Insieme a Jonathon Carroll, Steve Fletcher è il co-fondatore della galleria Carroll/Fletcher gallery di Londra, uno dei principali punti di riferimento per l’arte contemporanea che enfatizza l’uso di nuove tecnologie e si impegna a esplorare tematiche sociali e politiche.

La galleria Carroll/Fletcher ha ospitato diversi artisti, tra cui: UBERMORGEN, Evan Roth, Manfred Mohr, Constant Dullaart, Rafael Lozano-Hemmer, Eva and Franco Mattes e molti altri. Ha proposto mostre di gruppo organizzate da curatori, proiezioni di film, performance live e pannelli di discussione con artisti. La galleria è tra le più attive nel mercato collegato alla Media Art e offre prospettive interessanti sui punti di contatto tra quest’ultima e l’arte contemporanea. Steve Fletcher è stato uno degli ospiti del simposio Media Art and Art Market che si è tenuto presso il Lentos Museum a Linz lo scorso ottobre.

Il suo intervento era inteso a chiarire alcune idee errate sull’arte e il suo sistema, riconoscendo il punto di vista della Media Art. Ispirato dal saggio “Thirteen Confusions” (“Tredici confusioni”) di Amos Vogel e la sua rivisitazione da parte di Dan Fox, Fletcher ha sottolineato l’esistenza di alcune problematiche e pregiudizi che limitano il campo della Media Art e il suo riconoscimento da parte sia del mondo dell’arte sia del mercato. Nel suo contributo al simposio, Fletcher si è concentrato su alcune circostanze che potrebbero influenzare la produzione e il riconoscimento della qualità artistica. Con il suo discorso ha espresso una visione fondamentale che incorpora le principali motivazioni per cui l’arte contemporanea esita ad accettare alcune delle direzioni della Media Art.

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Alessio Chierico: Nel suo contributo al simposio “Media Art and the Art Market” ha proposto una rilettura moderna di “Thirteen Confusions” di Amos Vogel e della sua rivisitazione da parte di Dan Fox, nella prospettiva della Media Art. Tra tutte le confusioni, quale è la più importante per lei?

Steve Fletcher: Penso siano tutte importanti! Si dividono in due macro categorie. La prima racchiude quelle che sono importanti per tutte le forme artistiche. Per esempio la prima confusione (non confondere costo e prezzo) fa i conti con la relazione tra costi di produzione, prezzi di vendita e valore culturale. È una categoria che si applica a tutte le opere d’arte. Lo stesso si può dire per la seconda (non confondere i propagandisti con i critici). Poi ci sono confusioni che sono più specificamente legate alla natura delle opere che ricorrono alle nuove tecnologie per essere prodotte, distribuite e consumate, ma anche per essere riprodotte, ridistribuite e ri-consumate.

Per esempio, “Don’t Confuse a Copy with an Original” e “Don’t Confuse a Painting with a Performance”. Queste arrivano al nocciolo della questione di come le nuove tecnologie abbiano influenzato il modo in cui osserviamo le opere di Media Art. Quindi, “don’t confuse the painting and the performance” (non confondere la pittura e la performance) è di primaria importanza perché, per quanto queste nuove forme stiano cominciando ad emergere, credo che uno dei problemi da affrontare consista nel fatto che la gente continui ancora a trattarle all’interno della vecchia struttura e con concetti antiquati. Perciò, in certi casi è molto facile dire “quest’opera d’arte è come un quadro”, sebbene in realtà non lo sia. Non è un quadro, ma è simile a una performance e una volta intesa come tale, è necessario prendere in considerazione varie possibilità per la sua distribuzione, ricezione, collezione, ecc.

In secondo luogo, “non confondere la copia con l’originale” è importante, perché riguarda concetti di autorialità e unicità e include anche il problema del ruolo del collezionista. Credo che sia molto importante che, con l’emergere delle nuove tecnologie, stia cambiando anche l’idea dell’opera d’arte statica come oggetto fisico. Spesso crediamo che un’opera d’arte sia semplicemente un oggetto. Eppure, è sempre associata a un insieme di diritti: il diritto di esporla, il diritto di riprodurla, il diritto di copiarla. Inoltre, include un insieme di responsabilità, per esempio quella di prendersi cura dell’opera. Perciò è necessario riconsiderare il ruolo del collezionista e quello dell’artista. Questo aspetto non è stato ancora trattato del tutto. Credo che il collezionista sia anche un curatore e un custode.

Ciò che intendo dire è che dobbiamo impegnarci per raggiungere uno standard generale per i contratti di vendita delle opere d’arte che tenga in considerazione questi nuovi concetti, così da riuscire a trovare un accordo su quali siano i diritti e le responsabilità che la proprietà comporta. È anche necessario stabilire che, se si acquista un’opera d’arte, si ha il dovere e la responsabilità di preservarla, e se non si rispetta questo obbligo, si perde il diritto di possederla. È un problema complicato, ci sono un sacco di aspetti da discutere, da dibattere, ma penso che dobbiamo affrontarlo. La nozione comune di opera d’arte ovviamente deriva da oggetti unici e statici, come i dipinti. Se noi siamo convinti del valore culturale di un’opera, così come del suo valore economico, allora potrebbe essere necessario rivedere i termini del contratto di proprietà.

Alessio Chierico: Una delle slide che ha presentato riporta: “La Media Art è Arte così come l’arte contemporanea”. Pensa che questo concetto debba ancora essere ribadito?

Steve Fletcher: Penso che sia qualcosa che dobbiamo continuare a tenere in mente, rimanere vigili a riguardo, per garantire che non sia relegata a un’attività di nicchia né distorta con l’intenzione di renderla conforme alle convenzioni. Da un punto di vista storico-artistico, è legittimo chiedersi se sia possibile identificare categorie di opere che potremmo scegliere di classificare come Media Art? Sì, certamente è possibile, ma penso che, anche dopo che questo punto è stato accettato, sia importante strutturare la discussione in maniera tale che la Media Art non sia considerata una nicchia di interesse solo per gli specialisti. Se così fosse, aggiungere questo proposito può stimolare nuove forme di discussione.

La Media Art non è stata ancora completamente assorbita nell’arte convenzionale, e non costituisce ancora una parte importante delle collezioni, per cui abbiamo ancora molto lavoro da fare per riconoscere l’importanza artistica e culturale di questo settore. Coloro che hanno particolare cura di queste opere e credono nel loro valore culturale devono continuare a investire molte energie per eliminare i pregiudizi che penso esistano ancora, in particolare nel mondo dell’arte convenzionale. Inoltre, c’è un secondo punto relativo al considerare gli artisti della Media Art come una comunità. Ritengo che ci sia ancora il pericolo che un gruppo di persone coinvolte nella Media Art possa portare avanti un discorso chiuso non accessibile dall’esterno. Il pericolo è che tutti noi continuiamo ad essere un piccolo gruppo autonomo perché crediamo nel valore del nostro lavoro.

Credo sia importante avere una mentalità aperta: non dobbiamo diventare un gruppo di amici vittime del Groupthink, un modo di pensare che non porta ad una teoria critica dettagliata. Questo porta alla confusione definitiva: non confondere buono e cattivo. Dobbiamo essere disposti a dire che alcuni lavori sono buoni e altri no. Questi sono i due aspetti della frase: “la media art è arte.” Bisogna concentrarsi sul trovare un modo per integrare questa forma d’arte al mondo più ampio dell’arte contemporanea e bisogna sviluppare una teoria critica rigorosa.

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Alessio Chierico: Nella galleria Carroll/Fletcher promuovete arte contemporanea che si concentra soprattutto sulle nuove tecnologie e sul loro impatto sociale. Secondo lei qual è la relazione tra arte contemporanea e tecnologia? C’è una vera e propria separazione tra arte contemporanea e Media Art?

Steve Fletcher: Non ci concentriamo solo sulle nuove tecnologie e sul loro impatto socio-politico. Al momento in galleria presentiamo una mostra sul Medio Oriente e sulla condizione del popolo palestinese che punta a creare uno spazio che permetta alle persone di immaginare un futuro diverso e di lavorare per realizzarlo. È un’installazione multimediale davvero politica, ma anche se prevede una presentazione con cinque canali video non direi che volevo sottolineare l’impatto delle nuove tecnologie quando l’ho installato. Non direi nemmeno che faccia un uso davvero particolare delle nuove tecnologie.

Concentrarsi sulle nuove tecnologie ha un duplice motivo: in primo luogo, dal punto di vista di produzione, distribuzione e consumo hanno un considerevole impatto sul mondo dell’arte e in secondo luogo hanno un forte impatto socio politico. Perciò il nostro intento non è guidato dal desiderio di conquistare le nuove tecnologie, quanto da quello di mostrare lavori interessanti e significativi che mostrino cosa voglia dire vivere al giorno d’oggi. Molti degli artisti più interessanti stanno utilizzando queste tecnologie, il che riflette una tendenza a lungo termine nella pratica artistica: i lavori stanno diventando sempre più multimediali, transmediali e intermediali.

Riguardo all’ubiquità delle tecnologie, penso che questa tendenza andrà avanti perché riflette il modo in cui la società si sta evolvendo. Quaranta o cinquanta anni fa, se si voleva diventare un artista la scelta non era così ampia. Ricordo la mia prima visita di qualche anno fa allo studio di un giovane artista. Stava utilizzando un software per lavori screen-based. Mentre mi mostrava tutti quei file in formato MOV, continuava a parlarmi del concetto di materiality dell’ambiente software e delle immagini create in esso. Disse di essere interessato a esplorare il concetto di materiality, le proprietà formali del codice e dell’ambiente dell’immagine. Se avessi fatto visita a questo ragazzo trent’anni fa sarebbe stato un pittore.

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Alessio Chierico: Quali sono ai giorni nostri gli aspetti sociali più importanti che la Media Art dovrebbe riflettere?

Steve Fletcher: È compito degli artisti scegliere a cosa rivolgere la propria attenzione; non è compito mio dire loro cosa dovrebbero considerare importante. Forse però possiamo scegliere di lavorare con artisti che si occupano di questioni che noi riteniamo importanti; per esempio, com’è la vita oggigiorno e come le tecnologie incidono sul nostro stile di vita. Molti artisti con cui lavoriamo mettono profondamente in discussione i vantaggi del capitalismo neoliberale e le relative questioni che coinvolgono la nostra eredità coloniale, la globalizzazione, ecc. Allo stesso tempo, stanno pensando a delle alternative e a dei modi per resistere.

Tuttavia, è compito degli artisti determinare cosa reputano importante e seguire le loro passioni. Il nostro ruolo come galleristi è supportare i nostri artisti e fare in modo che possano lavorare in un ambiente costruttivo, di supporto. Dobbiamo far loro sentire che possono osare, sperimentare, dire cose controverse, provare cose nuove. Ovviamente, scegliamo artisti che siano interessati a quello di cui ci occupiamo noi, ma questo non significa che ci troviamo sempre d’accordo! Da un certo punto di vista penso davvero che queste nuove tecnologie abbiano implicazioni nella struttura del mercato dell’arte e nel mondo dell’arte. Penso che questo sia veramente importante. Abbiamo bisogno di sviluppare una teoria critica per la Media Art e per l’arte contemporanea e questa è la funzione del simposio.

Alessio Chierico: Crede che le implicazioni delle nuove tecnologie per la struttura del mercato artistico possano concretizzarsi nella pratica artistica?

Steve Fletcher: Sì, ma non credo che sia la questione più interessante e più pressante, quella su cui dobbiamo concentrarci in questo momento. Gran parte della produzione artistica degli ultimi venti trent’anni può essere definita come critica istituzionale e   comprende quelle opere che riflettono su cosa significa essere un artista, su cos’è l’arte e qual è il suo fine. All’interno di questa categoria troviamo considerazioni sia sulla natura dell’immagine sia sulla sua produzione e distribuzione ecc. Ora, credo che queste questioni siano stimolanti per gli addetti ai lavori, ma la politica dell’immagine e la ricerca della verità sono ben più interessanti. Inoltre, credo che la maggior parte delle opere oggi consistano in una mera rielaborazione, un modo per dare una chiave di lettura diversa di opere già fatte. Non lo trovo particolarmente interessante. Personalmente, mi interessa di più un’arte che guarda al di fuori di se stessa.

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Alessio Chierico: Qual è l’obiettivo del mercato della Media Art? Crede che ci siano approcci specifici che siano più invitanti per i collezionisti?

Steve Fletcher: Secondo me è importante che gli artisti considerino le loro opere interessanti e stimolanti. Nel momento in cui un artista crea un’opera per il mercato e non per se stesso, la sua arte ne risente, e l’opera perde la sua autenticità, la sua integrità. Credo che in quanto galleristi abbiamo il dovere di collaborare con i collezionisti, di aiutarli ad apprezzare l’importanza del prodotto finale e comprendere le sfide (e anche le soddisfazioni) che implica collezionare opere di Media Art. I galleristi hanno anche il dovere di collaborare con gli artisti per assicurarsi che il packaging sia allo stesso tempo solido e accattivante, anche se questo aspetto non dovrebbe avere una grande influenza sulla forma e sul contenuto dell’opera stessa.

Secondo me, se l’artista inizia a creare opere solo perché pensa che verranno vendute facilmente, l’opera perde il suo interesse, la sua importanza. I collezionisti sono una categoria molto varia, ed è più probabile trovare un collezionista se l’opera che si colloca facilmente in una categoria esistente. Ad ogni modo, sono piuttosto contrario a sprecare tempo a discutere su quale categoria abbia più o meno successo con i collezionisti, perché credo che non sia corretto spingere gli artisti a creare opere per un tipo di collezionisti. È importante che gli artisti dispongano del supporto e delle condizioni adatte affinché possano produrre le opere che desiderano. Alcune potrebbero non adattarsi al contesto di una galleria commerciale, ma allora dovremmo pensare alla struttura dei finanziamenti che consentano di realizzare queste opere e ciò si ricollega al concetto di economia mista e alla capacità dell’artista di comprendere quale contesto si addica alle proprie creazioni.

Questa consapevolezza li aiuterà a prendere decisioni sulla loro vita, su come debba essere strutturata e su che ruolo abbia l’arte all’interno di questa struttura. Hanno bisogno di insegnare all’università, di creare software, di progettare siti web, di lavorare in post-produzione o nel campo della fotografia, o qualunque altra cosa? Sarebbe molto importante discutere di questi fattori, dobbiamo avere una visione più ampia del mercato dell’arte e di conseguenza includervi non solo i collezionisti, ma anche gli organismi di finanziamento e i committenti, che potrebbero essere festival, centri come l’Art Council del Regno Unito o il Welcome Trust.

E tutto questo fa parte del mercato. C’è il rischio di porre troppo l’attenzione sul settore delle gallerie commerciali, perché se impostiamo in maniera sbagliata la nostra conversazione, rischiamo di dare l’impressione che tutti debbano operare in quell’area. Sono le persone che producono, finanziano e distribuiscono opere d’arte e determinano la composizione del mercato dell’arte, del mondo dell’arte. La prima domanda da porsi, quella cruciale, sarebbe: “Qual è l’opera che voglio realizzare?” La seconda: “Cosa richiede la realizzazione di tale opera all’interno di un dato ambiente? Questo riguarda la parte pratica della realizzazione di un particolare oggetto d’arte.

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Alessio Chierico: Come immagina i futuri sviluppi del mercato della Media Art?

Steve Fletcher: Ecco una risposta in breve: alla Carroll/Fletcher crediamo che l’arte etichettata con il titolo di Media Art abbia un valore culturale rilevante. Siamo convinti che tale valore diventerà riconoscibile, perciò l’importanza della Media Art è destinata ad essere in continuo aumento nel mondo dell’arte mainstream. Se parliamo di mercato dell’arte in senso stretto, considerando solo il lavoro comprato e venduto attraverso il settore commerciale, credo anche che continuerà a crescere. Ci sono alcune questioni tecniche delle quali è ancora necessario occuparsi: forma dei contratti di vendita, problemi di longevità, obsolescenza e manutenzione, nozioni di collezionista e autore, qualità degli schermi ecc. Benché questi ultimi siano problemi davvero urgenti e reali, sono tutti risolvibili.

Ecco perché uno dei motivi di confusione è: “non scambiare la mancanza di informazioni per un problema irrisolvibile”. Generalmente, la mancanza di informazioni, di competenze o di teoria è qualcosa di cui potersi occupare. Di conseguenza, il nostro compito è quello di impegnarci a educare le persone e lavorare insieme a tutti gli stakeholder per dare vita a degli standard comuni. Inoltre, è per noi cruciale sostenere rigorosamente ciò che riteniamo valido. Dobbiamo esprimere giudizi su ciò che è buono e ciò che non lo è, e quindi continuare a supportare le produzioni artistiche di valore.

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Alessio Chierico: Che suggerimento si sente di dare ai media artist che desiderano inserirsi nel mondo dell’arte e vendere i propri lavori?

Steve Fletcher: Uno molto semplice: fare il lavoro che si desidera e non scendere a compromessi, ossia non fare un lavoro solo perché si pensa che sia il tipo di prodotto che vende bene o che la gente potrebbe volere, perché va di moda. Le persone che lavorano nel settore delle gallerie commerciali cercano attivamente dei lavori interessanti e degli artisti con del potenziale. I galleristi, così come i curatori, partecipano a festival, fiere d’arte e graduate show, hanno una rete di contatti, ecc. Pertanto, credo che la miglior cosa che i giovani artisti possano fare è produrre lavori nei quali credono, assicurarsi che le persone li vedano (mandare inviti, ecc.), presentarsi agli inviti aperti, ecc. E prima che un artista si avvicini a una galleria, dovrebbe avere confidenza con il suo programma e avere un’idea chiara di come potersi inserire.


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