Detektors è un progetto in corso e collaborativo basato su dispositivi in grado di registrare emissioni elettromagnetiche nascoste, prodotte da comuni strumenti elettronici come telefoni cellulari, laptop, video camere ecc. Il dispositivo può catturare anche bande ad alta frequenza: modulazione di WiFi, Bluetooh, reti GSM, UMTS e GPS, oltre ad altri sistemi di trasmissione tra i 100 Mhz e i 5Ghz.

Ho pensato ad una strana coincidenza, perché recentemente ho incontrato Danielle Roberts: un’artista multimediale olandese che ha tentato di rilevare il silenzio utilizzando un dispositivo simile, ma più semplice (http://www.digicult.it/news/contamination-and-experimentation-an-art-science-workshop-series/). Ha sviluppato, infatti, un progetto in maniera analoga, raccogliendo suoni provenienti da luoghi diversi e creando un database online con mappe e punti di riferimento. È stato sorprendente vedere che oggi è quasi impossibile registrare il silenzio. Tutte le registrazioni contenevano rumore.

Approfondendo meglio l’argomento, mi sono resa conto che ormai qualsiasi aspetto della realtà può essere digitalizzato, persino il silenzio, o quello che crediamo che sia. Quasi tutti i dispositivi elettronici producono ritmi impercettibili, che possono essere rilevati e trasformati in suoni. Con Detektors, Martin Howse e Shintaro Miyazaki hanno applicato a un fenomeno reale il concetto di “Algorhythm” (termine coniato da Miyazaki nel 2009), che consiste in una combinazione delle parole inglesi algorhythm e rhythm, e pone l’accento su come la nuova cultura digitale non sia immateriale, ma al contrario, si fondi su aspetti altamente complessi che possono essere definiti come microritmi.

Martin Howse e Shintaro Miyazaki sono le due menti brillanti che hanno concepito il progetto iniziato nel 2010, si occupano di arte multimediale, ricerca scientifica, ingegneria, suono e arte. Entrambi vivono e lavorano a Berlino.

Miyazaki, nato a Berlino nel 1980, è un teorico dei media e ha un background come musicista. Forse questo rappresenta uno dei motivi per cui è così interessato allo studio delle relazioni tra suoni, tecnologia e ritmo. È cofondatore di vari progetti, tra cui http://sonictheory.com/– una serie di talk e di lectures – e http://www.algorhythmics.com/ – un progetto a metà tra design, curatela (in termini di selezione, conservazione e mantenimento), ricerca sull’arte indipendente con lo scopo di indagare le strutture algoritmiche nella vita quotidiana, nella cultura e nella società contemporanea.

Howse, nato a Londra nel 1969, è programmatore, scrittore, artista ed esploratore. Si è occupato di vari progetti, quali pubblicazioni, conferenze e mostre. Ha sviluppato software e hardware open source, e ha fondato micro-research, una piattaforma di ricerca mobile che indaga la psicogeofisica  http://www.psychogeophysics.org/wiki/doku.php.

Alessandra Saviotti: In che modo la vostra ricerca personale è legata a Detektors?

Shintaro Miyazaki: Detektors è molto importante per la mia ricerca. Mi incuriosisce molto il ruolo che hanno i media durante i processi di conoscenza, di creazione d’informazioni e di dati, in riferimento allo studio degli aspetti impercettibili della realtà. Attraverso il dispositivo questi fenomeni diventano udibili, visibili e sensibili. Essendo uno studioso di tecnologia dei media, mi occupo di processi di memorizzazione, di trasmissione e di elaborazione delle informazioni.

Detektors rileva i segnali elettromagnetici in un range che va dai 100 MHz ai 3 GHz e trasforma – per essere precisi demodula – queste onde impercettibili, estraendone la forma che avevano prima di essere modulate con le rispettive frequenze portanti. È possibile cogliere il suono delle onde rilevato attraverso un semplice sistema di casse acustiche.

Il progetto ricopre una certa importanza per il mio percorso poiché m’interessa quantificare la funzione del suono come mediatore nella comprensione dei mezzi di comunicazione. La storia della tecnologia legata ai media mostra che quelli che presentano un aspetto legato all’acustica – come il telefono – hanno avuto un ruolo fondamentale per la comprensione del funzionamento dei processi nervosi nei muscoli. L’azione dell’ascoltare, infatti, è fondamentale per i sonar durante la  navigazione subacquea, per i dottori, dal momento che devono cogliere processi fisiologici che non possono vedere, per gli ingegneri informatici, che devono monitorare i processi computazionali in tempo reale, e per i neurologi, per comprendere l’attività dei neuroni nel nostro cervello. L’elenco potrebbe continuare, ma quello che è importante è che Detektors costituisce un tassello nella storia delle pratiche legate all’ascolto.

Mi interessa studiare le cose cercando di crearle, e questo implica un approccio più sintetico rispetto ad uno più analitico. Quest’approccio può avere dei limiti, se rapportato al sapere umano in generale, ma io sono molto più interessato ad analizzare gli oggetti, realizzando io stesso gli strumenti – software e hardware – per comprenderli meglio. Tale approccio si colloca perfettamente all’interno del discorso critico e teorico legato al design. Grazie al progetto Detektors posso creare, in collaborazione con Martin, un sistema sperimentale per la comprensione di uno degli aspetti legati alla nuova “società dell’informazione”, ovvero la presenza di un insieme di reti invisibili perché wireless.

Martin Howse: Il progetto Detektors si colloca perfettamente all’interno delle ricerche che sto conducendo negli ultimi anni e che hanno visto come punto di partenza il workshop Maxwell City, condotto con Erich Berger nell’estate del 2007 ad Atelier Nord, Oslo. L’intento del workshop era quello di rendere percettibile il segnale elettromagnetico (EM) presente in ogni città e di esplorare le interazioni delle emissioni elettromagnetiche (emesse da dispositivi elettronici ed elettrici, trasmettitori e ricevitori come cellulari, reti wireless e radio) con strutture spesso complesse e con sistemi particolari. Durante la preparazione del workshop, Erich e io ci siamo confrontati sulle nostre visioni filosofiche e tecniche (relative a questioni importanti come l’ontologia di queste onde). Abbiamo costruito e testato durante il workshop vari dispositivi capaci di esplorare sia i cosiddetti natural radio phenomena sia la mancanza di dati. Questo ha fatto sí che sviluppassi la mia ricerca su questi dispositivi all’interno della quale si colloca anche Detektors; uno studio che comprende la questione della visibilità e invisibilità nel mondo provocata dalle caratteristiche dei fenomeni elettromagnetici.

Durante una micro-residency intensa a Berlino (a _____-micro-research) con Shintaro nel 2009, questi aspetti sono stati ulteriormente sviluppati, aprendo la strada a un lavoro più tecnico con Detektors. In tre giorni, utilizzando schede audio e software-defined-radio più complessi, abbiamo cercato di esaminare la materialità nascosta delle reti come ad esempio Ethernet e il wireless; senza contare i protocolli codificati che, tuttavia, si affidano a una base materiale all’interno di un sistema di pratiche ingegneristiche opposte o di archeologia acustica.

Questi miei interessi vanno a fondersi con il progetto Detektors, con il desiderio di rendere accessibili queste ricerche e stabilire una mappa psico-geofisica universale delle oscillazioni elettromagnetiche.

Alessandra Saviotti: Come si è evoluto Detektors dal 2010?

Shintaro Miyazaki: Detektors è stato sviluppato durante il mio soggiorno nello studio di Martin tra Maggio del 2009 e l’estate del 2010. All’inizio è stato presentato al festival Interferenze 2010 a Bisaccia (Italia) e, in seguito, a ISEA 2010 a Dortmund (Germania). Poi è stato presentato in diverse città, come Dublino, Bruxelles, Vienna, Winnipeg (Canada) e Tokio. La parte elettronica era stata già sviluppata da Martin prima del 2009. Egli utilizzava già il circuito in vari contesti artistici. In sostanza, il progetto è iniziato nel 2010 e nel 2011 lo abbiamo presentato indipendentemente in diversi workshop. Ho lavorato agli ultimi sviluppi dopo il 2010, durante la residenza all’Università di Singapore nel settembre 2012, dove ho iniziato a realizzare esperimenti con le antenne direzionali. Al momento sto provando a sviluppare ulteriormente il progetto affinché possa adattarsi in ambito urbanistico, in particolare in riferimento all’utilizzo della rete mobile in luoghi specifici in un contesto urbano.

Martin Howse: Inizialmente, sono stato coinvolto per la progettazione della parte elettronica. Fino al 2012 il design della parte elettronica è stato molto specifico e mi potevo riferire solamente ad alcuni prototipi molto delicati. Quest’anno, grazie al supporto di Shintaro, ho avuto modo di testare nuove possibilità di progettazione e di ridurre il design all’essenziale. Ciò mi ha consentito di lavorare sull’amplificazione e il rilevamento delle emissioni a bassa e ad alta frequenza. Ho ottenuto, così, un’ulteriore amplificazione e la possibilità di ascoltare le emissioni attraverso gli auricolari. Entrambi i segnali possono essere registrati. Ora Detektors può essere riprodotto facilmente per altri utenti (al momento sono in vendita), per workshop e per mostre. Questo dovrebbe facilitare la condivisione online di più mappe e suscitare maggiore interesse nei confronti del progetto.

Alessandra Saviotti: In base alla vostra esperienza, pensate che sia possibile rilevare il silenzio?

Shintaro Miyazaki: Dipende da cosa intendi per silenzio! Come sperimentò John Cage in una camera anecoica, non esiste il silenzio assoluto (ha provato poi a riassumere questa esperienza nella celebre performance 4’33’’, 1952). E come dimostrano progetti simili a “Detektors”, anche quando non ci sono onde sonore, esistono probabilmente onde elettromagnetiche e altri processi fisici che possono essere trasformati in suono da antenne, ricevitori, bobine, amplificatori e casse. Non esiste il silenzio, c’è sempre brusio. Ciò dipende dal livello di misurazione e di estetizzazione per il quale si può definire un fenomeno come silenzio oppure no.

Martin Howse: Vorrei rispondere con un aneddoto. Durante un workshop a Berlino alcuni anni fa, stavamo testando il primo prototipo di Detektor nei pressi di Alexanderplatz. Alcuni di noi stavano perlustrando gli ingressi della metropolitana e le stazioni dei tram. Eravamo tutti quanti collegati tramite auricolari e potevamo sentire le onde ad alta frequenza provenienti dai negozi, dai ripetitori, e dagli sportelli bancomat: un’esperienza insopportabile per l’udito. Poi ci si è parata davanti l’iconica torre (Fernsehturm) e, mentre ci avvicinavamo, il rumore assordante si è affievolito, e quando siamo arrivati alla base della torre, riuscivamo a sentire solamente un rumore debole: il suono distante delle onde del mare, interrotto di tanto in tanto da un lieve bip. Camminando con il detektor intorno alla Fernsehturm, abbiamo ascoltato solamente silenzio, un’esperienza libera da ogni informazione. Tuttavia, l’unico modo per spiegare un tale silenzio all’interno di uno spazio dove l’emissione di frequenze è molto intensa, può derivare dal sovraccarico del circuito del detektor, risultando sovra-compensato, e dunque quasi silenzioso. Ci sono stati altri tentativi di “mappatura del silenzio” utilizzando un GPS e un detektor modificato, nella speranza di ottenere dati più precisi intorno alla torre, ma sono sempre sono falliti a causa di errori, batterie scariche e cose simili.

Alessandra Saviotti: Shintaro, ho letto in un’intervista che non ti consideri uno scienziato, nonostante la tua pratica sia a metà strada tra scienza e ingegneria.

Shintaro Miyazaki: Per chiarire: il mio background è costituito da studi umanistici. Ho studiato teoria dei media, musicologia e filosofia e non ho mai studiato né scienze né ingegneria. Durante la mia infanzia in Svizzera, giocherellavo con strumenti chimici ed elettronici, e i miei amici avevano un AMIGA, un Macintosh o un PC286 nello scantinato o in soffitta. Inoltre suonavo il violino, dato che i miei genitori sono due musicisti classici. A scuola, avevo scelto “matematica e scienze”, ma non andavo molto bene in queste materie, cosí ho dovuto sostituirle con “musica e arte”. Durante l’adolescenza, mi sono dedicato completamente alla filosofia, alla letteratura, alla musica classica e alle belle arti. Quando ho iniziato a studiare all’università, mi sono orientato verso la musica e l’arte contemporanea. Grazie a internet, ho incominciato a imparare e a studiare da autodidatta come programmare la musica con Pure Data, Supercollider e, in seguito, ho imparato come funziona Arduino. Fortunatamente, ho avuto docenti e professori molto validi all’Università di Basilea, e così sono riuscito a mettere insieme aspetti generali legati al post-strutturalismo, a Heidegger, alla teoria dei media tedesca e metodi molto precisi sull’analisi musicale, letture delle fonti storiche e storia della notazione musicale. Queste esperienze, unite al desiderio di imparare a capire i principi dell’elettronica e il funzionamento dei computer, sono alla base della mia “pratica”. Passo la maggior parte del tempo a fare le stesse cose che tutti gli studiosi di discipline umanistiche fanno: leggo, penso, scrivo e presento i miei lavori. E poi, in certe occasioni, come durante il mio soggiorno a Singapore, agisco da artista e creo dispositivi che producono strani rumori e me ne vado in giro per la città o nel campus per rilevare infoscapes non udibili. Vorrei costruire altri dispositivi che mi aiutino a rilevare dati nascosti e che mi diano la possibilità di analizzare dati o situazioni complesse, come interruzioni della rete, ma fino ad ora non c’è stato né il tempo né l’occasione per farlo.

Alessandra Saviotti: In che modo consideri la relazione tra arte e scienza?

Shintaro Miyazaki: I confini tra arte e scienza sono sempre stati labili, in parte. Da sempre, scienziati, ingegneri e artisti si sono influenzati a vicenda. In alcuni casi i ruoli si sono uniti in una sola persona, come Leonardo da Vinci, Johann Wilheim Ritter o Hermann von Helmholtz. Anche Alan Turing ha avuto un’educazione in discipline umanistiche, scienze e matematica. Oggi esistono artisti e designer che si dedicano alla ricerca scientifica, e scienziati/ingegneri che si occupano di arte, ma esiste una relazione fondamentale e sempre più stretta tra scienza, arte e tecnologia. Nella storia della scienza, si sono sempre verificati casi in cui gli scienziati rilevavano alcuni aspetti nuovi della materia organica e inorganica. In situazioni come queste, utilizzano la tecnologia che consente loro di vedere, di ascoltare o di percepire il processo che devono comprendere. Utilizzano la media technology: microscopi, telescopi, telefoni, amplificatori, oscilloscopi, tubi vacuum, contatori Geiger, microscopi elettronici ecc. Tutti questi strumenti stanno svelando processi che erano impossibili da rilevare prima del loro sviluppo. Il compito dell’arte e del design – per essere più precisi, dell’estetica – è quello di influenzare il modo in cui percepiamo le cose e i processi. Senza l’estetica non c’è nulla da capire. In questo senso, arte, scienza e tecnologia sono alleati verso il progresso scientifico.

Alessandra Saviotti: Martin, i tuoi studi sulla psicogeofisica sono molto importanti per capire il tuo lavoro. Come vedresti una connessione tra la psicogeofisica e Detektors? Pensi che possa essere possibile una relazione concreta con la natura?

Martin Howse: La psicogeofisica può essere considerata, per certi aspetti, ma non in maniera esaustiva, come un’indagine sui vari metodi che esplorano le relazioni tra codice, materiali (la terra) e la psiche, espressa in uno scontro della psicogeofisica con la geofisica: lo studio del campo magnetico sulla terra che noi estendiamo, attraverso interazioni più ampie, impiegando segnali artificiali (linee di alimentazione, trasmissioni radio, telefoni cellulari, radar, reti wireless, ecc.). Detektors, rendendo udibili queste interazioni e attirando l’attenzione su azioni potenzialmente collocate all’interno della psiche, è veramente connesso con il concetto di psicogeofisica e può essere considerato come un elemento all’interno della struttura. Come ipotesi estrema, la psicogeofisica ritiene che noi siamo letteralmente codificati da onde elettromagnetiche (secondo Michael Persinger), o da qualsiasi linguaggio che usiamo per indicare queste considerevoli oscillazioni invisibili ma rilevabili; il progetto Detektors mira a rendere accessibili questi codici, a prescindere dal linguaggio della scienza, in relazione alla geografia e ai comuni dispositivi.

La psicogeofisica intende instaurare una relazione concreta e animistica con il pianeta terra e quello che amo chiamare, dopo Gustav Metzger, la “damaged nature”; e lo fa mettendo in relazione l’elettromagnetismo con le onde fluttuanti del campo magnetico terrestre (la sottile interazione tra la terra e eventi atmosferici), alla psiche e a tutte le forme di vita compresi umani, animali, piante e funghi. Perciò, grazie a un rapporto complesso con l’animismo tecnologico (tecnologia come piaga), e con la pratica psicogeofisica nei luoghi che si avvicinano alla nozione di “damaged nature” (che non va intesa come fascinazione derivante dalle rovine) quale Peenemuende (luogo in cui è stato testato il primo razzo V2 e che da venticinque anni è più o meno chiuso all’intervento dell’uomo) credo che una relazione concreta con la “natura” sia possibile.


http://detektors.org/

http://www.1010.co.uk/org/execution.html

http://www.algorhythmics.com/persons/miyazaki/

https://vimeo.com/album/2115281