Nel romanzo cyberpunk  “L’era del diamante. Il sussidiario illustrato della giovinetta”, Neal Stephenson racconta di un mondo del futuro prossimo rivoluzionato dalla nanotecnologia, in cui Constable – padre adottivo della protagonista – chiede a sua figlia Nell quale strada desideri intraprendere: “conformismo o ribellione?”. E Nell risponde: “Nessuno dei due. Entrambi i modi sono semplificazioni: solo per coloro che non sono in grado di affrontare contraddizioni e ambiguità”.

In qualche modo il percorso che Anouk Wipprecht ha intrapreso nella sua vita ha dovuto affrontare alcune delle sfide che mi hanno ricordato Nell e, come lei, non ha permesso che la creatività venisse sacrificata per una qualche idea di conformismo. Lo scorso settembre ho trascorso un giorno con Anouk girovagando da un luogo all’altro, qui a Milano, per rispettare tutti gli appuntamenti della sua fitta agenda che sarebbero culminati con la presentazione a Meet the Media Guru, una serie di eventi che vedono protagonisti internazionali della cultura digitale discutere di una varietà di argomenti che spaziano dalla scienza alla moda e all’ambiente.

Il suo lavoro come fashion tech designer ha portato Anouk a viaggiare in tutto il mondo, specialmente negli Stati Uniti, dove varie aziende tra cui Intel, Samsung e Swarovski le hanno commissionato installazioni e prodotti che intersecano l’estetica futuristica del design fabbricato digitalmente, con i componenti più innovativi delle tecnologie indossabili. Da quando ha iniziato a lavorare in questo campo, circa 12 anni fa, ha sviluppato 37 progetti principalmente trasformando gli abiti in interfacce: attraverso l’uso della robotica e dell’hardware open source finalmente la moda inizia a parlare con noi.

Durante la nostra conversazione e le sue presentazioni, è emerso chiaramente come per Anouk la moda significhi principalmente occuparsi di espressività e comunicazione. Nata nei Paesi Bassi, ha studiato moda dall’età di 14 anni, nonostante la sua famiglia preferisse qualcosa di più orientato ad un “vero lavoro”, come essere un avvocato o un medico. A quei tempi Anouk era appassionata di disegno, e l’atto di disegnare abiti era diventato un modo per esprimere se stessa e superare il suo carattere introverso.

Dopo un paio d’anni di studi, si è resa conto che al percorso di formazione nella moda mancava qualcosa, era troppo analogico per riuscire a sperimentare in modo più radicale. Il padre aveva un lavoro che la avvicinava ai computer e alla programmazione, ma l’interesse di Anouk l’aveva portata verso la robotica per le sue caratteristiche più fisiche: “Un robot potrebbe avere un cuore e un cervello perché ha la forma di un essere umano. Aggiungere un robot al corpo potrebbe permettere ai miei capi di esprimere al meglio l’identità e gli stati d’animo di chi li indossa”, mi spiega.

In quegli anni interdisciplinarità e contaminazione non erano ancora una tendenza molto diffusa, di conseguenza i suoi esperimenti con la tecnologia non furono apprezzati dalla scuola di moda e Anouk fu espulsa. “In quei giorni mi sentivo un po’ persa”, continua – “Poi ho visitato alcune classi di una mia amica che studiava interaction design e ho scoperto Arduino. Erano i primi anni del progetto Arduino, nato all’Interaction Design Institute di Ivrea (Italia) e promosso anche da un ragazzo a Malmö, che poi mi sono resa conto essere David Cuartielles, uno dei co-fondatori.

Quindi ho deciso di andare in Svezia e partecipare ad un seminario incentrato sulla comprensione di ciò che le persone volevano fare con il microcontrollore open source. Ho capito immediatamente quanto fosse utile essere in contatto con una comunità open source, condividere progetti e codici e ridurre le barriere tra l’interaction design e le persone senza una formazione ingegneristica. E ho capito anche quanto l’interdisciplinarità fosse un aspetto cruciale per i miei progetti”.

“In quei giorni le scuole di interaction design non sapevano nulla di moda e viceversa le scuole di moda non avevano idea degli aspetti tecnologici, e immediatamente mi sono resa conto che più conflitti hai, più fioriscono idee interessanti.” Mi dice nel bel mezzo della nostra conversazione, mentre su un taxi ci precipitiamo in un’altra location.

Così Anouk ha deciso di tornare a frequentare la scuola di moda, anche grazie ad uno degli insegnanti, che aveva accettato il suo approccio tecnico, e così è stata in grado di concentrarsi sull’estetica della sua pratica e acquistare fiducia sul fatto di poter introdurre la tecnologia. Il suo viaggio ha potuto quindi continuare, ma non senza dover incontrare altre complessità.

“Se non sei un ingegnere, sei spesso sminuita sia se sei un ragazzo o una ragazza, ma le donne si sentono più colpite perché la tecnologia è per lo più una sorta di ‘fratellanza’. Dieci anni fa, una delle prime volte che salivo sul palco per parlare del mio progetto, ritrovandomi tra il pubblico, composto per lo più da uomini, mi resi conto che davano per scontato che avrei parlato di marketing o qualcosa di non tecnico.

Vorrei che avessero meno pregiudizi. Ma ora è strano perché la situazione è esattamente l’opposto. Dato che sono una ragazza che si occupa di tecnologia, mi invitano molto, a volte solo perché sono una donna. Siamo passati ad un nuovo estremo, che crea momenti imbarazzanti un cui penso di essere stata scelta solo perché sono una ragazza.”

I primi lavori di Anouk, come Smoke Dress e Spider Dress, si occupano principalmente di creare uno connessione aumentata con le persone che ci circondano utilizzando una modalità non verbale. Mentre il primo, un abito completamente stampato in 3D, crea automaticamente un velo di fumo ogni volta che qualcuno entra nello spazio personale di chi lo indossa, il secondo è composto da membra animatroniche che assumono una posizione di attacco quando qualcuno si avvicina in modo aggressivo e creano invece gestualità più fluide per accogliere i visitatori più calmi.

Indossare questi abiti rende più facile mostrare quando la persona si sente a disagio ed esprimere tale sensazione senza dire una parola. Uno dei suoi recenti progetti invece si concentra maggiormente sulla salute. “La salute mentale non è stata studiata abbastanza. I progetti che realizzo potrebbero essere di ispirazione per affrontare alcune questioni da una diversa prospettiva. Il progetto Agent Unicorn, ad esempio, esplora il comportamento dei bambini con ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività), coloro che sono un po ‘più occupati’ di altri e che gli specialisti tendono a definire malati, cosa che credo sia sbagliata.

Se sei un bambino più impegnato e curioso del mondo rispetto agli altri, non significa che tu abbia bisogno di farmaci, ma questo è quello che accade normalmente negli Stati Uniti. Il progetto Agent Unicorn è un dispositivo che ho creato per mostrare ai bambini come funziona il loro cervello, perché per me, a lungo termine, creare un sistema di apprendimento e consapevolezza è meglio che intontire con delle pillole.”

Agent Unicorn è un cerchietto in stampa 3D a forma di corno e dotato di fotocamera e sensore EEG (elettroencefalografia). È giocoso e confortevole allo stesso tempo, quindi i bambini lo indossano volentieri. Quando il sensore EEG riceve un segnale forte, la fotocamera si accende per registrare la visione del bambino nell’esperienza in tempo reale. In questo modo il dispositivo può fornire una comprensione migliore di ciò che eccita o distrae il bambino in diverse esperienze quotidiane.

Il progetto è stato sviluppato durante la residenza presso Ars Electronica Futurelab, dove Anouk ha collaborato con un gruppo di neuroscienziati e tecnologi per esplorare la modalità in cui i bambini riescono a indossare dispositivi medici con uno stato mentale diverso grazie a un’estetica alla moda e al loro coinvolgimento nell’esplorazione della loro capacità di attenzione durante il giorno.

Come altri progetti, anche Agent Unicorn sarà open source e la documentazione diffusa online: “Spesso diffondo i miei progetti per consentire alla comunità di creare il proprio e darmi un riscontro. Il feedback infatti è particolarmente importante quando si lavora su dispositivi di livello medico che intendono fare misurazioni accurate.

L’aspetto della condivisione è una parte molto importante del mio lavoro, perché non sarei quello che sono oggi se non avessi potuto accedere a molte conoscenze open source. Mi piace anche esplorare idee radicali e, come artista, credo di poter avere qualche conseguenza sul settore sanitario se realizzo più progetti come questo. Mi consente anche di aprire una discussione su argomenti delicati come questo.”

La nostra conversazione prosegue riflettendo su quanto l’innovazione avvenga quanto più spesso si guardano le cose con una prospettiva diversa. Ad esempio un problema che non è stato ancora risolto, un’innovazione che stiamo ancora aspettando, è come lavare gli indumenti quando incorporano l’elettronica. Se provassimo a risolverlo guardando solo alle componenti elettroniche e tentando di renderli resistenti ai lavaggi in lavatrice, probabilmente non lo risolveremo mai.

Ma se lo affrontassimo spostando l’attenzione sulla progettazione di un nuovo tipo di lavatrice, con la capacità di pulire senza usare l’acqua? I dispositivi indossabili devono ancora affrontare molti limiti per diventare prodotti di consumo reali a causa di problemi come il consumo di energia, la manutenzione e il lavaggio, ma forse è più facile superarli se immaginiamo una lavatrice adatta all’elettronica.

“Immagina di tornare a casa e mettere il tuo vestito in un armadio dove viene ricaricato e lavato a secco”, dice Anouk. E questo è un aspetto cruciale: dovremmo iniziare a fare domande alle industrie giuste e costruire una collaborazione tra diversi settori se vogliamo davvero diffondere i dispositivi indossabili e coinvolgere la comunità per creare un ecosistema di dispositivi open source, personalizzabili e aggiustabili da una rete di creatori locali negli hackerpace, makerspace e fablab.

Diversamente abiti e dispositivi indossabili potranno abitare solo l’ambito dell’esclusività e del lusso: “L’area del fashion tech all’inizio ha attratto l’interesse delle aziende tecnologiche – spiega Anouk – quelle di moda si sono avvicinate più tardi, solo 3-4 anni fa. Tuttavia in questo momento il modello di business della moda si basa su un rapido processo ‘in & out’, quindi è piuttosto difficile introdurre la tecnologia, perché è necessario molto più tempo per creare un capo di questo tipo e sarebbe economicamente insostenibile indurre l’obsolescenza alla fine della stagione.

Con i capi di fascia alta e il pubblico dell’alta moda potrebbe essere più facile perché l’attenzione si concentra principalmente sull’handmade e sull’artigianato applicato a un capo, ed è possibile aggiungere anche il valore dell’interazione e della tecnologia indomabile, ma personalmente non sono così concentrata sulla creazione di capi di lusso riservati solo a persone facoltose che possono permetterseli.

Mi affascina di più sperimentare con persone con bisogni speciali e creare progetti accessibili ad un pubblico più ampio. Come possono i miei progetti aiutare i bambini con ADHD o adulti affetti da demenza o depressione? Penso che riflettere su come rendere i wearables più commerciali e a prova di consumatore, piuttosto che esclusivi, sia una conversazione più interessante.”


http://www.anoukwipprecht.nl/

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