La Domino Records, etichetta inglese di primissimo piano, ha appena pubblicato un doppio album che raccoglie alcuni fra i migliori remix della sua ampia discografia. Un’operazione sicuramente vincente, dato che vede grandi nomi del clubbing mondiale (alcuni famosissimi “veterani”, altri  giovani sulla cresta dell’onda) alle prese con brani di band altrettanto rilevanti.

Il titolo della compilation riprende la traccia di apertura dell’ultimo disco degli Hot Chip, In Our Heads. L’aspetto veramente interessante di questo progetto, oltre al piacere di riascoltare questi ottimi pezzi in una veste insolita, è la possibilità di dare a essi una direzione comune, assolutamente dancefloor oriented, nonostante le forti differenze di genere e stile.

È evidente che la musica popular contemporanea è sempre più contaminata. Ormai da qualche decennio generi e stili si moltiplicano e si confondono, le chitarre e gli amplificatori si sposano con i sintetizzatori analogici e digitali o con i virtual instruments. Non c’è più il rock che è solo rock, il cantautore non è più semplicemente “chitarra e voce” e in discoteca si balla di tutto.

Il remix, in fondo, altro non è se non una pratica fondamentale di sconfinamento tra generi, una modalità di re-interpretazione testuale che declina il brano musicale secondo precise esigenze di fruizione. Nel panorama attuale il remix è diventato una vera e propria forma d’arte musicale in grado di espandere potenzialmente all’infinito la forza espressiva di un brano, trasformandolo in qualcosa di completamente diverso sia nel significante che nel significato, e prima di tutto nel genere. L’elemento vincente del remix è proprio il tipo di intervento: il produttore interviene direttamente sulla materia originale (le singole tracce), riavviando così le dinamiche testuali. Ecco perché può definirsi un atto creativo (o meglio, ri-creativo). Chi remixa non è l’autore (almeno non solitamente), eppure si assume il potere di manipolare la materia originale del brano prescelto a suo piacimento.

In alcuni episodi di questa compilation l’operazione diventa quasi audace: i paladini della musica “alternativa” si prestano alle esigenze dell’elettronica d’intrattenimento, lasciando scoprire un insospettabile (in certi casi) potenziale nottambulo. A dimostrazione, come si diceva, che le interferenze tra musica da ascolto e musica da ballo sono sempre più strette (lo si può notare anche dallo sfruttamento degli spazi: sempre più spesso andiamo a concerti rock nelle discoteche e a dj-set nei teatri).

Motion Sickness spegne il sole e fa calare la notte, chiedendoci di dimenticare le versioni originali dei brani per apprezzarli in una nuova veste, con strutture stravolte ed equilibri rovesciati. L’onore di aprire la compilation spetta alla giovane band canadese Austra. Lo scuro e raffinato retro synth-pop della loro Beat and Pulse viene completamente trasformato da Still Going: cassa dritta ed eliminazione di tutti gli elementi della forma-canzone. Se per uno come Tricky, la cui Time to Dance è remixata dalla giovane Maya Jane Coles, non è strano passare dal dancefloor, è invece una novità assoluta per la cantautrice Juana Molina, che sente la sua Un Dia nell’insolita veste techno creata da Reboot.

Molto interessante l’incontro fra Junior Boys e Carl Craig: l’elettronica indie di Like a Child viene sottoposta a un processo di decostruzione, diventando una lunga traccia minimal techno di oltre dieci minuti, che toglie qualsiasi appiglio all’ascoltatore eppure lo ipnotizza. Anche Matthew Dear si lascia prendere la mano e dilata Optimo dei Liquid Liquid oltre gli undici minuti, riuscendo a sottolineare le caratteristiche del brano con una grande varietà sonora e un tappeto ritmico serrato.

Ma l’esperimento più riuscito del primo disco è il remix di Night and Day degli Hot Chip: la base dance e il groove appiccicoso della versione originale vengono esaltati dal tocco elegante e misterioso di Daphni, che sceglie di evidenziare soprattutto alcune parti strumentali e la natura sentimentale del brano.

Il secondo disco è forse più “coraggioso” e si addentra nelle ore centrali della notte, quelle in cui può succedere di tutto. Per esempio che i Justice stravolgano The Fallen dei Franz Ferdinand, smontandola in piccolissimi frammenti e rimontandola alla loro maniera, sfacciata e irresistibile. Dello stesso sapore anche il remix di Cheap & Cheerful dei Kills ad opera di SebastiAn, altro nome di punta dell’ondata French house.

Nella parte centrale il mood elettrofunk diventa protagonista grazie al remix di Marina Gasolina dei Bonde Do Role realizzato da Fake Blood e alla notevole rilettura di Summertime Clothes degli Animal Collective da parte di Dam Funk, che imprime una sferzata di energia alla psichedelia indietronica della band statunitense. Elegante, come sempre, il tocco di Jon Hopkins alle prese con il delicato brano indie-folk Woozy With Cider di James Yorkston & Athletes, mentre diventa straniante e vagamente inquietante il mondo sonoro costruito da Balam Acab intorno a Kimmie in The Rice Field dei Twin Sister.

In sintesi, avendo a disposizione una vasta serie di remix dalla quale attingere, la Domino è riuscita a scegliere le venti tracce forse più adeguate per svelare la propria tendenza clubbing. Se è vero che in certi casi si rischia di cadere nella banalità e nello stereotipo, oppure di perdere nettamente il confronto con la versione originale, è altrettanto vero che l’efficacia di altri riscatta la bontà dell’operazione. Non sarà un doppio album da ascoltare tutto d’un fiato, ma rappresenta sicuramente  un buon repertorio di singoli che i dj più attenti sapranno sfruttare al meglio. Chissà se alla prossima occasione toccherà alle canzoni di Arctic Monkeys, Anna Calvi, Cass McCombs o addirittura Robert Wyatt?


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