Laetitia Morais è un’artista visiva, professoressa e ricercatrice portoghese. Le sue opere da solista e quelle di collaborazione (attraverso i campi della conoscenza) uniscono diversi mezzi (principalmente film e installazioni), seguono i temi di osservazione e distanza e si estendono da suoni e immagini allo spazio, traducendo le idee in eventi, oggetti e ambienti. Laetitia presenta le sue opere in spazi artistici e festival di tutto il mondo.

Ogni progetto svela un processo in veste di dialogo tra opposti polari, come comparsa / sparizione, assenza / presenza e inerzia / velocità. In questi tempi stabilisce il punto di partenza per la riflessione, che poi si traduce in mostra o in un’esibizione audiovisiva dal vivo.

Lo scopo principale è di muoversi verso l’ignoto, alla ricerca dell’imprevedibile, dove vengono svelati i paradossi denunciando gli eventi storici e i racconti di fantasia.Vista l’ampia portata del lavoro di Laetitia ci concentreremo, ai fini di questo testo, sulle esibizioni dal vivo.

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Ana Carvalho: Entrambe le forze, inerzia e velocità, implicano una relazione tra due o più elementi e un punto di vista. Anche se nella composizione di un oggetto bidimensionale, come un poster o un dipinto, possono essere entrambi soltanto suggeriti, nei lavori di immagini in movimento essi sono elementi componistici. Il che ci introduce alle tue esibizioni audiovisive dal vivo e al tempo stesso al nostro testo. Relativamente all’immobilità dell’oggetto e alla qualità effimera delle immagini performative in movimento, come fanno l’inerzia e la velocità ad essere trasformate in opere che diventano oggetto di riflessione?

Laetitia Morais: L’enunciazione di concetti come l’inerzia e la velocità ha lo scopo di definire il mio lavoro come un insieme di movimenti di allocazione. L’interzia e la velocità, pur essendo i due stati opposti del movimento, possono raggiungere la stessa intensità. Cioè, sfuggendo alla vista – essendo o troppo lenti o troppo veloci per essere percepiti – la loro presenza è nascosta, che è uno stato fondamentale per la comprensione di ciò che ci circonda. La nostra personale percezione della realtà è sempre fatta di sguardi e raffiche di informazioni.

Il che significa che l’inerzia fa anche parte della velocità ed è presente in ognuno dei suoi segmenti. Convergono entrambe in molte situazioni che sono notate a malapena e sulle quali bisognerebbe riflettere. Il senso del mio lavoro è di trasmettere queste relazioni attraverso l’Arte, o sotto forma di documentazione o di rappresentazione, attraverso processi non lineari, presenti nella continuità e nella “successività”.

Ciò che intendo con questa parola è la prolungazione di un’esperienza dopo che sia veramente successa. (Come quando guardiamo le fotografie dopo un viaggio e riviviamo e ritrasformiamo il momento). La “successività” non è solo un effetto, incastrato nella sua posizione; è un granello che fa parte della materia principale. Prendendo i film come esempio, la presenza di un’immagine residua nella retina è approssimativamente di un sedicesimo di secondo, il che spiega perché i passaggi tra un fotogramma e l’altro non vengono notati.

Un film proiettato a una velocità minima di 16 fotogrammi al secondo viene percepito come una sequenza nonostante ogni fotogramma sia un’immagine a sé fissa nel tempo. Di conseguenza, la tecnologia ha portato nuovi potenziali all’uso dell’immagine in movimento e nell’elaborazione in tempo reale.

Nell’opera The Aesthetics of Disappearance, Paul Virillo afferma che “(…) le nuove possibilità offerte dalla tecnica hanno creato delle circostanze desincronizzate della crisi picnolettica e Méliès, delegando al motore il potere di infrangere la metodica serie d’istanti filmati, si è comportato come un bambino (…), rivelando la sua attrazione verso questa automazione. È infatti incredibilmente stimolante per un’artista essere in grado di improvvisare liberamente con le fonti mentre posiziona e mette  in mostra i reperti.

Questa è anche una delle ragioni principali per cui i film sono diventati così importanti come mezzo di comunicazione nel mio lavoro. Come artista visiva e performer che improvvisa per un pubblico, è importante nascondere e rivelare la presenza come fa un mago. Non essere visibili può risultare complicato come l’azione in sé, provocare simultaneamente sparizione e apparizione.

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Ana Carvalho: Sia la performance (ovvero il significato contenuto nella presenza dell’artista) sia il risultato dell’immagine proiettata, si sviluppano gradualmente nel tuo lavoro grazie alla collaborazione con altri artisti. Potresti approfondire meglio qual è il tuo obiettivo quando lavori con altri artisti e come queste collaborazioni sono espresse nell’approccio o si riflettono nelle diverse tematiche, tecnologie e risultati?

Laetitia Morais: Il successo del lavoro in collaborazione dipende dall’empatia che si crea tra gli elementi del gruppo. Il coinvolgimento nel lavoro creativo è assolutamente necessario, ed è la prima caratteristica che ricerco in una collaborazione. L’interesse per ogni collaborazione è di solito causato dall’intenzione di espandere un determinato progetto, o aggiungendo un media diverso, come musica o letteratura, o intrecciando diversi concetti o linguaggi, cosa comune quando si lavora con altri artisti visivi.

In ogni caso la collaborazione arricchisce una linea di pensiero e di conseguenza spinge i risultati verso livelli inaspettati. Spesso esiste un interesse comune nell’esplorare, più che altro uno scopo o un tema più che una nuova tecnica. L’uso dei diversi media è una scelta usata per veicolare l’espressione di un’idea e non è mai imposta.

Inoltre, grazie alla collaborazione sono in grado di comprendere che ogni parte deve avere la propria struttura che si sviluppa liberamente e in modo indipendente, verso un obiettivo comune, che può significare che ognuno userà il suo/a linguaggio. Questo significa che le regole non sono imposte e la relazione è sempre amichevole e di solito si sviluppa grazie a conversazioni molto tranquille. Per raggiungere dei risultati di qualità credo che sia indispensabile molto rispetto e altrettanta fiducia nel lavoro dell’altro.

È dai più di 7 anni che svolgo progetti in collaborazione, anche se solo occasionalmente incontri e performance. Alcuni esempi sono le collaborazioni con compositori musicali come Zavoloka e Vitor Joaquim e con la compagnia teatrale Marionet. Con loro svolgo dei live visual e mentre loro suonano o mettono in scena la loro arte, sia essa recitazione o musica. Quando lavoro con Zavoloka, che vive in Ucraina, di solito sviluppiamo le nostre idee attraverso conversazioni online e scambio di file, poi presentiamo pubblicamente i risultati senza prima fare delle prove o degli incontri, la cosa è sicuramente molto dispendiosa e richiede un completa padronanza dei nostri scopi.

Ciò che mi stimola di più di queste collaborazioni è il loro carattere performativo, che integra un criterio improvviso e inaspettato a ogni pezzo/performance. Lavorando con altre persone non controllo mai cosa succede: in quel momento la ricerca dell’intuizione sincronizzata è ciò che trovo più soddisfacente.

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Ana Carvalho: Nelle collaborazioni a lungo termine e a lunga distanza, la presenza è quasi ridotta alla sola presenza sul palco. Considerando in particolar modo il tuo lavoro con Zakolova, l’improvvisazione è un elemento della vostra collaborazione? Se è così, in che modo si collega all’esplorazione dell’ignoto e come riuscite a far emergere l’inaspettato?

Laetitia Morais: Abbiamo idee comuni ma non ci prefissiamo un risultato, nessuna di noi due sa cosa succederà effettivamente. L’inaspettato viene elaborato durante la performance, così adatto i miei valori o le mie composizioni visive all’improvvisazione di Zakolova e viceversa. Accade così spesso che durante la performance dobbiamo confrontarci per chiarire come procedere o quando finire: in questo modo esponiamo chiaramente il processo.

Spesso gli spettatori ci hanno detto che sono riusciti a cogliere quei momenti e si sono sentiti piacevolmente coinvolti nel dialogo. Tutte e due improvvisiamo e siamo legate l’una all’altra, il che genera risultati sorprendenti e notevoli per noi come autrici.

Ana Carvalho: C’è un collegamento tra le performance, per esempio nelle vostre collaborazioni, e gli oggetti come opere d’arte?

Laetitia Morais: Certo, nel modo in cui miro a rappresentare in ogni lavoro un certo tipo di emozione, sia in relazione agli altri che attraverso la materialità e i trasferimenti. Per esempio, muovendomi all’interno di aree remote, stabilizzando una relazione unica e completa con i dintorni, il mondo intangibile e trasversale a ogni concezione di realtà.

Il vuoto e il territorio ignoto, visto come natura astratta, sfidano la mente a confrontarsi con l’estraneo (in un contesto sociale dove tutto sembra diffuso e riconosciuto), e quindi, la perdita dei preconcetti, come un processo di disapprendimento, svilupperà una consapevolezza del potenziale intrinseco delle forme. La vicinanza o la distanza sono ciò che definiscono la percezione/coinvolgimento emotivo dello spettatore, modificando la sua nozione di grandezza, materiale, forma, ecc.; perciò sono la condizione della realtà e provocano incertezza.

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Questa è la ragione per cui affronto concetti come l’inerzia, la velocità e la distanza. Per quanto riguarda quelle esperienze, mi aspetto che i miei lavori, indipendentemente dal loro format, forniscano una sensazione simile di estraneità, incentivando la creazione di numerosi strati emotivi che si possono dispiegare all’infinito. Inoltre, durante una collaborazione, emergono altri criteri e i mezzi e l’estetica vengono adattati; tuttavia, deve essere sempre presente il motivo principale per cui creo un’opera d’arte, ossia trasmettere emozioni attraverso le forme.


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