Casco - Utrecht
14 /11 / 2014 – 25 / 01 / 2015

Casco – Office for Art, Design and Theory presenta due importanti serie di opere recentemente commissionate agli artisti Melanie Gilligan e The Otolith Group.

Gilligan espone i primi episodi di una mini serie di fantascienza basata sull’idea di una tecnologia che crea dipendenza, che altera la soggettività e quindi causa trasformazioni sociali. The Otolith Group presenta un nuovo nucleo di film e istallazioni che immaginano alcuni episodi tratti dal Promethean project of mid-20th-century Pan-Africanism. Entrambe le mostre rientrano fra le linee guida del programma 2013-2015 di Casco, “Composing the Commons”.

Melanie Gilligan: The Common Sense, Phase 1

Il progetto finora più esteso di Melanie Gilligan, The Common Sense, prende forma da una mini serie di fantascienza che studia come le menti, i corpi e le relazioni internazionali nell’era del capitalismo siano modellate dagli sviluppi tecnologici. Questa narrativa sperimentale racconta una storia basata su una tecnologia futura, che permette di sperimentare direttamente le sensazioni fisiche e le emozioni di un’altra persona, un sistema che diventa largamente utilizzato, tanto da alterare le interazioni sociali fino alla loro rottura, e che quindi apre diverse alternative narrative.

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Gilligan fa ricorso a una tradizione fantascientifica femminista che comprende le opere delle scrittrici Octavia E. Butler e Ursula K. LeGuin, che vedevano nella fantascienza uno strumento di critica dell’ordine sociale e di proposta di una diversa visione. Inoltre, la storia è influenzata dai recenti movimenti sociali e dalle rivolte esplose in tutto il mondo, in risposta alla “crisi permanente” del capitalismo. Gilligan esplora la complessa relazione tra lo sviluppo tecnologico sostenuto dall’accumulazione capitalista e la maniera in cui le relazioni interpersonali e le emozioni vengono strumentalizzate in questo processo. Tuttavia, l’artista lascia comunque spazio all’incertezza relativa alle possibilità di nuove condizioni create dal cambiamento tecnologico.

Questa serie è la prima commissione congiunta di tre istituzioni olandesi per una singola opera d’arte. Quest’inverno verrà presentata in sequenza in mostre sovrapposte, con diversi episodi: il primo a Casco – Office for Art, Design and Theory di Utrecht, poi al De Hallen Haarlem (inaugurazione: 13 dicembre) e al de Appel arts centre di Amsterdam (inaugurazione: 23 gennaio 2015), proponendo così di ammirare l’intera opera attraverso un’esperienza in movimento. The Common Sense è stato girato ad Amsterdam, Utrecht e Toronto.

The Otolith Group: In the Year of the Quiet Sun

La prima mostra personale in Olanda di The Otolith Group propone alcuni episodi tratti dal grande progetto del Panafricanismo della metà del XX secolo. Immaginato come una totale liberazione del continente africano dagli imperi europei, il progetto si concentra su un piccolo manufatto, il francobollo, emesso per commemorare l’indipendenza delle nazioni africane. In the Year of the Quiet Sun comprende tre nuove opere principali: un film, la Incomplete Timeline Of Independence Stamps, e un’istallazione dedicata alla prima decada della controversa rivista Transition pubblicata a Kampala nel 1961.

Il saggio cinematografico post-lens In the Year of the Quiet Sun, che è anche il titolo della mostra, analizza il ruolo della Ghana Philatelic Agency. Questa misteriosa compagnia di Wall Street ha creato l’estetica Pop Panafricana associata allo stato indipendente del Ghana dal 1957 fino al rovesciamento del primo governo con a capo Kwame Nkrumah, nel 1966. Mettendo in relazione il sistema postale che rappresentava le politiche antagoniste dei nuovi stati indipendenti con la formazione del Movimento dei paesi non allineati all’interno dell’instabile contesto della Guerra Fredda globale, il titolo fa riferimento anche alla diminuzione della temperatura della superficie solare, che avviene ogni 11 anni.

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L’installazione Statecraft, che occupa due sale del nuovo spazio offerto da Casco, immagina il secolo breve della decolonizzazione come un calendario politico ricostruito attraverso la storia del francobollo. Questi manufatti della cultura di massa sono stati emessi per commemorare l’indipendenza delle nuove nazioni africane, dalla Liberia nel 1847 al Sudan del Sud nel 2011. La formazione rivela l’iconografia dell’indipendenza come una combinazione di Pop Art Panafricana, il nuovo culto elisabettiano della personalità e la ritrattistica del Realismo Sociale.

L’istallazione One Out of Many Afrophilias mostra il primo decennio della controversa rivista Transition, fondata a Kampala, in Uganda nel 1961 dal poeta ed editore Rajat Neogy. Sin dall’inizio Transition si è posta come piattaforma per la letteratura d’avanguardia africana. Inoltre, qui si è sviluppato un intenso dibattito relativo alla direzione delle culture politiche africane, che si è intensificato nel 1967 con la scoperta che i suoi fondatori del Congress for Cultural Freedom erano supportato dalla CIA.

Ad aprire la mostra è la proiezione dell’animazione Sovereign Sisters. Concepita e diretta da The Otolith Group e animata da Scanlab, Sovereign Sisters raffigura il Monumento all’Unione Postale Universale, disegnato da René de Saint-Marceauxnel nel 1909. Il globo, circondato da divinità rappresentanti i cinque continenti, personifica l’infrastruttura imperiale dell’Unione Postale Universale, sopravvissuta ancora oggi all’interno delle Nazioni Unite. In Sovereign Sisters, l’automatismo dell’infrastruttura planetaria è raffigurata come un’entità spettrale che gira intorno al suo asse per l’eternità.


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