Maurizio Martinucci (aka TeZ) è un artista interdisciplinare e ricercatore indipendente italiano, stabilitosi ad Amsterdam. Usa la tecnologia come mezzo attraverso il quale esplorare gli effetti della percezione e la relazione con il suono, la luce e lo spazio.

Il suo focus primario sono le composizioni generative con suono spazializzato, per esibizioni dal vivo e installazioni. Nei suoi lavori fa uso di software e hardware concepiti su misura, con produzione di suoni originali e tecniche di visualizzazione per indagare ed esaltare i sottili fenomeni di vibrazione.

Negli ultimi anni la ricerca di Martinucci si è estesa all’ideazione e alla creazione di specifiche strutture architettoniche, di un suono non convenzionale e di metodi di propagazione della luce per enfatizzare l’immersione e la percezione multisensoriale. Ad Amsterdam, TeZ ha anche fondato la piattaforma “Optofonica” per l’arte-scienza sinestetica ed è membro della leggendaria band industrial-rock Clock DVA. Inoltre, TeZ fa parte del progetto SHAPE, una piattaforma di musica innovativa e arte audiovisiva, sostenuto dal programma Europa creativa dell’Unione europea.

tez3Lucia Udvardyova: Tu definisci il tuo lavoro come una “indagine creativa”, ci può spiegare meglio?

TeZ: Mi è sempre stato difficile inquadrare i miei interessi e il mio lavoro in una griglia, per così dire, che si tratti di musica, arte, scienza o qualsiasi altro specifico campo di attività. In realtà mi capita di trovarmi coinvolto ogni giorno in qualcosa di cui magari non so granché, ma che evoca una qualche risonanza dentro di me. La cosa che più mi entusiasma è l’idea di poter imparare ogni giorno qualcosa di nuovo che mi faccia esclamare un “wow” di stupore. L’atto della scoperta tramite sperimentazione è essenziale in questo processo, e ogni volta riesco a trovare un collegamento tra le mie esplorazioni con un alto livello di coerenza.

Mi piace definirmi un “ricercatore indipendente”, perché in questo modo la “griglia” è malleabile e mi permette di interagire con persone molto diverse, nonché di operare in contesti differenti come festival, gallerie, musei, accademie, hackerspace, makerspace e altri centri di ricerca sperimentali. L’indagine è un atto di ricerca che può essere condotto con le flessibili strategie della creatività. La creazione rappresenta il concretarsi di tale ricerca, il modo attraverso il quale dare agli altri l’accesso a quella conoscenza e, magari, suscitare la loro curiosità.

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Lucia Udvardyova: Riprendendo la prima domanda, per te la creatività è un fenomeno positivista? Qualcosa di non così astratto come invece si suol dire?

TeZ: Nulla è astratto (a mio modesto parere). Potrebbe capitare, durante il processo di sperimentazione, di non riuscire a trovare schemi immediati e riconoscibili ma è proprio questo il bello. Il momento della scoperta è quello in cui lo schema emerge per rivelare altre dimensioni, un po’ come accade con i vasi di Pandora. Possiamo addirittura creare astrazioni. Non vi è nulla di sbagliato in questo, fintanto che non lo indentifichiamo con la verità oggettiva oppure con un’esatta descrizione della realtà. Allora si entra nel dogmatismo e la conoscenza viene confinata in uno spazio decisamente angusto. Nel campo sia artistico sia scientifico, facciamo continuamente ricorso ai codici come strumenti di esplorazione. Potremmo benissimo definire quei codici come astratti ma, ripeto, si tratta soltanto di strumenti.

Lucia Udvardyova: Tu contesti anche l’idea di “arte come rappresentazione” preferendo, invece, quella di “arte come esperienza”. L’arte è dunque qualcosa di cui innanzitutto si dovrebbe fare esperienza?

TeZ: Non posso parlare per l’arte in generale ma per quanto riguarda il mio lavoro, le dico di sì. Negli ultimi dieci anni, un aspetto centrale del mio lavoro è stato dedicarmi ai cosiddetti “sensi inferiori” e alle percezioni sinestetiche ed evocative. Si tratta di una strategia atta a superare le interpretazioni, abituali e culturalmente indotte, dell’evento cui si assiste a favore dell’ambiente in cui si è fisicamente immersi. Ciò non significa privare del suo valore la visione di un quadro tradizionale. Al contrario, si ha la possibilità di “sentire” come e dove quel determinato quadro stia producendo una particolare sensazione dentro l’osservatore. Tuttavia, forse, se lo scopo è di espandere le abilità percettive del pubblico, più che creare un oggetto che appaghi l’estetica, avrebbe più senso creare uno spazio per le sensazioni emergenti.

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Lucia Udvardyova: Molti dei tuoi lavori sconvolgono le capacità sensoriali umane – disorientano e sfidano il pubblico. Cosa ti attrae delle capacità sensoriali umane e quali sono i modi per te più intriganti per esplorare e sperimentare con tali sensi?

TeZ: Lavorare con un amico come Chris Salter – artista/scrittore/professore – e con l’antropologo sensoriale David Howse ha rappresentato una fantastica opportunità per approfondire questi aspetti, nonché per creare installazioni su vasta scala atte a esplorare l’aspetto sia sensoriale sia culturale della percezione. Nel corso di molte iterazioni, abbiamo cercato di indagare i mille e intricati modi in cui interpretiamo un’esperienza attraverso sentieri di stimolazioni sensoriali (a volte) guidati oppure completamente privi di restrizioni.

Lo sconvolgimento della dimensione visiva è la strategia più importante: ad esempio saturare il campo visivo con luci intermittenti o stroboscopiche orchestrate in speciali architetture spaziali oppure ancora ingannare la vista o con ambienti immersi totalmente nel buio o con visiere offuscanti. Il corpo ricerca il significato dell’esperienza spingendo gli altri sensi a raggiungere i confini dello spazio e navigare al suo interno. L’unione con altri stimoli tattici, olfattivi e gustativi massimizza tale tensione permettendo la comparsa di nuove sensazioni in grado di sfuggire alla nostra abilità di descrizione.

Questa per me è un’opportunità di diffondere e accedere ad altri livelli di consapevolezza. Con l’aiuto di alcuni ricercatori delle università Concordia e McGill a Montreal, stiamo cercando di sviluppare delle tecnologie specifiche che ci permettano di creare con l’ausilio di strumenti multimodali e multisensoriali.

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Lucia Udvardyova: Tu collabora anche con i Clock DVA. Puoi parlarci di questa collaborazione?

TeZ: Sono stato un fan di Clock DVA e di TAGC (The Anti Group) fin dall’inizio degli anni 80. L’inclinazione dei DVA verso la musica cibernetica, con Hacker / Buried Dreams, ha ispirato gran parte della mia produzione musicale negli anni 90. Il mio interesse per il suono spaziale è stato, senza dubbio, influenzato soprattutto da DIGITARIA, impresa pioneristica di TAGC nell’effetto surround, una tecnica che a quei tempi era usata quasi esclusivamente nei centri di ricerca. Il loro tentativo di estenderla a un pubblico più ampio, all’epoca, era davvero ammirevole!

La serie MEONTOLOGICA di TAGC è anche un ottimo esempio di come musica e scienza possano scambiarsi informazioni reciprocamente e svelare curiosità ignote. Nel 2009 ho contattato Adi su Myspace, proponendogli di collaborare per riportare DIGITARIA alla sua dimensione originale di effetto surround, ma sotto forma di un’installazione immersiva. Ci siamo poi incontrati a Londra alla prima serata di TAGC dopo oltre 15 anni, e abbiamo deciso di ritrovarci successivamente ad Amsterdam nel mio studio (Optofonica), dove avremmo potuto lavorare al progetto di installazione effetto surround. Qualche settimana dopo, ho ricevuto una email nella quale Adi mi invitava a diventare effettivamente parte di entrambe le line-up di DVA e TAGC, nonché a preparare la prima esibizione dal vivo su vasta scala al Wave-Gotik-Treffen festival a Lipsia.

Alla fine, al WGT del 2011, abbiamo fatto uno spettacolo alquanto incredibile, con video e suoni spaziali. Da quel momento, sono stato coinvolto in parecchi progetti dal vivo e atelier con Adi e, attualmente, sono un membro ufficiale di DVA, assieme a Panagiotis Tomaras, che lavora principalmente sull’aspetto visivo. Io e Adi abbiamo appena finito il nuovo DVA EP Neoteric e stiamo preparando un nuovo album, atteso da tempo, che uscirà prima della fine di quest’anno.

Lucia Udvardyova: Fatta eccezione per la band, hai anche lavorato con parecchie personalità ispiratrici, come Kim Cascone, Scanner, ecc. Quale collaborazione ti è più cara?

TeZ: Kim e Robin, come menzionati da te, sono sicuramente i migliori “sintonizzati” con la mia sensibilità artistica. Inoltre sono amici di vecchia data, specialmente Robin, con cui ci scambiamo lettere, nastri e riviste dalla metà degli anni Ottanta, gran parte delle quali relative agli inizi del movimento industriale. Mi piace suonare dal vivo con Robin. Non facciamo mai le prove, ci incontriamo direttamente sul palco e in qualche modo la magia accade… e ci divertiamo parecchio!

Devo inoltre menzionare Saverio Evangelista (di Esplendor Geometrico) e il nostro progetto M.S.B. che risale al 1990. Siamo ancora attivi e attualmente stiamo anche realizzando una nuova registrazione. Comunque, mi sono care tutte le collaborazioni, davvero! Sono tutte diverse, e propongono idee e stili differenti. E ci sono parecchi altri artisti con cui mi piacerebbe lavorare.

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Lucia Udvardyova: Ci puoi infine parlare del tuo Optofonica Laboratory for Immersive ArtScience?

TeZ: Ho fondato Optofonica nel 2006 come una “piattaforma per media sinestetici e spazializzazione del suono”. Per circa 3 anni, ho lavorato duramente per mettere insieme un elenco di artisti disposti a esporre opere originali, dal vivo e di atelier, ai festival e in altri luoghi dedicati. L’idea di fondo era stimolare questi artisti a produrre opere dal suono multicanale e a collaborare con artisti visivi che avrebbero esplorato il concetto di sinestesia. Ciò è avvenuto in un momento in cui la creazione audiovisiva era molto più accessibile ma spesso troppo “semplice”, pop e poco sperimentale (vedere Cultura VJ).

Nel frattempo stavo lavorando alla Capsula Optofonica, un’installazione che sarebbe uno spazio privato e coinvolgente in cui il suono viene prodotto dalle vibrazioni della struttura, senza speaker, e quindi gestito dal corpo dello spettatore in modo molto più fisico. Ho raccolto 23 pezzi nati dalla collaborazione di oltre 40 artisti sperimentali di punta per un programma di 2h 30min, che viene emesso nella Capsula e durante gli eventi Optofonica Screenings insieme all’audio surround. Nel 2009, ho scelto di tramutare il progetto in un Laboratorio, per agevolare le opere di molti artisti e le collaborazioni, volte anche a un’interazione più stretta con gli scienziati. Il laboratorio è stato sottoposto a numerosi cambiamenti logistici e al momento, condivide lo spazio con la Transnatural Gallery di Amsterdam.

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Inseguo ancora il mio sogno di creare uno spazio permanente con un display costante e gratuito, in cui progetti artistici e scientifici possano raggiungere in modo diretto il pubblico, sotto forma di installazioni, pubblicazioni e altro materiale informativo, rispecchiando il lavoro dei “labber” che, come alchimisti, lavorano nella parte nascosta e segreta del laboratorio con ogni tipo di strumento acustico, ottico, elettronico, robotico, fluidodinamico, elettrodinamico e, inoltre, macchine per fabbricazione e prototipazione rapida.


http://www.tez.it/

http://www.optofonica.com/

http://shapeplatform.eu/