Oggi Ela si è svegliata, ha preso la metropolitana ed è andata al lavoro in un non meglio identificato palazzo di New York. Arrivata al lavoro ha controllato il suo iPhone, si è truccata, si è cambiata e si è masturbata davanti a una troupe e una telecamera.

Questa ė solo un piccolo estratto di una delle 10 storie contenute nel nuovo film interattivo di Jonathan Harris, I Love Your Work (2013). Per 10 giorni, l’Internet artist e designer di stanza a Brooklyn, New York, ha seguito 9 donne impegnate nella realizzazione di una serie porno-lesbo, documentando un arco di 24 ore per ognuna (e una per due volte), filmando più di 2000 clip da 10 secondi ad intervalli di 5 minuti alla volta. Ogni donna offre al cameraman (e allo spettatore) una parte di sé, non solo dal punto di vista puramente fisico, ma anche – e più spesso – dal punto di vista personale, intellettuale e morale. Jincey, Nic, Dylan, Jess, Ryan, Ela, Joy, Dolores e Luna parlano (parecchio) di sé, interagiscono con partner e amici, vivono la loro vita di tutti i giorni. La raccolta di questi video-spiragli forma ognuna una timeline, che a sua volta va a confluire in una narrazione corale sul sito http://iloveyourwork.net.

L’accesso al sito è limitato a 10 persone al giorno, ed è a pagamento: ogni “biglietto” dà la possibilità di visionare le 6 ore di girato – fruibili tramite un’interfaccia realizzata appositamente per il sito – per un periodo di 24 ore. Il menu alla base dello schermo offre più opzioni di accesso al progetto (da un “mosaico” di still frame presi dal video nella sua totalità , alle diverse timeline, passando per la gallery delle protagoniste) e durante lo streaming lo “spettatore” può selezionare parti diverse in ogni momento.

 

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Il progetto strizza l’occhio ai siti porno a pagamento: la scelta di filmare 10 secondi la volta prende spunto dalla lunghezza tipica dei teaser che apparivano sui primi siti porno americani, ma la costrizione del ristretto numero di spettatori che possono accedere al sito ribalta le convenzioni delle piattaforme commerciali e diventa invece un modello di “sostenibilità” per la web art.

In precedenza Harris aveva sondato la Rete – da lui definita come un “meta-organismo” – alla ricerca di vita, idee, sentimenti e soprattutto storie. Il suo ruolo: costruire degli strumenti che permettessero di riorganizzare questi elementi (spesso primari o minimali) in “corpi” più complessi, multisfaccettati e fruibili, dai sentimenti reperiti dalla Rete nella sua globalità di We Feel Fine (2006), alle storie postate dalla più contenuta community di Cowbird (2011), passando per i trend dei notiziari internazionali di Universe (2007).

Altre volte, come in quest’ultimo progetto, Harris stesso era diventato una sorta di documentarista di emozioni, come nel reportage della caccia alla balena assieme ad una famiglia eschimese di The Whale Hunt (2007), o nelle interviste di Balloons of Bhutan (2011). In I love Your Work, in particolare, i punti di vista – reali e percepiti – si moltiplicano ulteriormente: quello delle protagoniste, che raccontano se stesse e il proprio mondo, quello di Harris (“l’uomo con la macchina da presa”), quello della troupe, quello dei fruitori (passivi) dei film porno e quello dei fruitori (attivi) del progetto.

 

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Al di là della particolare scelta tematica, I love Your Work continua l’evoluzione verso nuove piattaforme rappresentative, dove la narrativa nelle sue forme classiche si mescola alla multimedialità tramite database, infografica, video e foto, per finire nel flusso sterminato della Rete.

 


http://iloveyourwork.net

http://www.number27.org

http://cowbird.com

http://balloonsofbhutan.org

http://thewhalehunt.org

http://www.wefeelfine.org