Rechenzentrum, centro di elaborazione dati. Nome francamente più azzeccato per un collettivo di sperimentazione elettronica audiovisiva non ci potrebbe essere, con quel tocco teutonico sempre ricco di fascino per noi italiani e non solo. Tutti coloro che operano e si interessano al mondo dell’arte digitale, hanno imparato e conoscere e apprezzare questo trio berlinese che dall’ormai lontano 1997 ha compiuto molta strada, agendo spesso da pioniere e spartiacque a cavallo tra video arte e musica elettronica, al punto da essere oggi tra i primi a venire sommessamente accusati di avere raggiunto quella sorta di plateaux creativo che ha sempre più spesso i connotati dell’inerzia, o della semplice mancanza di stimoli.

Perché sarebbe stupido e pericoloso non ammettere che la giovane disciplina dell’elettronica audiovisiva sembra sempre più spesso mostrare la corda, in termini creativi, in rapporto a una crescente produzione artistica e a un livellamento tecnico generale. Marc Weiser , musiche e programmazioni, e Lillevan , video e loop, sono quindi profondamente consapevoli di ciò che li circonda, di come si sia arrivati in pochissimo tempo alla necessità di una svolta, o di una profonda presa di coscienza artistica, forse analoga a quella che li spinse a scrivere quel documento programmatico dell’integrazione audiovisiva che ha rappresentato un dogma per molti giovani artisti che seguirono negli anni.

INTERVISTA CON I RECHENZENTRUM

– Avete scritto che vi considerate alla stregua di una vera band che si esprime mediante elementi audiovisivi, dando la stessa importanza quindi alle componenti visive e a quelle sonore, portandole su un unico livello, trattando la musica con un approccio visuale e i video come uno strumento musicale. Ma come traducete in pratica questo concetto e questo approccio? Come è possibile capire questo dalle vostre performance?

Rechenzentrum: Beh, noi abbiamo scritto un manifesto su quello che è il nostro pensiero della sperimentazione elettronica audiovisiva. Nei primi anni ’90 c’erano molti club che iniziavano a presentare, al fianco dei loro dj, dei video; e lo stesso valeva all’interno dei festival. Si è reso presto necessario scrivere un manifesto che traducesse il nostro approccio a questo lavoro, che spiegasse chiaramente che per noi è importante che la musica e le immagini camminino insieme, creando un unico evento che non può essere ripetuto, come una sorta di improvvisazione in cui la componente visuale è sempre allo stesso livello della musica e del ritmo. Senza in questo controllare come possa reagire il pubblico, ma lasciando scorrere il tutto con estrema naturalezza. Non c’è una componente tecnica eccessiva nel nostro lavoro come molti credono, c’è molta componente umana, molta improvvisazione, molta visione comune delle cose. Dal vivo ognuno di noi non sa cosa sta facendo l’altro; improvvisiamo sulla base di ciò che sta accadendo sul palco in quel momento. Sulla base delle nostre emozioni

-C’è molta improvvisazione quindi nel vostro lavoro e nei vostri show

Rechenzentrum: Sicuramente il live ha una componente di indeterminatezza molto forte, anche se abbiamo cose preparate molto complesse; con un computer a disposizione possiamo scegliere cose già preparate in studio, mixarli nella maniera più opportuna, cambiare solo dei parametri e modificare le ritmiche o gli effetti. Non ci sono forti sincronismi tra audio e video, pensiamo che non ci sia niente di più noioso della sincronizzazione; è come una presentazione di un lavoro, non c’è nessuna componente dal vivo, è tutto bello e perfetto ma non c’è improvvisazione e umanità in questi show. Guarda un’esibizione degli Skoltz Kolgen e capirai cosa intendiamo dire.

– Come vi rapportate con il crescente e spesso frenetico approccio high-tech alla sperimentazione digitale audio-video?

Dobbiamo ammettere che la nostra ricerca spinge in una direzione diversa da quella iper-tecnologica che caratterizza la maggior parte delle sperimentazioni moderne, diversa l’attenzione dalla ricerca tecnica o dalla realizzazione sincronica del lavoro. Il nostro scopo, ciò che ci piace fare realmente, è una versione umana dell’audiovisivo elettronico. Ci interessa scegliere la direzione verso la quale lavorare in modo autonomo, non quella che ci consigliano la Sony o la Pioneer o le grandi ditte di produzione di software e supporti. Quindi anche per questo il Dvd è un supporto che non ci interessa. Nei prossimi dieci anni sarà tutto nuovamente diverso, sia per i supporti audio che per quelli video, nonché per quelli di riproduzione, senza dimenticare tutto quello che si potrà fare scaricando i contenuti dalla rete e rendendoli disponibili su diversi supporti come cellulari o palmari, a velocità crescenti. In questo senso si rischia la sovrapproduzione di contenuti; musicisti e video artisti dovranno stare attenti nel senso che tutti questi supporti richiederanno contenuti, sempre di più e sempre più spesso, tendendo a sminuire e ridurre l’importanza e l’impatto del proprio lavoro. E’ importante tenere sempre presente cosa si sta facendo in quanto artisti.

– Non pensate che, proprio per il vostro ruolo di artisti, sia importante avere anche un approccio al proprio lavoro in termini di comunicazione oltre che un impatto esclusivamente estetico ed emotivo?

Sicuramente come artista tendi a lavorare su differenti livelli; io (Lillevan) scelgo le immagini per differenti motivi, sia perché sono belle ma anche perché comunicano un certo stato d’animo. La pura estetica non è sufficiente, bisogna cercare una narrativa, anche essendo astratti, proprio perché “astratto” significa cercare l’essenza delle cose. Con il suono è lo stesso, non è più difficile e non penso che l’impatto sia meno diretto rispetto ai visual.