Ho incontrato Matteo Marangoni alla fine del 2015, a L’Aja. Il mio primo contatto con lui, e col collettivo di cui fa parte, iii (instrument inventors initiative – una piattaforma di artisti che supportano le pratiche radicali interdisciplinari a cavallo tra immagine, suono, spazio e corpo) è avvenuto in occasione di Reading Room, una serie di gruppi di lettura.

In questa serie di eventi ricercatori contemporanei, cultural theorists, e artisti, sono invitati a condividere dei testi con il pubblico, coinvolgendo i partecipanti a leggere e discutere insieme gli argomenti selezionati per l’occasione. La Reading Room mi ha dato la misura dell’interesse e della ricerca teoretici che sottendono l’attività di iii. Tra gli ospiti delle ultime sessioni: Wybo Houkes, associate professor di filosofia della scienza e della tecnologia alla University of Technology di Eindhoven, che ha discusso il testo Natural-Born Cyborgs di Andy Clark e il futuro dell’intelligenza umana, ed artisti come Jamie Allen e Will Schrimshaw, che hanno proposto letture da Friedrich Kittler, Michel Serres, Gilbert Simondon e Gilles Deleuze, focalizzandosi sul concetto di rumore come puro potenziale.

L’attività di iii (parte anche di SHAPE, piattaforma per la musica innovativa e l’arte audiovisiva in Europa) tuttavia non si limita a questo tipo di esperienze. Infatti si espande attivamente in ogni sorta di istituzioni nella città de L’Aja, da Gemak (sfortunatamente chiuso definitivamente il 4 dicembre 2015) a Stroom e Quartair, come anche nei Paesi Bassi, con esibizioni a Enschede e Vijfhuizen, e ovviamente ad Amsterdam.

iii2iii è al momento in mostra allo Stroom, con i self-made performative media prodotti da alcuni degli artisti del collettivo, e presentano una panoramica di quelle che sono le ricerche condotte all’interno di esso. La varietà dei media performativi in mostra allo Stroom va dagli strumenti percussivi fatti di zucchero creati da Wen Chin Fu, alla musica elettronica disegnata e composta live da Jeroen Uyttendaele utilizzando grafite e resistori di vario genere.

Questi due esempi mostrano come l’attività di iii sia focalizzata alla produzione di strumenti autoprodotti, all’interno di ricerche audio, visive, e performative. La modalità di produzione del collettivo dimostra il valore dell’autonomia nel campo delle arti, specialmente se messa in relazione alla tecnologia, andando oltre il semplice armeggiare con le macchine, ma dando a quelle stesse macchine ciò che potremmo definire un obiettivo ideologico. Ogni oggetto è infuso di una specifica visione del mondo, dice il presidente di iii Matteo Marangoni, ed è esattamente ciò che anima il collettivo.

La ricerca materiale si dispiega in una varietà di forme, da oggetti a performance a installazioni ambientali, secondo un approccio interdisciplinare che intende smantellare le barriere erette tra diverse discipline, barriere che riflettono la specializzazione forzata dalla divisione economica del lavoro. E’ esattamente questa divisione ad essere identificata dagli artisti di iii come il problema al cuore della deriva della produzione tecnologica come un modo per mettere l’utente all’angolo, senza lasciare possibilità alcuna di modificare o produrre strumenti esistenti per poter risolvere problemi specifici ed individuali.

iii3Ho chiesto a Matteo Marangoni di parlarmi della sua attività come artista, del suo interesse e coinvolgimento nel campo del suono, ma soprattutto del suo ruolo di artista che fa attivamente parte di un collettivo come iii.

Martina Raponi: Raccontami di iii e di come è nato. Molti degli artisti coinvolti nell’iniziativa hanno studiato precedentemente all’ArtScience Interfaculty de L’Aja. Che influenza ha questo dettaglio nella vostra attività?

Matteo Marangoni: Mi risulta più semplice raccontarti di come ci siamo incontrati durante i nostri studi, più che spiegare come ciò ci abbia condotto alla nostra attuale collaborazione. L’ArtScience Interfaculty offre un programma eccezionale che attrae persone da qualsiasi tipo di background da tutto il mondo. Nel periodo in cui eravamo studenti, una fertile chimica si è andata a creare nella composizione del corpo studentesco. iii è nato come spazio capace di mantenere e sviluppare questa combinazione sinergica di energie, e come veicolo per incanalare desideri autonomi, e per proteggerli dall’influenza coercitiva di secondi fini esterni.

In quanto giovani artisti si è sempre estremamente vulnerabili su molti livelli, e le iniziative gestite dagli artisti stessi ricoprono un ruolo molto importante nella promozione di pratiche indipendenti, ora più che mai, data la crescente tendenza da parte di enti che rivendicano di supportare la cultura per poter sfruttare gli artisti come carne da macello pubblicitaria. Abbiamo ereditato dalle generazioni precedenti il concetto incredibile di autonomia delle arti. Tuttavia, è compito di ogni generazione difendere quell’autonomia.

iii4Martina Raponi: Qual è la vostra posizione, come collettivo, nel regno delle arti? La produzione di media autoprodotti è per voi uno statement politico?

Matteo Marangoni: In quanto organizzatori in iii ci occupiamo della gestione, della curatela, della raccolta fondi, delle pubbliche relazioni, quindi ci prendiamo la responsabilità per ogni aspetto delle nostre pratiche. Controllare la nostra situazione professionale e finanziaria ci permette di avere anche più controllo sul nostro lavoro.

Quando descriviamo le nostre pratiche utilizzando un vocabolario musicale, diciamo che sviluppiamo strumenti che usiamo per comporre e per esibirci, condensando insieme i ruoli tradizionalmente separati di artigiano di strumenti, compositore, e performer. Eppure il termine “musica”, nel senso di “arte dei suoni”, è anch’esso troppo limitato. Il nostro lavoro in campo performativo intende collegarsi alla totalità dei sensi: vista, suono, spazio, corpo. In questo senso esso differisce da ciò che fa il tipico nerd della musica elettronica, ossessionato principalmente da che tipo di suono emerge da un determinato circuito o algoritmo, senza pensare a come questo lavoro si relazioni allo spazio performativo, al pubblico, o alla sua stessa presenza come performer. Per come la vedo io, durante una performance tutto fa parte del lavoro, dai cavi agli abiti che gli spettatori indossano: la stanza e il pubblico sono parte degli strumenti.

Siamo profondamente coinvolti in un approccio interdisciplinare alla creazione, che contrasta con le convenzionali forme di specializzazione. Io ho ricevuto una formazione che tocca diversi campi del sapere; nella maggior parte dei casi le possibilità offerte in forme convenzionali di educazione fungono come paraocchi che rendono le persone non ricettive verso qualsiasi cosa che si estenda oltre il campo limitato della loro formazione. C’è ancora un’ampia tendenza a concepire l’educazione, le discipline, e le professioni, attraverso categorie che provengono dalla filiera produttiva industriale, un modello totalmente anacronistico.

Siamo ispirati da un gran numero di movimenti radicali avanguardisti che hanno messo in discussione tutta quell’eredità. E’ strano pensare che la maggior parte delle idee che ancora guidano il nostro lavoro sono vecchie più di un secolo (pensa ad esempio ai Futuristi), ma se comparate alla cultura mediatica mainstream, hanno mantenuto molto del loro radicalismo iniziale. C’è una lecture che Noam Chomsky diede presso Google, in cui cita un capitolo interessante del testo fondamentale di Adam Smith sull’economia del libero mercato, in cui Smith ammette che le economie industriali instupidiscono la maggior parte delle persone, forzando i lavoratori allo svolgimento di un ridotto numero di attività ripetitive. Questo è messo in contrasto con le società tradizionali in cui le persone imparano un gran numero nozioni differenti, e sono capaci di risolvere una vasta gamma di problemi quotidiani in maniera indipendente.

Martina Raponi: Qual è il ruolo della tecnologia sull’attività di iii?

Matteo Marangoni: Penso che il nostro interesse risieda nel vecchio concetto di “uomo come costruttore di utensili”, in opposizione alla nozione contemporanea di “utente”. La parola strumento può essere fuorviante, data la sua connotazione utilitaria, ma la proliferazione di oggetti ci mostra come la tecnologia possa essere tutto fuorché utilitaria. Negli strumenti sono inscritte specifiche visioni del mondo. Se vogliamo influenzare la nostra cultura, un buon punto da cui partire è appunto la ri-progettazione degli strumenti stessis. Quando deleghiamo questo ruolo ai cosiddetti “esperti”, abdichiamo ad una responsabilità importante. Utilizzando strumenti standard si possono facilmente raggiungere dei risultati parimenti standard, vale a dire: la riconferma dello status-quo.

In iii lo sviluppo di nuovi strumenti ci permette di accedere a nuove esperienze che altrimenti ci sarebbero precluse. Dato che lavoriamo più che altro da soli, o in piccoli gruppi, gli strumenti che sviluppiamo sono molto spesso semplici. La semplicità è un aspetto importante che rende gli strumenti comprensibili alle persone che, come noi, non rientrano nella categoria di “esperti”. La maggior parte del potenziale degli strumenti convenzionali rimane inutilizzata da parte di ciascuno degli artisti coinvolti. Strumenti di successo come il pianoforte sono stati progettati per permettere un numero infinito di composizioni che possono essere create da un numero infinito di compositori. Noi sviluppiamo strumenti che sono utilizzati forse per una sola composizione da un solo artista, e a volte solamente in una specifica occasione, offrendo una nozione totalmente differente di ciò che uno strumento può essere.

iii7Martina Raponi: E nella tua ricerca personale?

Matteo Marangoni: Io sono personalmente interessato alla storia della tecnologia da una prospettiva acustica. La scienza moderna deve molto all’ottica, basti pensare all’influenza dell’ottica sulle arti visive, sull’architettura, e sulla pianificazione urbana, prima che fosse applicata all’astronomia. La scienza dell’acustica fu sviluppata molto più tardi, e ad oggi rimane un dominio per specialisti, applicato in un più piccolo, ma certamente in crescita, numero di contesti.

Sono interessato a ripensare la nostra esperienza quotidiana da una prospettiva acustica. Che tipo di strumenti ed esperienze possono permetterci di rinegoziare gli spazi che abitiamo attraverso l’ascolto e la produzione di suoni? Immagino gli strumenti che sviluppo come artefatti da una storia tecnologica alternativa in cui suono, performance, e materializzazione sono posti ad un livello eguale al campo delle tecnologie visuali, fissative ed immateriali che formano la maggior parte della nostra recente storia tecnologica e culturale.

Martina Raponi: Pensi che ci sia una linea sottile tra la presenza massiccia di tecnologia e le capacità/competenze umane? Tra i problemi che emergono dall’incontro tra uomo e tecnologia, quali pensi sia importante considerare?

Matteo Marangoni: Non penso che possiamo affatto separare gli esseri umani dalla tecnologia. Il fatto che ci siano scuole separate per studi umanistici e discipline tecniche è forse il problema più grande. Questa separazione è radicata nella nozione classicista e nociva che l’élite al potere debba dedicarsi ad attività intellettuali e teoretiche, mentre i tecnici mettono in pratica le loro visioni nel mondo materiale. Ciò è esemplificato in posti come l’IRCAM di Parigi, in cui il compositore Pierre Boulez fu capace di reclutare scuole di sviluppatori per realizzare la sua visione musicale.

Quando siamo responsabili della creazione dei nostri strumenti, allora diventiamo più consci di come quegli strumenti funzionano, e di quali effetti essi abbiano. Ovviamente non avrebbe senso reinventare la ruota in maniera individuale ed indipendente, ma essere aperti a cercare nuove soluzioni per problemi specifici ci regala una consapevolezza differente nell’utilizzo di qualsiasi tipo di tecnologia. Quindi, più che accumulare tecniche standard e vedere cosa possiamo fare con esse poi, penso che sia molto più efficace sviluppare tecniche personali che siano utili ad affrontare specifiche questioni che emergono all’interno del contesto di una ricerca personale.

Il mio lavoro è basato su un processo di prova ed errore, non so mai in anticipo cosa verrà fuori da un progetto. I risultati degli esperimenti che faccio con diversi processi e diversi materiali sono ciò che guida la mia intuizione. Quando quest’esperienza è delegata a qualcun altro, molte opportunità di apprendimento e riappropriazione vengono perse. Abbiamo così tante possibilità oggi, ciò che richiede davvero coraggio è ridimensionare le scelte e decidere di lasciar perdere ciò che gli altri pensano tu debba fare, per poter trovare il tuo personale obiettivo.

iii8Martina Raponi: Il ritorno a forme di percezione più semplici ed immediate è un obiettivo cui mirate? Che ruolo ha il suono in questo caso?

Matteo Marangoni: Siamo abituati a focalizzare i nostri sensi su un numero limitato di cose che diventano facilmente riconoscibili, sia nelle situazioni quotidiane quando svolgiamo compiti funzionali come attraversare la strada, sia con esperienze estetiche come l’ascolto di una canzone. Ma il campo di ciò che esperiamo attraverso le nostre percezioni è di certo più ampio. E’ affascinante espandere i limiti di ciò che si può percepire e riconoscere nel mondo.

Imparare ad apprezzare le qualità estetiche dei suoni come un luogo di costruzione per esempio, ci può aiutare a trovare godimento dove prima avremmo trovato solo fastidio. Trovo piacevole e sorprendente ascoltare come i suoni riecheggiano negli spazi aperti di una città, o come la scansione graduale dell’acustica di una stanza completamente buia silenziosa e riverberante possa aprire ad un modo totalmente nuovo di percepire lo spazio. Le prime scoperte scientifiche avevano a che fare con fenomeni che erano percepibili dai sensi. Il telescopio di Galileo o il prisma di Newton facevano affidamento a sensori umani. Il mondo di oggi è fondato su concetti che sono convalidati dalle macchine (pensa alla fisica teoretica o alla borsa). Ma la nostra biologia si è evoluta per avere a che fare con cose che sentiamo e con cui interagiamo, attraverso i nostri corpi. Sono interessato ad espandere i nostri sensi e i nostri corpi per poter corrispondere la varietà e la complessità delle nostre creazioni concettuali.

iii6Martina Raponi: Dimmi qualcosa riguardo una delle vostre ultime esibizioni, Beacons. Cosa è in mostra, chi sono gli artisti coinvolti, e qual è il concetto dello show?

Un paio di anni fa io, Mariska De Groot e Dieter Vandoren abbiamo iniziato a lavorare a due progetti paralleli relativi alla composizione di ambienti di suono e luce attraverso la moltiplicazione di nodi autonomi nello spazio. Mariska e Dieter hanno sviluppato Light Field Synthesis, in cui un piccolo numero di piani luminosi rotanti scatena una serie dispersa di 30 moduli fotosensibili composti di tubi al plasma di epoca sovietica ed amplificatori elettrostatici.

Nello stesso periodo Dieter ed io abbiamo sviluppato uno sciame di creature artificiali che interagiscono tra loro percependo ed emettendo luce e suono. Ogni creatura attiva l’altra, e una serie di semplici meccanismi causa delle reazioni a catena affascinanti da osservare. Questi due progetti si sono uniti nell’installazione Beacons al Tetem Kunstruimte di Enschede, un centro artistico nella parte orientale dei Paesi Bassi, che ospita un programma di mostre sui nuovi media. Beacons è una specie di ecosistema di forme di vita artificiali, diverse ma concettualmente collegate alla serie di installazioni sonore Rainforest che David Tudor iniziò a fare all’inizio degli anni Sessanta.

In Beacons è possibile camminare in uno spazio buio riempito di nebbia, in cui ci si ritrova nel mezzo di qualcosa di molto simile ad un giardino botanico od aviario, un ambiente da un’altra dimensione. E’ divertente ma anche sfidante fare qualcosa di simile alla vita utilizzando componenti elettroniche a basso costo. Stiamo ancora lavorando all’espansione del potenziale compositivo delle nostre creature.


http://iiinitiative.org/

http://iiinitiative.org/artist/matteo-marangoni/

http://www.stroom.nl/activiteiten/kleine_presentatie.php?kt_id=8596456

http://iiinitiative.org/event/cinechine-in-eye-amsterdam/

https://www.eyefilm.nl/en/exhibition/close-up-een-nieuwe-generatie-film-videokunstenaars-in-nederland-0

https://vimeo.com/86817806

https://vimeo.com/137079433

https://vimeo.com/149665162

https://vimeo.com/138447062