È ben noto come in tempi recenti i cari vecchi vinili, oltre a non essere affatto scomparsi, siano cresciuti in popolarità e abbiano fatto presa sulle nuove generazioni, diventando veri e propri oggetti di culto.

Per fare un esempio, basti pensare al successo della serie tv Vinyl, creata e prodotta da star del calibro di Mick Jagger e Martin Scorsese, nella quale si narrano le vicende di un’etichetta indipendente nella New York del 1973. La serie è solo uno dei segnali di una tendenza che riserva al vinile un posto molto speciale nel panorama musicale contemporaneo

In ogni caso, se la serie Vinyl è stata fortemente influenzata da un sentimento di nostalgia verso il passato della musica, l’aspetto pratico della rinascita del vinile non ha a che fare con i rimpianti per un’epoca d’oro ormai passata, quanto piuttosto con la volontà di creare un metodo alternativo di vivere l’esperienza musicale al tempo del digitale. Certo, non v’è dubbio che il legame con il vinile sia comunque fortemente collegato al passato dell’oggetto in questione.

Ma il fascino immutato del vinile non è solo una questione nostalgica, bensì qualcosa che ha a che fare con le nuove pratiche, i nuovi rituali e l’immaginario creati attorno a questo oggetto speciale, avente, in parte, il ruolo di “antagonista” nel processo di dematerializzazione della musica digitale. Così, il vinile è ancora qui a incoraggiare la nostra voglia di un modo diverso di vivere la musica, qualcosa di alternativo a quello che ci viene attualmente proposto dalle tecnologie digitali, dai network e dalle varie piattaforme.

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In sintesi, è per tutto questo che amiamo i vinili, secondo i miei due colleghi sociologi della cultura Dominique Bartmanski e Ian Woodward, autori del libro “Vinyl: the Analogue Record in the Digital Age” (Bloomsbury 2015).

Si tratta di una lettura molto interessante incentrata sui dischi in vinile, il loro significato e il loro uso, e unisce insieme riflessioni accademiche a una serie di narrazioni provenienti da artisti e amanti del genere su ciò che rende il vinile così speciale nell’era digitale presente.

A un attento esame, il percorso dei vinili all’interno della società moderna ci rivela l’esistenza di un sentiero alquanto singolare. Da una parte, il ritorno del disco in vinile potrebbe risultare sorprendente e addirittura sbalorditivo: mentre la nostra vita si avvicina sempre più a un’infrastruttura digitale costellata da lettori mp3, dispositivi streaming e wireless, smartphone, cloud drive e applicazioni, l’attaccamento a questo formato musicale così antico, oneroso, ingombrante e fragile potrebbe davvero risultare piuttosto strambo.

Dall’altra parte, invece, tale contrasto è proprio una delle ragioni principali di una simile devozione nei confronti di questo oggetto circolare (solitamente) nero e lucido: più la nostra relazione con la musica viene mediata, aggrovigliata e complicata da una struttura digitale praticamente smaterializzata, più siamo in grado di apprezzare la materialità concreta e la ritualità intrinseca dei dischi in vinile come qualcosa capace di produrre significati nuovi, valori ed emozioni all’interno della nostra esperienza – e ascolto – musicali.

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Come scrivono gli stessi Bartmanski e Woodward, creare, avere e ascoltare i vinili è: “Un mezzo per conservare la possibilità di un’esperienza fisica irriducibile. Invece di simboleggiare un conservazionismo istintivo, il ritorno del disco in vinile è indice di una resistenza al progresso basata sull’idea di una lineare catena di sostituzione”.

Ciò significa rifiutare il modello musicale offerto dai media digitali e dall’innovazione tecnologica aziendale, in quanto mezzo essenziale per vivere le registrazioni musicali dei giorni nostri. Sebbene, da un lato, il vinile possa essere visto come un portatore neutrale e trasparente di un contenuto sonico, è piuttosto un generatore attivo di esperienze musicali, un totem che organizza in un modo specifico e alternativo, spazi, culture, valori e rituali attorno alla produzione e all’ascolto della musica.

Questa interpretazione del vinile viene sviluppata nel libro, principalmente attraverso una serie di interviste fatte ad artisti di musica elettronica, dj, produttori e negozianti, che appartengono, in particolare, alla scena musicale elettronica di Berlino (come ad esempio Robert Henke (aka Monolake), Nikolaus Schäfer dello store Rotation Boutique di Berlino, Wolfang Voigt di Kompakt Record), con l’aggiunta di altri riferimenti che provengono da scritti e biografie di musicisti molto conosciuti come Dj Spooky, Dj Shadow and Morrisey.

Nel libro, il mondo del vinile viene presentato attraverso dimensioni diverse, che lo rendono speciale e unico nel panorama dei formati musicali. Un capitolo è dedicato, ad esempio, al lavoro di mastering, taglio delle sagome e stampa delle copie. Qui possiamo leggere dell’esperienza di Robert Henke e Andreas Lubich da Dabplates & Mastering e Calyx Mastering a Berlino, che spiegano come mai: “Il procedimento del taglio di un disco non è una conversione una per una da un mezzo digitale ad un altro”, ma è piuttosto un procedimento artistico e artigianale, che coinvolge il gusto e la sensibilità tecnica.

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Altre parti del libro riflettono sull’importanza del vinile in quanto prodotto, facendo quindi soprattutto riferimento ai negozi dell’usato e ai collezionisti di musica, e di come lo stato di rarità dei dischi in vinile ha contribuito alla crescita del loro valore sociale. E anche focalizzandosi sulla comunità relativamente piccola dei collezionisti di hard-core in vinile, sarebbe riduttivo per comprendere l’attaccamento molto diversificato e ampio nei confronti del vinile.

Possedere e ascoltare dischi in vinile, infatti, piuttosto che file digitali, implica una relazione totalmente diversa tra musica e artefatto, essendo un oggetto materiale che raccoglie in sé non solo musica ma anche ricordi, abilità ed esperienze. Come affermano i due teorici, il revival del disco in vinile è prima di tutto e principalmente una questione di: “Riscoperta di impegno, sensualità, freschezza, cura, ritualità, rarità ed esperienza uditiva specifica”.

La ragione principale per cui l’odierno ritorno al vinile non è solo una questione nostalgica, la fornisce l’idea centrale del libro: i dischi in vinile non sono un ritorno al postmodernismo, perché sono loro stessi prodotti sociali e culturali di questa era digitale. La digitalizzazione musicale, iniziata nel 1982 con il compact disc, è stata una delle maggiori cause della morte dei dischi in vinile nei primi anni ’90.

In maniera più incisiva, la crescita di infrastrutture musicali digitali con file mp3, iPod e piattaforme streaming hanno rappresentato il punto di partenza per una sorta di controreazione, che ha portato alla ricerca di una relazione con l’esperienza musicale e uditiva materialmente più incorporata/incatenata e maggiormente presente a livello fisico.

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Da questa prospettiva, il processo di riconfigurazione del vinile in un’icona contemporanea di autenticità musicale, potrebbe essere vista come una sorta di sottoprodotto o come una “conseguenza non intenzionale” dell’infrastruttura digitale che oggi regola le tendenze dominanti dell’industria musicale.

Perciò, in quanto prodotto della musica digitalizzata, il ruolo rinnovato dei vinili può rappresentare tutto tranne che uno sguardo nostalgico e sentimentale verso il passato. Piuttosto, sembra uno sguardo al futuro, visto che, come gli autori ci avvertono ella fine del libro, sembra infatti che: “Per quanto riguarda l’ascolto di musica, il vinile è tornato per restare e il digitale dovrà conviverci”.


http://www.bloomsbury.com/uk/vinyl-9780857857316/