liberati dalla fortissima componente decorativa che ha a lungo dominato il panorama artistico egiziano, per l’originalità e la potenza delle opere, ha sempre guidato la galleria nella scelta del proprio programma espositivo. Mashrabia ospita spesso manifestazioni artistiche di diverso tipo, come concerti, spettacoli teatrali, proiezioni di film sperimentali, reading e conferenze, e promuove anche alcuni progetti che non necessariamente si svolgono all’interno della galleria.

Altro luogo chiave della scena artistica egiziana, con un occhio di riguardo per le ultime tendenze urbane, è la Townhouse Gallery. Collocata in un punto strategico in pieno Downtown, fra caffè e officine meccaniche, è nata nel 1998 come spazio dedicato all’arte, indipendente e no-profit, con l’obiettivo di rendere le diverse forme di arte contemporanea accessibili a tutti. La Townhouse cerca di sostenere la pratica artistica attraverso un programma di mostre personali e collettive, residenze per giovani artisti, borse per ricercatori e curatori, laboratori formativi, iniziative didattiche e campagne di sensibilizzazione, impegnandosi anche nella creazione di una rete locale e internazionale che riunisca professionisti del settore e semplici appassionati. Oltre alla galleria vera e propria, situata al primo piano dell’edificio principale, la Townhouse comprende anche un ampio open space di 650 metri quadrati, chiamato Rawabet e ricavato naturalmente da un ex garage, che è diventato in passato il contesto perfetto per ospitare progetti di street art, new media, video e sound art.

Insomma, qualche galleria che si occupa di nuove tendenze dell’arte c’è, come la piccola Nile Sunset Annex in Garden City, l’ambiziosa Articulate Baboon a Giza o la nuova Gypsum Gallery a Zamalek, aperta a ottobre 2013. Chiacchierando con la giovane artista libica-egiziana Marwa Benhalim, nata e cresciuta al Cairo, ho avuto la conferma che “la scena artistica sta crescendo velocemente in Egitto, specialmente dopo la rivoluzione. Il mercato dell’arte è in difficoltà, ma c’è anche una notevole produzione artistica e creativa, che riesce a trovare modi alternativi e coordinati per esporsi.

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Per esempio, alcuni festival come il D-Caf e il Cairo International Video, ma anche molti altri spazi. Insieme al D-Caf Festival, la lista dei miei posti preferiti per l’arte qui al Cairo comprende Medrar for Contemporary Art, CIC (Contemporay Image Collective), ASCII Foundation for Contemporary Art Education, Gypsum Gallery e Falaki Theater. Sono sicura che esistano altri spazi interessanti, ma sto seguendo questi con interesse e curiosità e cerco di immaginarmi la loro futura evoluzione”.

Guardando da vicino alcuni di questi luoghi del Cairo, la ASCII Foundation for Contemporary Art Education appare particolarmente importante per la sua posizione, nella periferia popolare di Ard El Lewa, ma anche per il suo ambizioso obiettivo. ASCII è un centro di ricerca per l’arte contemporanea, i nuovi media e la tecnologia, creato da Shady El Noshokaty, artista internazionale e professore all’American University al Cairo. Nell’agosto 2014 il centro ASCII ha aperto le sue porte a studenti, ricercatori e artisti, avviando le attività con una serie di laboratori intensivi su sound art, animazione, game art, web design, fotografia, graffiti e arte pubblica (in collaborazione con il collettivo Mona Lisa Brigades).

Tornando al centrale quartiere di Garden City, troviamo la Medrar for Contemporary Art, che si pone sia come collettivo non-profit sia come spazio innovativo per le arti e offre agli artisti l’opportunità di confrontarsi ampiamente e collaborare fra loro per sviluppare i loro progetti come artisti contemporanei attivi per creare un movimento più dinamico e ispirato. Medrar cerca di incoraggiare la collaborazione, più che la competizione in sé, in ambito locale e internazionale, non solo fra artisti ma anche fra istituzioni, critici e tecnologi, affinché si mettano alla prova e sperimentino con i nuovi media in un campo in continua evoluzione. Per esempio, Roznama è un concorso annuale dedicato all’arte visiva contemporanea e riservato a giovani egiziani, che incoraggia la ricerca di nuove forme e metodologie in un approccio completamente differente rispetto alle accademie e alle scuole d’arte.

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Invece, fra i festival, il D-Caf (Downtown Contemporary Arts Festival) ha avuto sicuramente un ruolo rilevante nel risveglio della vivacità culturale del Cairo, proponendosi fin dall’inizio come un evento internazionale e multidiciplinare e coinvolgendo numerosi spazi nell’affollata zona di Downtown. Musica dal vivo, teatro, danza, arti visive, cinema, nuovi media e video arte e tutto quello che appartiene al panorama contemporaneo con molti artisti provenienti dall’Egitto e dall’estero. Oltre ai teatri e ad altri luoghi convenzionali, fin dalla sua prima edizione il D-Caf ha allargato i propri confini, portando l’arte in posti insoliti, lontani dalla tradizione, come palazzi storici, vetrine, vicoli e marciapiedi, tetti e balconi, per spingere il pubblico e gli stessi performer a ripensare il loro rapporto con la città. L’ultima edizione del D-Caf si è svolta al Cairo dal 19 marzo al 9 aprile 2015, caratterizzata da un programma estremamente interessante in tutte le discipline artistiche.

Nonostante alcuni importanti elementi positivi, probabilmente legati alla notevole esplosione creativa scoppiata nel 2011 insieme alla rivoluzione, dalla fine del 2013 molti eventi artistici indipendenti sono stati costretti a ritirarsi gradualmente dagli spazi pubblici sotto la costante pressione delle autorità, che giustificano qualsiasi forma di sorveglianza, censura e repressione con il pretesto della sicurezza nazionale. L’arte pubblica, con le sue infinite possibilità di espressione e circolazione, è stata un tema caldo degli ultimi quattro anni, con un’attenzione speciale per gli spazi, il loro uso e la loro gestione.

Dal 2011, e per i successivi due anni, gli spazi pubblici sono stati il centro vitale delle attività creative al Cairo, dove artisti, collettivi, musicisti, gruppi e performer hanno goduto di una certa apertura, aiutati sia dalla (quasi) totale assenza di forze di sicurezza nelle strade sia dal desiderio di molte persone di recuperare quegli spazi.

Sfortunatamente, dagli ultimi mesi del 2013 a oggi, c’è stata una drastica inversione di tendenza a causa delle nuove politiche di controllo e di repressione da parte del governo: le forze di sicurezza sono tornate pesantemente nelle strade del Cairo. Tuttavia, una larga parte della comunità artistica sta tentando di opporsi all’attuale situazione, scegliendo di mostrare nuovi lavori anche negli spazi pubblici.

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Ironicamente, nell’articolato contesto degli spazi pubblici, è più facile conquistare maggiori margini di libertà per singoli artisti o per piccoli collettivi, mentre le grandi organizzazioni con strutture consolidate incontrano difficili ostacoli nel loro cammino, probabilmente perché sono visti come potenziali minacce per l’ordine costituito. Per esempio, il bellissimo festival itinerante e multidisciplinare El fan Midan (“L’arte in piazza”) ha tristemente chiuso la sua esperienza al Cairo a ottobre 2014 a causa dei crescenti contrasti con le autorità.

Possiamo prevedere una situazione difficile per l’arte e la cultura egiziane in un prossimo futuro, ma siamo fiduciosi che la forza e la conoscenza, acquisite durante e dopo la rivoluzione, si trasformeranno in energia positiva per affrontare i problemi. Non basteranno mere politiche governative a fermare la vitalità artistica e l’agitazione culturale in Egitto.