Combinazioni e collaborazioni danno maggiori opportunità di creare, proprio come quando giochi più numeri al lotto e hai maggiori sono possibilità di vincere. Spesso dicono di essere originali, puoi unire due idee, perciò è logico che gli artisti fanno ricorso ai loro portfolio di interessi individuali per nutrire i loro processi artistici, una cosa di cui ne sono venuta consapevole durante la mia recente visita al The Lowry a Salford Quays vicino a Manchester, Inghilterra.

Right Here Right Now è la prima mostra di questo tipo al The Lowry, che ha luogo come digital showcase diretto dalla curatrice Lucy Dusgate e il suo gruppo. Le installazioni e i lavori in mostra combinano le arti visuali con altri campi, come ad esempio il video, il coding, l’elettronica e l’ingegneria del suono. E’ stimolante vedere una varietà di campi che si sovrappongono e come ciascun artista ha interpretato il mondo digitale in un modo estremamente originale per culminare in un quadro sinestetico di piacere.

In particolare Nikki Pugh ed Ed Carter hanno escogitato di catturare lo spirito del tempo digitale attraverso i romanzi, attraverso Colony di Pugh e Barographic di Carter. Ho deciso di evidenziare questi due lavori perché sono rimasta affascinata da come i confini dell’arte possano essere indistinti, per andare principalmente oltre l’estetica e il tocco del tessuto invisibile che ci circonda. Nei loro rispettivi stili unici, hanno preso ciò che è essenzialmente presente nell’aria che respiriamo e lo hanno trasformato in qualcosa di visibile e in un certo senso tangibile.

Questi due artisti hanno diversi interessi e ragioni per scegliere i loro metodi. Pugh si concentra sulle onde attorno a noi realizzate dall’uomo, prendendo in prestito la tecnologia esistente (GPS) per dare informazioni sul percorso dei suoi robot, mentre Carter si è concentrato sull’ambiente naturalmente presente nel The Lowry e ha tentato di produrre una manifestazione alternativa per queste scariche elettriche creando uno spartito musicale.

Ciò che hanno in comune questi artisti è il loro assoluto bisogno di collaborare, o come dice Pugh “avere una conversazione a doppio senso”. Il loro lavoro è migliorato dai contributi di altri, di architetti e codificatori nel caso di Carter, di marciatori e atleti nel caso di Pugh.

Nikki Pugh si è laureata all’università del West England, a Bristol, e nei suoi pezzi inserisce la sua passione per le passeggiate e il movimento. In Colony ha programmato le sue “creature”, due piccoli robot meccanici, utilizzando la piattaforma Arduino. L’idea consiste nell’avviare queste creature mentre si percorre un itinerario predefinito, e osservare come reagiscono all’interazione tra i segnali GPS e lo “sviluppo urbano dell’ambiente”: “Sono state ideate per essere degli strumenti, e trovo piuttosto strano vederle inserite nel contesto di una galleria e non tra le mani di una persona. Fanno parte di un progetto più ampio sull’esperienza del cammino che al momento sono in procinto di sviluppare, quindi queste sono ancora dei prototipi. La versione finale coinvolgerà circa sei persone, ognuna delle quali camminerà con una di queste creature a cui dovrà badare durante gli spostamenti nella città.” (Pugh, 2015)

Pugh nega di voler trasmettere un “messaggio” particolare attraverso le sue creature, affermando che il loro scopo è “ancora più esteso”. Sarebbero, infatti, più un “invito alla conversazione” e un “senso aggiuntivo che consente di esplorare [o] conoscere la realtà circostante in modo diverso”.

Il coinvolgimento di altri partecipanti è un elemento intrinseco del suo lavoro. Benché non siano artisti, hanno l’opportunità di fornirle un feedback in diversi momenti durante lo sviluppo del progetto. Inizierà con le “fasi del play-testing”, che vedranno i partecipanti provare un nuovo prodotto prima che sia completato:

“La vedo come una parte integrante dell’intero processo; presenterò la costruzione parziale di un oggetto come un prototipo al primo stadio, per poi invitare alcune persone a usarlo. Poi parleremo, e per me sarà molto interessante perché la loro comprensione dell’oggetto può prendere direzioni diverse, ispirando le mie mosse seguenti. E appagando la mia sete di conoscenza, perché queste persone mostreranno tutte le loro capacità e i loro punti di riferimento, senza che io li abbia necessariamente mai incontrati.” (Pugh, 2015)

Nelle fasi successive del processo i partecipanti si riuniscono dopo aver provato il prodotto finito, “valutando [l’esperienza] in conversazioni più lunghe sulle modalità di utilizzo degli spazi pubblici e su come veniamo educati a comportarci in modi diversi.”

L’artista non desidera seguire le esatte coordinate di chi utilizza questo tipo di tecnologia, concentrandosi maggiormente nel cogliere il viaggio mentale dei partecipanti, i loro sforzi, il loro progresso e la forma che prendono i loro movimenti: “Mi interessano i vari modi di seguire il progresso di una persona – sto lavorando su un altro progetto al momento in cui, invece di registrare una serie di coordinate e di segnarle su una mappa, sto facendo un dispositivo meccanico che voglio usare per comunicare la durata del viaggio e gli sforzi impiegati. Risponderà ai dati GPS trasmessi dalla persona che viaggia in bici, ma sto cercando di basarlo sulla distanza coperta o se si tratta di una salita ripida o in discesa e quelle esperienze più sensoriali anziché un inutile segnaposto su una mappa. ” (Pugh, 2015)

Quanto ai suoi pensieri sull’originalità di combinare diversi campi, risponde così: “Non sono certa di potermi descrivere come un’eclettica, ma di sicuro adoro gli ‘onnivori intellettuali’ (una frase che attribuisce a Sara Hendren – Nome utente su Twitter: @ablerism). Trovo difficile parlare di settori specifichi perché, per me, una delle cose più belle dell’essere un’artista è che è un gioco pulito e posso attingere strumenti ed ispirazione dovunque. La codificazione e l’elettronica ne fanno parte, ma Colony in particolare tesse anche i fili dai videogiochi e da aree come gli studi sulla mobilità e sul place making.

Inizialmente ho puntato sulle materie scientifiche e noto che sia queste che il lavoro che oggi svolgo si basano sul porsi domande sul mondo che mi circonda e poi fare degli esperimenti per scoprire di più. Credo che la mia pratica sia definita molto di più da un approccio all’indagine invece di particolari strumenti o materiali che potrei impiegare in progetti individuali.” (Pugh,2016)

Ed Carter, un altro appassionato di questo movimento con un particolare interesse per la trasformazione, è un musicista nel profondo del cuore che è riuscito con successo a superare i confini tra l’arte e la musica. Laureato in archeologia senza alcuna formazione né in musica né in arte, la sua vera passione nasce attraverso l’obiettivo di una webcam, che analizza una varietà di strumenti musicali, dando al suo workshop un aspetto più di aula di musica che di uno studio d’arte: “Probabilmente ho più esperienza nella composizione e creazione di musica, ma in generale suppongo di aver lavorato scrivendo musica per l’industria artistica più che per quella musicale, se bisogna proprio dividerle in industrie. Non ho mai avuto una particolare associazione con l’industria musicale, quindi molta della musica che ho creato si trova nel contesto delle arti figurative” (Carter, 2016).

Barographic è il suo contributo a Right here Right Now ed è una parte fondamentale del programma della mostra, che comprendeva un concerto con la sua partitura grafica specifica del sito il giorno 6 febbraio.

Questa partitura grafica prende spunto dalle letture della pressione atmosferica utilizzando l’architettura del Lowry come sequencer. È possibile vedere Barograph nello spazio espositivo di Right Here Right Now e i suoi meccanismi interni ci vengono così descritti: “Barographic è composto da due elementi, è un progetto di partitura grafica e una composizione basata sul processo. Un aspetto riguarda il fatto che prendo l’architettura di uno spazio e la trasformo in un sequencer per creare musica, quindi con il Lowry ho preso le forme geometriche che compongono l’architettura esterna dell’edificio e ho utilizzato le loro proporzioni per innescare il suono, quindi è un sequencer, la struttura crea i motivi della musica.

Il secondo aspetto sfrutta la pressione barometrica. Le letture della pressione atmosferica che vengono effettuate all’interno dell’edificio (al momento c’è un barometro installato nel Lowry che sta raccogliendo dati) vanno a creare grafici che utilizzo come partitura grafica. Piuttosto che una notazione tradizionale, quindi, osservo il modo in cui il si evolve il grafico e lo utilizzo per creare nuova musica. È sostanzialmente una composizione specifica del sito” (Carter, 2016).

Citando Iannis Xenakis, architetto del ventesimo secolo che ha combinato in modo eccellente musica e matematica, Carter confessa di essere affascinato dalla trasformazione: “In molto del lavoro che svolgo sono interessato a quella trasformazione e finisco con l’applicare lo stesso concetto in media diversi. C’è stato un architetto e compositore di nome Iannis Xenakis. La sua meta teoria dell’arte applicava un concetto creativo in modi diversi e media differenti, così ha utilizzato le forme matematiche nella sua architettura e nelle sue composizioni, credo sia un modo molto interessante di lavorare”.

Sia Pugh che Carter puntano allo sviluppo di modi creativi di percepire l’ambiente che li circonda, e va riconosciuta una certa fiducia nella particolarità della loro iniziativa di rinunciare a un elemento di controllo sul progetto e, di conseguenza, sul risultato finale del loro lavoro. Faccio notare a Carter che con questo metodo prima o poi si andrà per forza incontro a un fallimento, ma lui si dice in pieno controllo della situazione, ammettendo che alla base c’è comunque l’applicazione di “un’estetica” e che la strumentazione viene selezionata per “accordare il tutto”.

“Credo che per molti versi sia come la soddisfazione che si ottiene da una collaborazione in cui si è consci della presenza di un terzo fattore, che influenzerà determinati aspetti del progetto. La parte più interessante sta nello stabilire dei parametri e fissare una struttura all’interno della quale questo terzo fattore sconosciuto cadrà, di modo da delinearlo e poter porre un limite a quanto storte andranno le cose.” (Carter, 2016)

Potrebbe questo devoto dell’era digitale fare ciò che fa oggi se ci trovassimo nel secolo scorso, nell’era pre-digitale? “I principi alla base dell’approccio necessario a Barographic sono effettivamente qualcosa di applicabile anche senza l’aiuto della tecnologia digitale. Iannis Xenakis ha svolto il suo lavoro a metà del secolo scorso, creando un primissimo abbozzo di sistema computerizzato (il sistema UPIC), che produceva partiture grafiche sintetizzando quelle tracciate a mano; prima di quello tuttavia creava dei disegni a matita che poi convertiva in spartiti per musicisti attraverso l’applicazione di calcoli matematici. Non c’è ragione per cui quel calcolo matematico necessiti dell’intervento del digitale. A ogni modo avere questi mezzi a disposizione oggi mi permette di creare dei modelli 3D animati (attraverso l’uso del software open source Iannix), che rendano più facile al pubblico capire I collegamenti del progetto.” (Carter, 2016)

Right Here Right Now offre diverse prospettive sui vantaggi della collaborazione, che sia questa con altri creativi, con partecipanti coinvolti nel progetto o con un pubblico in visita che vuole semplicemente provare qualcosa di nuovo entro le mura di una galleria. Le installazioni presentate offrono un’entusiasmante panoramica dei risultati ottenuti dal mix di diverse competenze, come Pugh e Carter ci hanno dimostrato. I loro non sono che due esempi della grande quantità di stimolanti progetti fra cui avrei potuto scegliere in questa mostra.