Nel 1753 Jacques Bellin era uno dei cartografi più famosi del mondo grazie al suo lavoro con l’esercito francese; membro della Royal Society di Londra e dell’Académie de Marine, si era già occupato del Canada e dell’America settentrionale quando realizzò una delle primissime mappe di un continente nell’emisfero australe tanto grande quanto misterioso, scoperto oltre un secolo prima da esploratori olandesi.

La descrizione delle coste occidentali è dettagliata, mentre quella delle zone settentrionali, orientali e meridionali paga il fatto che nessun esploratore europeo non fosse ancora riuscito a navigare attorno al continente. L’Australia è un luogo che, fin da quando fu scoperta dagli Europei, ha messo alla prova la pretesa di voler analizzare e mappare tutto lo scibile dell’approccio illuminista.

La vastità delle sue terre e le difficili condizioni ambientali hanno messo in difficoltà generazioni di esploratori che volevano scoprire i misteri celati gelosamente dall’outback; qui i sistemi di comunicazione che in Europa e America stavano modificando le esistenze di milioni di persone fallivano miseramente. Questo è un luogo composto da estremità difficili da uniformare e la violenza fisica è stata fino a non molto tempo fa la soluzione impiegata per igienizzarlo, mentre oggi i metodi usati sono più subdoli ma non meno intrusivi.

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Queste sono solo alcune delle problematiche che la mostra Networking the Unseen, chiusa lo scorso 16 Agosto presso il Furtherfield di Londra, ha posto al pubblico che l’ha visitata in questa calda estate londinese. Curato da Gretta Louw, si è trattato di un progetto che ha visto la collaborazione di artisti australiani provenienti da comunità diverse e che hanno indagato come l’estetica e la tecnologia importate dall’Occidente possono essere declinate secondo le consuetudini sociali locali, spingendosi a porre soluzioni nuove e immaginative.

Internet, i social media e tutti gli altri prodotti più comuni del panorama digitale odierno sono figli di un’ideologia che trova le proprie origini nella Californian Ideology; le logiche con cui vengono sviluppati servizi e piattaforme perseguono in modo così leggero in cui il confine tra marketing e utopia sociale sfuma, fino quasi a scomparire. Impiegare un unico sistema appiattente, per mettere in connessione persone provenienti da tutti gli angoli del pianeta è la logica conseguenza di un ragionamento che nasce con l’invenzione del codice binario; un linguaggio che può tradurre qualsiasi messaggio in una serie di dati minimi disponibili a tutti.

Ciò che nasce in California per funzionare in una certa maniera, però, non viene necessariamente recepito in altre parti del pianeta. Per esempio un ingegnere di Cupertino può compiere una scelta di design perché sa che potrà migliorare l’esistenza delle persone come lui, ma non può prevedere in quale modo essa sarà accolta da coloro che non condividono il suo retroterra culturale, la sua stessa posizione geografica o status sociale.

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Le grandi aziende cercano di eliminare le caratteristiche locali portandosi fino ai luoghi più remoti del mondo indottrinando le persone a usare “correttamente” i loro servizi, spesso eliminando i potenziali concorrenti. Una ricerca di qualche anno fa ha mostrato che milioni di utenti usano Facebook senza sapere che stanno usando una connessione internet (“Millions of Facebook users have no idea they’re using the internet”, 9 February 2015), intere popolazioni che in un’epoca teoricamente post-coloniale subiscono (ancora una volta) una colonizzazione culturale.

Iniziative come Project Loon e Internet.org, finanziate rispettivamente da Google e Facebook, rappresentano l’avanguardia di un’operazione su scala globale che dovrebbe portare alla standardizzazione i metodi di comunicazione. L’idea di abbattere tutte le barriere linguistiche per raggiungere un unico panorama comunicativo è allo stesso tempo utopica e distopica – tutto dipende da quanto riteniamo importante la pluralità di pensiero. Nella visione di queste aziende, l’indottrinamento dovrebbe avvenire in maniera igienica, senza sbavature; l’oggetto A viene portato da X a Y senza cambiare. La verità dei fatti, per fortuna, non è così.

Visitando la mostra nel padiglione McKenzie, al centro del placido Finsbury Park a Nord di Londra, non potevo fare a meno di continuare a pensare alla celebre prima legge di Melvin Kranzberg: “La tecnologia non è né buona, né cattiva; ma non è nemmeno neutrale”. Sebbene i lavori selezionati da Gretta Louw illustravano un’ampia varietà di approcci alle questioni elencate nei paragrafi precedenti, tutti cercavano di analizzare in quale modo le tecnologie non sono neutrali, studiando la zona liminale tra l’intenzione originale e l’utilizzo alternativo, tra ciò che una volta avremmo definito “civiltà avanzata” e “uso primitivo”.

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L’opera che esemplifica meglio questo approccio è Name That Beach (2013) di Jenny Fraser, un montaggio di scene ambientate nelle spiagge prese da film occidentali come The Blue Lagoon (1980) a Surf Nazis Must Die (1987). La spiaggia è quello spazio di terra che divide il mare dall’entroterra e che diventa campo di battaglia, luogo di incontro, oppure possibile sede per utopiche società lontane da città e villaggi.

L’importanza delle spiagge per l’Australia non può essere sottovalutata, sembra infatti che gli Aborigeni siano arrivati in Australia via mare, partendo dal Sud Est asiatico 40.000-70.000 anni fa e solo nel 1606 quando gli europei raggiunsero le sue coste grazie al navigatore olandese Willem Janszoon.

Mappare un luogo significa possederlo, secondo la logica occidentale; non è un caso se Elisabetta I si faceva ritrarre indicando le proprie colonie americane su un mappamondo, così come non lo è il fatto che gli esploratori del circolo polare antartico erano sponsorizzati da società patriottiche che sognavano la scoperta di nuovi territori da donare al proprio paese. In questo senso, l’operazione di mappatura senza precedenti del pianeta Terra (e Marte!) messa in atto da Google in questi anni non può che inquietare, l’imposizione dei propri criteri su un oggetto significa spesso reclamare un certo potere su di esso.

Installare fisicamente nuove piattaforme di comunicazione in un luogo non è un’operazione diversa dal processo di colonizzazione, perché si costringe una comunità a usare un metodo trapiantato, nato in altri contesti con altre consuetudini. Dunque, usare ciò che non è nuovo significa andare contro questa imposizione, contro la velocità con cui in Occidente si accolgono gli annunci di nuovi dispositivi e piattaforme.

The Phone Booth Project (2012) di Lily Hibberd e Curtis Taylor riguarda esattamente questo approccio. Nella regione del deserto occidentale australiano, le comunità Martu utilizzano le vecchie cabine telefoniche per comunicare in maniera casuale tra loro. In questa area non c’è accesso ad una connessione internet e quasi nessuno ha un telefono personale; ecco dunque che la rete telefonica, nata con precisi scopi finalistici, viene liberata dall’incombenza di inviare e ricevere messaggi da individui definiti e può funzionare come una piattaforma in cui la serendipità regna sovrana.

Quando una persona compone il numero di telefono, non ha idea di chi risponderà o di cosa parleranno; questa prospettiva ricorda la curiosità dei radioamatori che cercano di captare segnali da tutto il mondo e il brivido che si prova ogni volta che si visita Chatroulette; non avere un codice prestabilito con cui comunicare è una eventualità in via di estinzione in virtù dell’influenza delle piattaforme di comunicazione online.

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L’idea che le comunità aborigene si trovino maggiormente a loro agio con la cultura digitale rispetto agli Occidentali è il secondo importante punto della mostra, non è un caso se una delle prime opere che si vedono una volta entrati nel padiglione siano i costumi realizzati da Brook Andrew per The Cell (2011), delle tute decorate con un motivo Wiradjuri/op-art che sembra copiare i giochi visual utilizzati da Alva Noto nelle sue performance.

In un certo senso, questo accostamento ricorda ciò che Fritjof Capra propose nel celebre “Il Tao della Fisica” (1975). Culture e usanze antiche avevano predetto procedimenti e sistemi non ancora misurati o inventati dalla mente clinica occidentale, ragion per cui possiamo trovare in esse risposte e possibilità che non abbiamo ancora preso in considerazione. Questa è una posizione problematica: quando una cultura può essere definita “dominata”? Quando viene spogliata delle sue usanze e tradizioni? Quando altri valori vengono imposti ad essa?

La curatrice della mostra è ben consapevole di questa questione e difatti espone la propria risposta con Yumurrpa (2014), una foto di lei con l’artista aborigeno Neil Jupurrurla Cooke in cui è evidente il rapporto di reciproco rispetto, di appartenenza e di dialogo che intercorre in tutta la mostra.

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Nell’ultima sala c’è YAMA, un’installazione composta da dipinti sulla parete, proiezioni sul pavimento e cornici digitali. Qui i due temi principali della mostra (colonialismo culturale e approccio laterale alle tecnologie imposte dalle compagnie multinazionali) confluiscono rendendo chiaro, ma non didascalico, lo scopo del progetto. Cornici kitsch con delfini e rose vengono usate dagli aborigeni per i propri selfie, ritraendosi incuriositi e divertiti, mentre in Is Desert Still the Desert in a Digital World? (2012) si vedono gli artisti del Warnayaka Art Centre compiere una performance live in occasione di una mostra di Gretta Louw a Berlino.

“Networking the Unseen” è stato un importante momento di dialogo che ha messo al centro dell’attenzione la questione di come approcciare un’altra cultura, prima ancora che mostrare in che modo si può imparare e collaborare con essa. La tecnologia non è neutra e può essere usata per trovare una zona grigia in cui possiamo comunicare. Una spiaggia inesplorata in cui decidiamo come mediare tra le nostre estremità.


http://www.furtherfield.org/programmes/exhibition/networking-the-unseen