Nel corso dell’ultimo ventennio, le economie necessarie per attivare processi di produzione nel campo della Media Art, sono giunti da istituzioni in primis, ma anche da banche, mecenati, sponsorship nell’ambito di mercati apparentemente vergini ma ovviamente pronti a una contaminazione commerciale che garantisse la propria sopravvivenza. La sensazione comune è che questo grande meccanismo assistenzialista che, diciamolo, si credeva forse eterno, non sia più sostenibile e debba necessariamente dare spazio a processi di produzione e diffusione dell’arte maggiormente virtuosi.

In un periodo di crescente recessione economica e di diffusi tagli alla cultura,è difatti sempre più ampio il numero di esempi, su scala internazionale, di soggetti culturali, creativi (artisti, designer, programmatori, autori, hacker, maker, musicisti, cineasti, grafici…) e industrie – nell’ambito dell’ICT ovviamente, ma anche nella produzione di sistemi hardware e software, o che lavorano nei circuiti della ricerca scientifica, della meccatronica, dell’intelligenza artificiale, della biomedicina o ancora alla ricerca sui materiali – coinvolte nella standardizzazione di modelli di sviluppo sostenibili allo scopo di attivare processi produttivi funzionali alla realizzazione di un “oggetto culturale”.

Le nuove “classi creative”, di varia formazione ed estrazione, non necessariamente istituzionalizzate ma formanti “valore” su una scala di modelli socio-economici maggiormente legati alle reti, ai network, alla produzione di cultura bottom-up, sono in grado di mettere in relazione l’industria con un ecosistema fatto di centri di ricerca, laboratori, accademie, luoghi espositivi e istituti di eccellenza, tali da creare interessanti meccanismi di condivisione, scambio e produzione. Lo scopo ultimo è quello di attivare sistemi di diffusione e circolazione dell’”oggetto culturale” prodotto al quale normalmente l’azienda non avrebbe accesso, per il crescente interesse di un intero settore produttivo, sempre più pronto ad investire in arte e cultura in modo molto più attento e massivo che in passato.

sonar+d3

Una serie di eventi internazionali, tra cui vale la pena ricordare il Sonar +D, il Future Everything, il Resonate, si sono operati per monitorare da alcuni anni questi processi: cambiando i paradigmi e la formula del classico festival di Media Art, trasformato gradualmente in luogo non solo espositivo e performativo, ma anche di incontro tra artisti, creativi, professionisti e studenti. In questo senso, nell’ambito della mia ricerca su quelle che ho definito Art Industries nella pubblicazione omonima MCD #74 dell’estate 2014, ho voluto intervistare Josè Luis de Vicente, direttore proprio del Sónar +D

Il Sónar +D è la conferenza internazionale (che si svolgerà anche quest’anno a Barcellona dal 16 al 18 Giugno, con la Conferenza Inaugurale di Brian Eno e un ricco programma di talk, workshop, meeting e dimostrazioni) che si focalizza su creatività e tecnologia, e che osserva la trasformazione digitale delle industrie creative. Con un programma in parallelo a quello del Sónar by Day, riunisce esperti, artisti, investitori, aziende, ricercatori, scienziati allo scopo di presentare progetti e strumenti, iniziative e community centrali per gli sviluppi futuri nel campo dell’arte, della musica, dei visual, dell’interattività e delle piattaforme transmediali.

In quest’ottica, penso abbia senso di parlare di Open Innovation, nel momento in cui i processi emersi da questa chiacchierata conservano un impatto reale, non solo sulle dinamiche economiche, ma anche sulla produzione di arte e cultura nella società contemporanea. L’innovazione è “open” non solo perché condivide conoscenze e tecniche ma principalmente perché attiva processi cross-culturali, sviluppando oggetti artistici il cui “valore” reale non è solo quello che ne determina il suo impatto come “merce”.

sonar+d4

Marco Mancuso: Se dovessi definire il Sónar+D, come lo faresti? Quali sono i suoi obiettivi principali? Come è nato il progetto Sónar+D, a partire dal Sónar? Chi ha memoria, si ricorda che il Sónar stesso ha mappato per alcuni anni i territori della media art con mostre, workshop ed eventi durante i tre giorni del festival stesso. Sónar+D è dunque un risultato di quella esperienza?

Josè Luis de Vicente: Il Sónar festival non è mai stato solo un festival di musica. Fin dal principio, nel DNA del Sónar c’è stata la presenza di una serie di comunità interessate alla sperimentazione, vincolate al mondo delle arti digitali e della musica elettronica, che avevano una certa tradizione grazie alla connessione con centri di ricerca universitari o i primi media lab. È per questo suo background così eterogeneo che il Sónar non si è mai potuto definire come un festival di musica elettronica classico, e nemmeno un evento di media art. Una delle ricerche più importanti che il Sónar ha portato avanti è stata quella di guardare all’ampio spettro dell’elettronica popolare, sperimentale o della sound art, per creare uno spazio di convivenza in cui tutte le comunità si trovassero rappresentate, e in qualche modo “comunicate”.

Tre anni fa, con il cambio della location del Sónar by Day, è arrivato il momento di rinnovare e ripensare la relazione del Sónar stesso con queste comunità: era chiaro che il mondo del 2013 non era quello del 1994, e proprio da questa riflessione è nata l’idea del Sónar+D. Un’idea che nacque tenendo chiara la nozione di voler generare una cultura di festival come laboratorio che può guardare al futuro – in un orizzonte di 3/5 anni – a partire dalla cultura sperimentale e dalle dinamiche di prototipazione che si stanno diffondendo in questo momento.

sonar+d2

Marco Mancuso: Il Sónar+D è una realtà complessa, fatta di incontri, mostre, workshop, performance. L’area incontri sembra essere la parte del festival che comporta le sfide maggiori, nuova in un certo senso. Date al pubblico la possibilità di incontrare esperti, investitori, nonchè un’area dedicata al mercato del lavoro. In questo periodo di crisi economica, quanto è importante per gli studenti, gli amanti di tecnologia e i professionisti avere la possibilità di incontrare e scambiare due chiacchiere con artisti ed esperti?

Josè Luis de Vicente: Beh sì. Da subito abbiamo pensato che una delle caratteristiche distintive del Sónar+D dovesse essere quella della trasversalità, che caratterizza del resto le comunità che citavo prima. A differenza di molti eventi che si concentrano in una disciplina o ambito d’azione, nel Sónar+D si ritrovano comunità legate al mondo della musica, dell’industria e della tecnologia, o emergenti come quelle degli hackers e makers, e vari altri profili che sorgono in uno spazio intermedio tra arte, design, business, start-ups, includendo anche altri mondi più lontani come l’audiovisivo.

Volevamo che il Sónar+D fosse un evento trasversale, che non si concentrasse solo su una comunità o su una disciplina, da qui l’importanza dello spazio dedicato ai meeting come una maniera di generare contatto e forme di comunicazione e dialogo dirette. L’intenzione era quella di studiare i progetti a 360º, analizzando i differenti stadi, dalla sua nascita fino alla sua presentazione e commercializzazione. Se orizzontalmente c’è quindi la volontà di attraversare tutte queste comunità, verticalmente ci si ferma ad ogni tappa e momento in cui si può costruire, trovare, sviluppare un progetto, da quando una tecnologia nasce ed è sperimentale, passando per quando si crea la sua prima comunità di utenti, fino al momento in cui questa comunità inizia a generare formule di diffusione, per abilitare infine meccanismi di finanziamento e di presentazione del risultato finale.

Nel Sónar+D come evento a 360º, gli spazi dedicati al networking sono ovviamente fondamentali, e non solo per i professionisti, ma anche per coloro maggiormente legati al mondo dell’educazione, della formazione e per tutti quelli che hanno bisogno di sviluppare un’idea o solo una singola fase di un progetto.

sonar+d5

Marco Mancuso: Perché, secondo te, questa tipologia di meeting e festival si stanno diffondendo così tanto, con sempre maggiori investimenti e attenzione mediatica? Intendo dire, grandi festival europei come l’Offf, il Future Everything, il Resonate e ovviamente il Sónar+D si sono strutturati come eventi in cui gli ambiti della produzione artistica mediale appaiono al fianco di incontri per professionisti e creativi che lavorano con le tecnologie. Qual è il bisogno generale che questi festival stanno provando ad incontrare?

Josè Luis de Vicente: Credo che l’aspetto interessante di questa domanda, sia proprio la ragione per la quale questi eventi condividono la vocazione a presentare risultati artistici e generare sinergie ed esiti professionali. È un aspetto che ha molto a che fare con l’idea che il capitale simbolico generato dalla comunità delle arti abbia un valore oltre i suoi confini, e che uno degli ecosistemi ai nostri giorni sia proprio quello dell’innovazione nello spazio artistico. Da qui l’attenzione rivolta all’azione che gli artisti svolgono in una funzione specifica nel discorso dell’innovazione.

In realtà questi eventi, pur avendo punti in comune, hanno obiettivi molto diversi tra loro – il Resonate si concentra più sulle “creative technologies” e certi profili professionali, l’Offf sulla comunicazione e il mondo delle agenzie, il Future Everything sul dialogo con la comunità scientifica. Per me, tutti questi esperimenti ibridi condividono l’idea che i compartimenti stagni che separano la comunità dell’arte da quella dell’innovazione, dell’imprenditoria, della scienza, delle industrie creative s’intendono non come spazi professionali distinti ma come un territorio di convergenza.

sonar+d6

Marco Mancuso: Sulla base della tua esperienza, come sta cambiando il mondo dell’arte mediale? Voglio dire: a lato di una generale crisi economica che ha tagliato i finanziamenti all’arte e alla cultura più o meno ovunque in Europa, c’è una crescente attenzione a questi mondi da parte dei media generalisti, dalle agenzie, dagli organi governativi e dai grandi eventi istituzionali (come esposizioni, fiere…). Come detto, si osserva una tendenza generale in cui gli eventi culturali ed artistici, i media centers, i lab e i singoli artisti/designer, lavorano in collaborazione con grandi compagnie di information technology, prendendo dalle loro ricerche e dai loro investimenti privati i soldi per supportare e produrre nuove opere. Cosa pensi di questo modello sempre più diffuso? Pensi che sarà un argomento di crescita per il futuro o credi che dei modelli istituzionali classici siano destinati a tornare?

Josè Luis de Vicente: I modelli istituzionali classici non torneranno mai più, perché la visione di quella che era la funzione sociale delle industrie culturali si è totalmente trasformata negli ultimi dieci anni. Per alcuni aspetti, senza dubbio in peggio, minacciando quei valori relativi alla cultura come diritto, nonchè la visione socio-democratica della cultura come qualcosa cui deve aver accesso il cittadino: tutti aspetti messi in evidenza, ad esempio, dai tagli al finanziamento alla cultura.

Però ci sono altre possibili visioni. Quelle ad esempio che hanno a che fare con il cercare nuovi valori della Cultura, ad esempio il suo potenziale rendimento economico – affondando le radici nei valori tipici dell’innovazione – che sono piuttosto interessanti perché evidenziano come le comunità maggiormente riconosciute siano in grado di generare modelli di mutua comunicazione che sono fertili, validi e importanti. E che necessitano essere appoggiati.

In questo senso troviamo artisti coinvolti in società di tecnologia che sono esemplari di una forma di strumentalizzazione dell’arte a servizio di fini concreti, pratici, una questione che di per se non va bene. Però, è pur sempre vero che, molti di questi artisti si dicono arricchiti dai metodi di ricerca che possono sviluppare in queste aziende: tra materiali, capitali umani o cognitivi a cui non avrebbero mai avuto accesso lavorando fuori da queste piattaforme. È chiaro che questo modello non è perfetto, che può sfruttare gli artisti in diversi modi, però non si può dire che sia un modello peggiore o maggiormente perverso di quello dell’economia del mercato dell‘arte, a cui tutta questa comunità non ha di solito accesso e sulla quale non può contare. Per tutte queste ragioni, credo che questi esperimenti in cui si cerca il valore della cultura – con fini economici – da piattaforme che creano una certa capacità d’influenza sociale, mi sembrino molto più interessanti e rilevanti.

Marco Mancuso: Puoi dirmi qualcosa sugli sviluppi futuri del Sónar+D? Quali sono le tematiche che sono emerse dalle passate edizioni e che potrebbero essere soggette a future analisi nel contesto di Sònar+D?

Josè Luis de Vicente: Siamo alla chiusura del programma, vale a dire che è un film che stiamo montando adesso, per cui è presto per parlare di una narrativa finale. Di certo, un peso importante sarà dato al valore degli artisti nell’ecosistema dell’innovazione; in secondo luogo, daremo spazio al dialogo tra artisti e comunità scientifica, una vecchia tradizione che sta assumendo più che mai nuove dimensioni nell’ambito di facilitare vie di azione o d’incidenza sociale per la risoluzione di alcuni dei conflitti della crisi contemporanea.

Non è un caso che quest’anno, molti progetti del Sónar+D, presenteranno gli artisti come veri e propri creatori di un nuovo immaginario, soggetti a problemi come il cambio climatico o i rischi legati agli interventi antropogeni. È piuttosto incredibile che molti dei progetti che analizziamo convergano verso queste tematiche, dove gli artisti si erigono come intermediari tra la scienza e la società, trasformando molti fenomeni dello spazio sociale, nonchè le modalità nel prendere certe decisioni; non più solo osservatori passivi, ma critici che sovvertono certi modelli e che ne costruiscono di nuovi.

In conclusione, ci piacerebbe che Sónar+D andasse sempre più in questa direzione: artisti costruttori la cui funzione si riversa in più aspetti della società, trasformandoli in protagonisti assoluti del mondo contemporaneo.


http://sonarplusd.com/

http://sonarplusd.tumblr.com/