ŠKUC GALLERY - LJUBLJANA
09 JUNE - 10 JULY 2011

Jasmina Cibic è una rappresentante della generazione più giovane di artisti sloveni il cui lavoro ha continuato a sviluppare in modo coerente un linguaggio personale riconoscibile (sia in termini di forma che di contenuto) sin dalle prime battute.

Oltre ad essere concepiti come una sorta di gesamtkunstwerk, i suoi progetti sono solitamente percepiti per me,zzo di un’immagine fotografica completa e definitiva. Tuttavia, questa è solo una parte del suo processo lavorativo. Questa mostra intitolata “The Object of the Spectacle” cerca di distanziarsi da un’immagine fotografica definitiva per scomporla in elementi individuali solitamente inclusi nelle opere dell’artista.

Il focus è sullo status di un’opera d’arte, sul suo significato, le sue politiche di rappresentazione e il suo rapporto con lo spettatore.

Costruendo ambienti spaziali differenti per le sue composizioni fotografiche l’artista ci ha precedentemente condotti alla questione della progettazione e dell’architettura in relazione all’arte visiva. Attraverso la storia dell’arte la differenza tra le due cose ha sempre girato attorno al concetto di utilità, ma questa nozione ha cominciato a scomparire negli anni ’20 e ’30 del ‘900 con la fondazione della Bauhaus school. Il processo è continuato più tardi tramite iniziative di vari individui, compreso l’architetto Adolf Loos. La Cibic prende il dibattito di Loos nel suo saggio critico Ornament and Crime del 1929 come punto focale del progetto della sua mostra “The Object of the Spectacle” , che cerca di promuovere l’analisi di due esempi di commodificazione – architettura e opera d’arte in quanto tali.

“The Object of the Spectacle” utilizza il vestibolo della galleria per focalizzarsi sullo spazio dello schermo stesso, che allo stesso tempo diventa l’oggetto sul display. La Cibic presenta un’analisi architettonica del Dammenzimmer di Adolf Loos al Mullerova Villa di Praga, un boudoir modernista o theatre box, secondo la descrizione di Beatriz Colomina. Inserendolo nello spazio di una galleria la Cibic desidera esaminare e confrontare le sue proprietà architettoniche per creare una situazione in cui il visitatore si trova in un punto a metà strada tra il vedere e l’essere visto.

Una persona seduta nella stanza è in grado di vedere un estraneo che entra di fronte a lui, con la fonte di luce appositamente collocata dietro alla persona seduta, che, illuminata da dietro viene così trasformata in una sagoma per la persona che entra. Questo è un istante unico di spazio privato, che prende vita da “uno spazio per sentire” femminile, il cui equivalente nello spazio pubblico si trova situato all’interno della galleria d’arte.

Usando le parole di Loos, la decorazione e la fotografia sono entrambe tattiche che producono meri souvenir, spogliando gli oggetti del loro intrinseco valore concettuale/contestuale. Lo studio di questa nozione è, in una certa misura, il punto centrale di questa mostra. Beatriz Colomina offre una lettura affascinante dell’architettura di Loos, spostandosi dalle questioni di genere dei grandi modernisti alla ricerca della produzione dello spazio stesso. Rinominando il boudoir theatre box, lo considera come un dispositivo spaziale-psicologico che potrebbe essere letto anche in termini di potere o di regimi di controllo.

La Cibic analizza ulteriormente la storia della funzione del boudoir – in particolare del ruolo che aveva all’inizio del 20° secolo, come spazio in cui venivano mostrati oggetti come souvenir e effimeri oggetti esotici. Questo prima che il modernismo lo trasformasse quasi in un panottico sperimentale da cui,con l’aiuto di manovre architettoniche, la persona seduta nella stanza è la persona per cui ogni cosa (intorno a lei) è sul display. La tappezzeria delle pareti della ricostruzione del boudoir della Cibic raffigura una collezione di motivi decorativi – disegni di uccelli rapaci che derivano da fonti diverse come enciclopedie del 17° secolo e pittori della domenica contemporanei. Gli uccelli partono dal loro contesto storico come necessari per una funzione umana primaria come la caccia, per diventare poi portatori di uno status di lusso relativo a possesso e infine effimeri oggetti da spettacolo contemporanei.

L’uccello come ornamento diventa l’oggetto attuale sullo schermo in un’altra opera, un video che ritrae diverse specie di uccelli rapaci che ruotano su riproduzioni di sgabelli e tavoli di diversi designer del 20° secolo. Quest’ultima conserva ancora la loro funzione originale di esposizione e sistemazione, ma il loro status di oggetti di arredamento di lusso viene declassato a mero plinto, un accessorio dell’architettura del display.

Tutto ciò che sembra sia rimasto delle tracce fisiche degli uccelli è una serie di souvenir per eccellenza, cappe falconiere lavorate in modo complesso, che qui sono progettate per fungere da oggetti a pieno diritto. L’intera messa in scena all’interno dello spazio della galleria cerca di fluttuare dall’accessorio alla scultura al palcoscenico per poi tornare indietro, sollevando questioni riguardanti il ruolo dello spettatore con o all’interno di ognuna di queste situazioni. L’osservatore è l’oggetto dello spettacolo, oppure l’oggetto dello spettacolo è l’oggetto prodotto dall’osservatore?

Curated by: Tevž Logar

http://www.galerija.skuc-drustvo.si/skuc2.html