La prima volta che ho letto The Language of New Media (2001) di Lev Manovich, ricordo di essere stato colpito da una riflessione: secondo l’autore, nel campo dei cosiddetti new media, una strana dinamica aveva portato gli ingegneri a creare opere d’arte prima ancora degli artisti. Come se nel Rinascimento non fossero stati i pittori a lavorare su dipinti e affreschi, ma i loro apprendisti, i loro assistenti che preparavano materialmente i pigmenti e gli strumenti.

Questa osservazione mi è spesso tornata in mente studiando le opere di Antoine Schmitt, artista francese che ha iniziato a lavorare come programmatore per poi, diversi anni dopo, avvicinarsi all’arte contemporanea.

Le sue opere, essenzialmente dei software creati da lui stesso, esplorano il concetto di movimento e le interazioni dinamiche tra natura umana e realtà. L’aspetto dell’arte programmata è assolutamente centrale in opere come Pixel Noir (2010), nella quale una forma in movimento costituita da una nuvola di pixel bianchi video-proiettati si muove sull’intera superficie di un muro bianco, ma mostra un’attrazione compulsiva per il quadrato dipinto di nero appeso al centro senza mai riuscire a penetrarlo. O ancora Doors++ (2013), dove un algoritmo continua a generare porte, basandosi su criteri definiti insieme allo scultore Patrice Belin.

Schmitt2

Filippo Lorenzin: Hai iniziato lavorando come programmatore nel campo dell’interazione uomo-computer e dell’intelligenza artificiale. Com’è avvenuto il passaggio da questo lavoro all’arte contemporanea?

Antoine Schmitt: Mi sono innamorato della programmazione quando avevo sedici anni, dell’idea di creare qualcosa che avrebbe poi avuto un impatto nel mondo. Sono diventato un ingegnere e ho avuto una carriera abbastanza significativa in questo settore, fino ad arrivare alla Silicon Valley e lavorare per la NeXT di Steve Jobs. Ma in un certo senso mi sentivo frustrato e limitato: la creatività era sempre e solo al servizio dell’utilità. Ho scoperto il mondo dell’arte attraverso alcuni amici artisti ed è stato come una boccata di aria fresca. Nel 1994, avevo 33 anni, ho lasciato il mio lavoro e sono tornato in Francia, deciso a diventare un artista. Ho sperimentato diversi materiali e mezzi come la pittura, il disegno, la fotografia, i video…

Ma poi mi sono reso conto che per me il modo più veloce di passare da un’idea alla sua realizzazione era di servirmi del materiale che per me era più naturale, cioè la programmazione stessa. La programmazione è così diventata il mio principale strumento; ho continuato a fare il consulente di programmazione per alcuni anni fino a quando ho potuto vivere della mia attività artistica, dedicandomi a essa anima e corpo.

Schmitt1

Filippo Lorenzin: Il movimento è un elemento fondamentale del tuo lavoro. Come mai ne sei così affascinato?

Antoine Schmitt: Come molti artisti, mi concentro sulle questioni che mi coinvolgono di più. Il movimento e le sue qualità mi hanno sempre spinto a farmi delle domande. Perché mi muovo? Perché le cose si muovono? Decisione, scelta, stimolo, comportamenti, rapporti, libertà, destino, coscienza, leggi della fisica, leggi dell’universo… Da tempo le mie letture si concentrano su queste questioni: psicologia, filosofia, scienze sociali, fisica ecc. E quando sono diventato un artista, ho cominciato a occuparmene attraverso le mie opere d’arte. Non per dare soluzioni, ma per porre domande. Altre domande. Lo faccio creando opere d’arte che si muovono da sole, lasciando che lo spettatore sperimenti dei sentimenti di empatia verso ciò che vede. Oppure metto in discussione il movimento dello spettatore stesso attraverso, per esempio, l’interattività. Tendo a soffermarmi sulle ragioni che ci fanno muovere e sulle forme che questi movimenti prendono. Mi interessano i movimenti non scontati, quelli che mantengono l’attenzione: movimenti che riflettono una lotta o tensione interiore.

Sono interessato anche alle cause del movimento, le forze che stanno dietro l’azione. Queste forze possono essere fisiche, poiché l’universo è un campo di forze dinamiche, o psicologiche poiché la psiche umana è un meccanismo fluido e instabile, o ancora sociali, poiché le società sono dei sistemi complessi. Siamo attraversati dall’insieme di queste energie sconosciute e inconoscibili.

Filippo Lorenzin: Il software è un altro elemento importante nel tuo lavoro: ci potresti parlare del processo creativo e pratico che sta dietro ai tuoi progetti?

Antoine Schmitt: I programmi sono un ottimo materiale per occuparsi del movimento, soprattutto delle cause del movimento, proprio perché è un materiale che agisce da solo. Qualsiasi processo, macchinario o sistema ci s’immagini, purché sia descritto dettagliatamente, potrà sempre essere eseguito da un programma. Questa è la definizione della macchina universale di Alan Turing, che è poi diventata il computer. Significa che posso immaginare qualsiasi situazione e poi realizzarla.

Questo è il mio modo di lavorare: ho una visione di una situazione delicata, di solito dopo aver seguito un certo corso di pensieri o essere stato coinvolto da una determinata situazione nella vita reale, e la programmo. Ricreo la situazione nel software. Programmo in maniera molto veloce e intuitiva, quindi questa fase è piuttosto breve di solito. Poi mi cimento con il sistema al lavoro, lo perfeziono fino a quando emerge una certa tensione, fino a quando la situazione delicata diventa presente. I programmi sono come l’argilla per me. A volte faccio degli errori ed emergono nuove situazioni interessanti. A volte so esattamente quello che cerco e punto direttamente lì. Spesso capita che crei dei sistemi che non funzionano a livello artistico, e li abbandono.

Schmitt5

Filippo Lorenzin: Hai realizzato spesso anche opere d’arte pubblica. Come descriveresti queste esperienze?

Antoine Schmitt: Il mondo dell’arte contemporanea è molto interessante perché si basa su tutta la storia dell’arte, è un mondo molto intellettuale. Ma ha anche i suoi limiti, il pubblico è molto ridotto. L’arte pubblica invece è molto appagante perché mi permette di raggiungere un pubblico molto ampio, che magari non ha un background artistico. Essere in grado di cambiare la visione del mondo di persone che non se lo aspettano è un grande sforzo e una grande soddisfazione. E ciò non significa venir meno al proprio rigore intellettuale.

La mia ultima opera pubblica si chiama City Lights Orchestra (2012) e si basa esclusivamente sulla partecipazione del pubblico: le persone illuminano la finestra di casa loro attraverso un apposito programma che lampeggia sullo schermo del computer e, unendosi a tutti gli altri partecipanti del quartiere, creano una sinfonia visiva di finestre che i passanti possono scoprire e ammirare. Grazie a quest’opera, la gente partecipa a un opera d’arte e allo stesso tempo vive il proprio quartiere in un modo diverso, più estetico, più globale, più relazionale (http://www.citylightsorchestra.net/).

Filippo Lorenzin: Quali sono i tuoi progetti per il futuro? A che cosa stai lavorando in questi mesi?

Antoine Schmitt: Ho molte opere d’arte, progetti di arte pubblica, performance e installazioni che continuano a condurre la loro vita: seguire questi progetti mi prende moto tempo ed energia. Intanto sono preso anche da altri progetti per alcune performance che mi entusiasmano, oltre a lavorare con la mia galleria (Galerie Charlot a Parigi) per produrre e introdurre nuove opere nel mondo dell’arte contemporanea attraverso le fiere specializzate e una mia mostra personale a marzo 2015. Ho ricevuto alcune commissioni per opere di arte pubblica, alle quali sto pensando, e un paio di proposte di collaborazione nel cinema e nel teatro. E ho davvero bisogno di prendere una pausa per nutrire lo spirito!


http://www.antoineschmitt.com/