Il mio lavoro artistico riguarda le reti nel senso più ampio del termine. Si concentra in particolare sugli spazi che intercorrono fra artisti, opere d’arte e pubblico come mezzo, sito e contesto per un’iniziazione all’arte, alla creazione e al discorso artistico. Al momento sto sviluppando un corpo di lavoro che ritengo principalmente performativo. A partire dalla cibernetica, il mio lavoro esplora le combinazioni di comportamento che possono instaurarsi fra gli spazi prima citati, sfruttando come punto di partenza i comportamenti di Roy Ascott:

Comportamento dell’artista – rituale comportamentale

Comportamento dello spettatore – innesco comportamentale

Comportamento dell’oggetto – strutture comportamentali

(Ascott, 1968, p.106)

È stato un piacere per me, come parte della mia ricerca, aprire e organizzare una conferenza, un evento di presentazione e una pubblicazione nel corso dell’ultimo anno e mezzo. “Remote Encounters: Connecting bodies, collapsing spaces and temporal ubiquity in networked performance” è stata una conferenza internazionale, arricchita da alcune performance, coordinata dall’Università del Galles del Sud.

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Nel maggio 2014, una selezione di performance e documenti della conferenza è stata pubblicata in un’edizione straordinaria del giornale sugli studi delle performance Liminalities. Sia la conferenza, che questa edizione del Journal, hanno presentato l’ampiezza della pratica interdisciplinare e transdisciplinare che può essere considerata una performance in rete. Sono stati inclusi video live, alcune performance su palcoscenico, altre in mondi virtuali o semi-reali, arti sonore e performative con l’utilizzo di tecnologie pervasive e/o portatili.

La conferenza, gli eventi e la pubblicazione hanno esplorato l’ampiezza delle networked performance attuali , dando l’opportunità ai professionisti di assemblare (di persona o via network) valori concettuali condivisi piuttosto che dei lavori definiti da media/forma/processo. Ognuno di questi obiettivi è stato raggiunto con successo e la conferenza, gli eventi e la pubblicazione sono diventati un punto di convergenza per i professionisti della nuova media art, della danza, del teatro e della musica. Questi punti e i temi emersi durante la conferenza sono stati discussi a lungo in un’edizione speciale di Liminalities, sia nell’editoriale scritto in collaborazione con Rea Dennis (Deakin University), che ha co-editato il numero, sia nei documenti inseriti nel Journal. Questo testo relativamente breve non ha lo scopo di reiterare questi punti, ma al contrario cerca di far emergere due aspetti che ho notato e su cui vorrei riflettere nella mia ricerca personale, attualmente in corso.

Primo, se durante gli eventi e nella pubblicazione si è trattato e discusso di un ampio spettro di performance, la maggior parte di ciò che è stato valutato come prestazione della rete dovrebbe essere definitivo in modo più meticoloso come performance di internet (inclusa l’abilitazione, l’assistenza, l’estensione di internet ecc.). Secondo, gli eventi e la pubblicazione sono stati sostanzialmente un esperimento della rete stessa. Se da una parte si sono rivelati essere un’opportunità per la costituzione di una rete per ogni professionista e accademico che ha dato il proprio contributo, dall’altra, per me in quanto professionista, che in questo contesto, con il ruolo di organizzatore, ha facilitato il lavoro altrui, hanno suscitato in me l’interesse nell’osservare se i professionisti, provenienti dalle discipline “tradizionalmente” separate, possano essere effettivamente interconnessi fra loro, se possa essere istituita una lingua comune o condivisa e come i temi, da loro affrontati, possano intersecarsi.

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Performance di rete e performance non-internet

L’uso di internet nella maggior parte delle performance presentate o discusse hanno dimostrato chiaramente che, da quando Internet è diventato di dominio pubblico nei primi anni Novanta, c’è stata un’esplosione nella sua applicazione artistica, come mezzo, come nuovo “sito” e come contesto per la pratica creativa. Internet, tuttavia, ha camuffato molti altri aspetti dei network, per lo più ha assorbito del tutto la loro storia come strumento per il suo obiettivo, quale forma multimediale post-moderna, e sebbene i suoi vantaggi siano molti, ha avuto un’influenza negativa in una filosofia più ampia di network. Ciò che risultava essere deludente da vedere e da sentire attraverso gli eventi e la pubblicazione è stato l’uso intercambiabile dei termini Internet e rete.

In questo caso si può fare un parallelo con i seguenti termini, che spesso vengono utilizzati in modo interscambiabile: Internet e World Wide Web. In molti casi la confusione che si crea con questi due termini non risulta essere un problema. Tuttavia quando si considera una forma di performance la cui essenza stessa consiste nelle reti, è inutile dire che la distinzione tra i due dovrebbe essere chiara: il primo è un sistema di reti informatiche, che si affidano a un protocollo TCP/IP; il secondo è un sottoinsieme della rete che utilizza il protocollo HTTP. Proprio perché il World Wide Web non è Internet, Internet non è l’unico network, ma è uno dei 355 che si affidano alle tecnologie digitali. In sostanza, le reti sono sistemi con parti “connesse” e quindi ha sorpreso non accogliere o discutere più pratiche che concepissero questa visione più ampia e a lungo termine.

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Ciò non vuol dire che l’unica pratica presente agli eventi e nelle riviste ha interpretato esibizioni connesse come esibizioni in Internet. In particolare, l’esibizione It’s not You, It’s Us di Cassandra Tytler e l’articolo Starting Subjectivity: Neuroscience, Embodiment and the Virtual di Kate Genevieve hanno fatto ricorso a strategie di opposte connessioni, in entrambi i casi la tecnologia con il performer e la mediazione dal vivo, come fosse la loro rete a indurre a un comportamento, nonché l’esibizione in corso. In più, alcuni lavori, quali l’opera di Stahl Stenslie, sono stati spogliati del tutto dall’uso odierno di Internet come un’esperienza basata su schermo, mentre altri articoli come From “Autographic” to “Allographic”: Poliferating the Visually Ebodied Self di Elif Ayiter hanno affrontato questioni che superano tutte le considerazioni sulla connessione.

Questo non va confuso con un urlo di protesta per un’arte o esibizione post Internet, perché non lo è. Il post Internet è solo il riconoscimento del nostro vivere in un’era di Internet in quanto rete digitale globale. Per molti versi, è un passo verso un ritorno a quella visione più ampia e a lungo termine di reti associate alla cibernetica prima dell’esistenza di Internet. Invece, per gli artisti è un richiamo a sfruttare la grandezza delle reti, a esplorare ciò che può essere connesso, alle relazioni che possono emergere tra ciò che è connesso e al comportamento che esse generano. Che scegliate di chiamarvi Artisti Cibernetici o Artisti Post Internet, è irrilevante, ciò che conta qui è muoversi oltre l’ossessione di un’unica tecnologia. È il nuovo formalismo.

Un esperimento di networking

Secondo il mio punto di vista, la conferenza, la performance e, in minor parte, la rivista sono stati un esperimento in rete. I comportamenti di Ascott, ovvero il rituale comportamentale, l’innesco comportamentale e le strutture comportamentali (Ascott, 1968, p.106), che riguardano la relazione fra artista, spettatore (pubblico o lettore) e oggetto (in modo particolare un’opera d’arte), erano presi in considerazione nel momento in cui si concepiva un evento o pubblicazione.

Quest’ultima fornirebbe un ambiente comportamentale che contiene e facilita gli eventi. È possibile che gli artisti, ballerini, attori, musicisti e accademici abbiano una rete di contatti fra loro? È possibile che trovino caratteristiche in comune fra le loro attività? La loro terminologia e i loro punti di riferimento sarebbero simili o condividerebbero alcune caratteristiche? Che cosa succederebbe una volta completi? I partecipanti ritornerebbero a una pratica definita di media/forma/processo o la rete di contatti si svilupperebbe in iniziative di collaborazione interdisciplinari e transdisciplinari?

Sebbene sia ancora presto per discutere sulle collaborazioni in corso o sul loro eventuale successo, gli eventi e la pubblicazione giornalistica forniscono segnali incoraggianti in questa direzione. Durante la conferenza e le performance gli stessi o simili riferimenti e temi sono stati presentati sia sulla carta che durante le esibizioni stesse. Molti temi come l’identità e l’incarnazione hanno portato a una lunga serie di domande e risposte dopo le presentazioni e rappresentazioni; queste ultime hanno fornito spesso diverse interpretazioni dei temi e sono state al centro di molte discussioni durante le due giornate. Dove la terminologia e i riferimenti erano troppo specialistici, radicati in un tipo particolare di attività, venivano notati, recepiti come un’altra prospettiva da cui considerare un problema e spesso i partecipanti contribuivano con termini comparativi o esempi di chiarificazione.

L’indicazione più chiara del potenziale collaborativo o quantomeno un segno dell’interesse interdisciplinare/transdisciplinare si è riscontrato in un articolo della rivista. Elena Pérez, presente alla conferenza e alla performance, ha incontrato Annie Abrahams e Paula Crutchlow (che ha recitato con Helen Varley Jamieson) dopo aver assistito alle performance e discusso con loro del lavoro, si è rivolta agli editori e ha proposto un saggio comparativo relativo alle performance.

Il saggio Meaningful connections: Exploring the uses of Telematic Technology in Performance fornisce una diversità di prospettive delle performance in rete tra artisti e autori. In sostanza il giornale ha dimostrato che la rete di contatti alla conferenza ha avuto successo, che l’ambiente era sufficientemente non opprimente per sostenere il comportamento non solo per e fra i partecipanti che presentavano le proprie pubblicazioni e proponevano una performance, ma anche per il pubblico. Durante la conferenza, il pubblico ha spesso partecipato con dibattiti. È stato particolarmente gratificante che uno dei presenti abbia oltrepassato il confine tra i ruoli ed esaminato in modo critico due performance in un articolo per il giornale.

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Conclusione

Entrambi i punti sollevati sopra, ovvero il problema della terminologia e il successo del networking, sembrano strettamente connessi. Il problema della terminologia è infatti più probabilmente frutto dei professionisti del networking che tradizionalmente provengono da una pratica molto diversa, influenzata da media, forme e processi. Discutendo, negoziando e sviluppando esperimenti ed errori terminologici condivisi, è probabile che le occorrenze siano frequenti e sembra che sia proprio questo il caso, in riferimento alla confusione terminologica. Il successo del networking tuttavia ha dimostrato l’efficacia dell’ambiente e la capacità (desiderio ed entusiasmo) dei partecipanti e del pubblico di superare le limitazioni terminologiche e lavorative verso lo sviluppo di una performance collegata nel suo insieme, anche se questo ha significato compiere per breve tempo alcuni piccoli sacrifici all’interno della comunicazione. Eventi e pubblicazioni come questi dovrebbero essere considerati come un primo passo nell’avvio di un dibattito interdisciplinare/transdisciplinare, sperando che non siano gli ultimi.

Liminalities issue 10.1 è stato redatto grazie ai risultati della conferenza internazionale Remote Encounters: Connecting Bodies, Collapsing Spaces and Temporal Ubiquity in Networked Performance. Il trattato è disponibile online su: http://liminalities.net/10-1/.


Riferimenti

Ascott, R., (1968). The cybernetic stance: my process and purpose. Leonardo, [rivista online] 1 (2), pp.105-112. Disponibile tramite: JSTOR <http://www.jstor.org/stable/1571947> [Consultato l’11 maggio 2014].

Ayiter, E., (2014). From ‘Autographic’ to ‘Allographic’: Proliferating the Visually Embodied Self. Liminalities, [rivista online] 10 (1). Disponibile sul sito di Liminalities <http://liminalities.net/10-1/autographic-to-allographic.html> [Consultato il 5 giugno 2014].

Pérez, E., (2014). Meaningful connections: Exploring the uses of Telematic Technology in Performance. Liminalities, [rivista online] 10 (1). Disponibile sul sito di Liminalities <http://liminalities.net/10-1/meaningful-connections.html> [Consultato il 6 giugno 2014].

Stenslie, S., (2014). Towards Telehaptic Performativity. All’interno di: Remote Encounters: Connecting bodies, collapsing spaces and temporal ubiquity in networked performance, Cardiff, Galles 11-12 aprile 2013. Cardiff: Remote Encounters.

Tytler, C. (2013). It’s Not You, It’s Us. All’interno di: Remote Encounters: Connecting bodies, collapsing spaces and temporal ubiquity in networked performance, Cardiff, Galles 11-12 aprile 2013. Cardiff: Remote Encounters.