Manuel Kretzer, architetto e designer, è assistente di ricerca presso il Chair for Computer Aided Architectural Design (CAAD), Dipartimento di Architettura, ETH a Zurigo, Svizzera. È coordinatore del Postgraduate Master of Advanced Studies in design digitale e moduli di produzione e segue un dottorato di ricerca su soft e dynamic architecture con una particolare attenzione alle prestazioni degli smart material.

Nel 2012, Kretzer ha avviato la Materiability Research Network (www.materiability.com), una community no-profit a scopo educativo che promuove lo sviluppo di materiali nuovi sotto forma di informazioni libere e tutorial fai-da-te. Ancora, Manuel Kretzer, insieme a Hans Sachs, è partner e co-fondatore del Responsive Design Studio (www.responsivedesign.de) con sedi a Colonia e Zurigo. Lo studio opera con un’ampia gamma di design affascinanti che esplorano proposte reattive, adattive e alternative rivolte all’architettura e all’interazione con i suoi utenti.

Inoltre, Kretzer ha pubblicato nel 2008 il libro The Cone – Interactive architecture for Burning Man e ora sta lavorando a un altro volume, intitolato Alive – Advancements in Adaptive Architecture, che sarà pubblicato nell’agosto 2014. Ha scritto numerosi contributi per libri e articoli, quali Shapeshift: Soft Dielectric Electroactive Polymers and Architectural Surfaces nel “Bracket 2 [goes soft]” del 2013, oppure ShapeShift nel “Leonardo 45” (nr. 5), solo per menzionarne alcuni.

Poiché parte della mia ricerca riguarda l’innovazione di materiali e tecnologie, e poichè gli smart materials si stanno sviluppando sempre più velocemente, sono molte le questioni che sorgono grazie a queste esplorazioni e che vorrei approfondire ulteriormente. Manuel Kretzer opera e interagisce costantemente nel campo dell’innovazione nell’architettura e dei materiali reattivi verso un futuro design sinergico. Ora, è arrivato il momento di chiarire alcune questioni grazie alle risposte fornite da un esperto in merito a queste ricerche.

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Mabel Plasencia: L’Architettura Responsiva è stata definita come un campo che richiede l’estensione e la ridefinizione dell’Architettura tradizionale, aumentando la prestazione energetica con l’integrazione della potenza di calcolo. Basandosi sulla sua esperienza, come può spiegare questo campo in continua evoluzione? Quale direzione potrebbe intraprendere? Verso dove dovremmo focalizzare la nostra attenzione?

Manuel Kretzer: Nella mia ricerca sulla Materiability presso l’ETH, più che come un veggente dell’Architettura, mi vedo piuttosto come un esploratore di potenziali materiali nuovi. Quindi, l’efficienza energetica non ha alcun ruolo. Penso che sia più facile creare qualcosa di nuovo quando i fattori limitanti sono minimi. Il mio approccio ha quindi un valore più educativo. Cerco di capire alcuni materiali (intelligenti) senza avere un’idea di come potrebbero essere usati. In questo modo posso raggiungere i limiti di prestazione di un particolare materiale e capire come funziona. Ricostruendo con le mie mani il materiale, posso poi manipolare e regolare certe proprietà e fare supposizioni sul valore che potrebbero avere per le esigenze architetturali.

Tuttavia, lo scopo non è migliorare la prestazione o l’efficienza dei materiali, ma più demistificare il progresso tecnologico e cercare di creare una conoscenza di base. Questo avviene attraverso i tutorial e un’informazione aperta che architetti e designer possono condividere e usare per comunicare con gli scienziati, i quali poi sono in grado di progettare nuovi materiali che possono essere usati in modo specifico in architettura. L’obiettivo del mio lavoro è quindi di rivelare, informare e ispirare. Come viene applicata l’informazione dipende dall’utilizzo della singola persona.

Se chiedete a me cosa penso dell’architettura responsiva, credo che l’efficienza energetica non dovrebbe essere l’aspetto primario. Dovrebbe essere una necessità, certo i nuovi edifici devono essere migliori di quelli vecchi, ma non dovrebbe essere esaltata più di quanto lo sia ora. Dovrebbe essere una cosa naturale, di cui non vale la pena parlare. L’obiettivo principale dovrebbe essere rendere l’architettura più responsiva rispetto alle persone, dato che l’architettura secondo me dovrebbe in primo luogo riguardare le persone stesse. Credo che gli spazi dovrebbero essere più adattabili e flessibili in base alle diverse esigenze e usi delle persone, dal momento che siamo tutti diversi, invece di progettare per un certo tipo di “uomo vitruviano” contemporaneo. 

Mabel Plasencia: Come descrive il lavoro portato avanti al Responsive Design Studio?

Manuel Kretzer: Responsive design studio e materiability sono due cose diverse. Quella sulla Materiability è una ricerca totalmente esplorativa, che non riguarda particolari applicazioni ma più la conoscenza. Una ricerca basilare. Al Responsive Design Studio, fondato da me e Hans Sachs, che sta lavorando anche per un’università della Germania, cerchiamo di migliorare alcune tecnologie o strumenti che abbiamo utilizzato nella nostra ricerca in modo più applicato. Finora ci siamo concentrati maggiormente su tecniche digitali di design e fabbricazione e meno su materiali intelligenti.

Tuttavia, poiché non siamo a carico del nostro studio per generare delle entrate, è ancora tutto a livello sperimentale e rappresenta un prototipo. L’idea guida è tuttavia simile alla mia ricerca sulla “materiabilità”. Si tratta di creare spazi o oggetti che rispondono, si integrano o si rapportano al loro utente, dando una sensazione di partecipazione e, dunque, anche di proprietà. Tutti i nostri progetti richiedono che l’utente diventi in qualche modo attivo, sia in relazione a sculture cinetiche e trasformabili o a pezzi d’arredamento che necessitano di essere composti dal cliente ecc.

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Mabel Plasencia: Se potesse descrivere il progetto di gran lunga da lei preferito, quale sarebbe e perché?

Manuel Kretzer: Penso che, in relazione alla mia ricerca, Phototropia potrebbe essere il mio preferito, anche se mi sono divertito a lavorare e collaborare a tutti gli altri. Durante la creazione di Phototropia, ci siamo concentrati sulla produzione autonoma di tutti i materiali utilizzati nel progetto, per dimostrare una certa indipendenza dall’industria e dal mercato. In tutto ciò era inclusa la produzione di polimeri elettro-attivi, display elettroluminescenti, bio-plastiche ecologiche e celle di Grätzel a film sottile. Gli elementi sono stati combinati in un’installazione autonoma che ha generato tutta l’energia richiesta derivata dalla luce del sole, rispondendo alla presenza dell’utente attraverso elementi che si muovevano e si illuminavano. L’energia prodotta è stata immagazzinata in batterie collocate sotto una piattaforma di base ed è stata distribuita da alcuni micro-controller ai rispettivi elementi. Ovviamente, poiché tutti gli elementi all’interno di questo progetto sono stati realizzati autonomamente, resistenza e performance non hanno raggiunto il loro massimo potenziale. Di conseguenza, è stato necessario integrare un numero di celle di Grätzel prodotte industrialmente, al fine di raggiungere il voltaggio necessario.

Fra i miei progetti al Responsive Design Studio, The Cone è ancora il mio preferito, poiché è stato il mio progetto di tesi insieme ad Hans e poi lo abbiamo costruito al festival Burning Man negli Stati Uniti. Il Burning Man è un festival di arte che si svolge ogni anno nel deserto del Nevada, USA. Per una settimana 50.000 persone creano il proprio spazio di vita a breve termine, chiamato Black Rock City, che poi scompare senza lasciare alcuna traccia. Il tema del 2007, “The Green Man”, riguardava il rapporto dell’umanità con la natura. Riferendosi a questo tema, The Cone ha rappresentato un’opera interattiva capace di rendere i partecipanti indipendenti per l’energia elettrica e di educare così a un suo uso responsabile.

The Cone era realizzato con una struttura a due livelli, in accordo con i principi dell’ingegnere russo Vladimir Shukhov. Il Cono interno era fissato alla piattaforma di base, che fungeva anche da entrata sul retro, mentre le estremità del cono esterno erano agganciate a un binario in modo che girasse su se stesso. Una volta assicurata in questa posizione flessibile, la struttura esterna poteva essere ruotata a mano attorno a quella interna. Grazie al metodo di costruzione in rete di filigrana questo sovrapporsi di strati creava un effetto d’interferenza atmosferica e, soprattutto all’interno, The Cone dava l’impressione di ritrovarsi dentro una macchina gigante.

Mabel Plasencia: Parlando di “strutture a tensegrità ad azionamento”, si riscontra un collegamento diretto o indiretto con le architetture responsive? E come spiega questa relazione?

Manuel Kretzer: Ritengo che le strutture tensegrità ad azionamento rappresentino solo una delle possibilità di creare strutture adattive. È un principio cinetico che può essere realizzato attraverso vari attuatori, per esempio dei motori o delle strutture idrauliche. È interessante a livello sia strutturale sia estetico, ma è solo un metodo in particolare.

Mabel Plasencia: Essendo parte della mia ricerca, ho scoperto che i materiali intelligenti sono in continua esplorazione e che in qualche modo sono legati alla bio-mimetica. Che cosa pensa a riguardo?

Manuel Kretzer: Stessa cosa. La bio-mimetica è interessante per molti aspetti, per trovare ispirazione o esplorare alcuni principi meccanici, per esempio, ma non penso che sia una soluzione generalizzata. Non credo che la natura abbia già risolto tutti i problemi e che spetti solo a noi fare ricerche che siano sufficientemente lunghe e profonde. Dipende sempre dalla situazione particolare e dalla necessità; quindi a mio avviso dovrebbe essere uno strumento e niente di più.

Ma penso anche che similmente all’efficienza energetica pubblicizzata ovunque, la bio-mimetica rappresenta un’altra parola chiave che sentiamo di frequente perché facilita le vendite e perché fornisce delle belle immagini. E naturalmente le persone riescono a riconoscerla, perché vedono qualcosa in un disegno che ricollegano a ciò che conoscono grazie alla natura. E provenendo dalla natura deve essere per forza qualcosa di buono che aiuterà a superare quel senso di colpa che sentiamo per come trattiamo male il nostro pianeta.

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Mabel Plasencia: Parlando ancora di materiability, il suo Materiability Research Network fornisce un archivio di materiali, tutorial e forum su cui i ricercatori possono sviluppare le loro conoscenze. Qual è stata la sua fonte di ispirazione nella creazione di questo network?

Manuel Kretzer: Ho cominciato a interessarmi a questi materiali guidato da una curiosità ingenua e ho capito che i risultati erano abbastanza validi, anche per i colleghi architetti e designer. Tuttavia, mi sono anche accorto che la difficoltà più grande nel dialogo con gli scienziati e gli ingegneri, i veri realizzatori di questi materiali, era un problema di comunicazione. Poiché o io non capivo quello che dicevano, o loro non capivano quello che cercavo di realizzare, anche perché inizialmente non avevo intenzione di creare niente di particolare.

Per questo decisi che occorreva che avessi una conoscenza generale di quello che attualmente fanno, prima di approcciarmi a loro e chiedergli così di collaborare, ed è importante sottolineare che, in quel tipo di contesto, e, secondo me nell’intero campo dell’architettura, la collaborazione, o meglio, la collaborazione disciplinare incrociata, è la chiave. Dobbiamo urgentemente staccarci dalla nozione di architetto come il grande maestro costruttore con una conoscenza universale. Perciò, a questo punto, la mia idea era di raccogliere la mia esperienza e rappresentarla in modo facile e comprensibile ai miei colleghi designer, in modo tale che potessero fare uso di queste conoscenze per comunicare e collaborare con le altre discipline.

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Mabel Plasencia: Lei è il coordinatore per i corsi di design, costruzione e materiali digitali al Master Universitario di Studi Avanzati del Dipartimento di Architettura CAAD (acronimo inglese di Chair for Computer Aided Architectural Design). Quali suggerimenti ha per quelle persone interessate a specializzarsi in materiali e tecnologie?

Manuel Kretzer: Il mio consiglio per le persone interessate all’utilizzo di nuovi materiali è quello di tenere occhi e orecchie aperte sui prossimi sviluppi e cercare di mettere le mani su degli esempi effettivi e quindi, in questo modo, giocarci fisicamente o per dirla come Walt Disney “Il modo di iniziare è di smettere di parlare e iniziare a fare!” Da questa prospettiva, internet è una risorsa meravigliosa. (Quasi) tutto è già stato fatto e lo si può ritrovare ovunque. Perciò, se trovo un materiale nuovo e interessante, mi chiedo se ci sia qualcuno lì fuori che l’abbia già utilizzato ne abbia una certa dimestichezza; successivamente, dopo una conoscenza di base, contatto queste persone, chiedendo loro maggiori informazioni. Poi, risalgo agli ingredienti e ai componenti per cercare di ricostruire il materiale. E così facendo, condivido quella conoscenza sul sito www.materiability.com, in modo che anche gli altri possano beneficiarne. Perciò, voi che siete creatori, aggiusta-tutto e hacker, cliccate sul sito e condividete le vostre passioni con tutti noi!