A completare il percorso didattico del Master Relational Design (composto da 10 moduli didattici e due summer camps), ogni mese sono previsti talks in diretta streaming, in cui professionisti, operanti in diversi campi disciplinari, sono invitati a raccontare le proprie esperienze lavorative e a condividere la loro expertise con gli studenti.

Lo scorso 15 maggio è stato il turno di Bertram Niessen, docente, autore, progettista e sociologo. Bertram, nel suo talk DIY: Dal punk al 3d printing passando per la techno, ha passato in rassegna le principali trasformazioni nelle culture del DIY, tracciando collegamenti tra le subculture legate alla musica e agli stili spettacolari (il punk, l’hip-hop e la techno) e mettendole in relazione con gli sviluppi più recenti della progettazione e manifattura indipendente: makers, fablab, design parametrico.

Una volta concluso l’intervento gli studenti di Relational Design hanno lanciato una serie di domande che si sono trasformate in una vera e propria intervista a Bertram Niessen, che vi vogliamo proporre qui di seguito.

Marilivia Minnici: Esiste ancora una distinzione tra mainstream e underground?

Bertram Niessen: Sempre meno. Per la stessa natura del capitalismo immateriale le produzioni “dal basso” vengono sempre più velocemente cooptate in sistemi mainstream (sul come e per la bibliografia rimando al primo capitolo della mia tesi di dottorato). Inoltre in molti hanno evidenziato la fine del valore del concetto di subcultura, introducendo la definizione di “postsubculturale”. Il riferimento è Muggleton, David 2003. The Post-Subcultures Reader. 1st ed. Oxford; New York: Berg. Una lettura interessante e gradevole è l’ebook dell’amico Tiziano Bonini sugli Hipster, che non si limita a raccontarne la storia, ma lo inquadra esattamente da questo punto di vista.

Mattia Della Libera: Qualche approfondimento sul possibile nuovo ruolo di architetti/designer?

Bertram Niessen: È chiaro che il ruolo del design in questa prospettiva si sposta sempre di più da quello del design del prodotto a quello dei processi. In questa situazione così fluida c’è bisogno di nuove metodologie progettuali in grado di analizzare, mapare e connettere la complessità. Che poi, mi pare, essere il “core” di questo master!

Mattia Della Libera: Il DIY è la modalità di produzione di singoli o piccoli gruppi. Può diventare  una nuova forma di produzione estremamente distribuita e frammentata? Ovvero, uno sciame di attori che producono per un “brand”? In breve, autoproduzione per se o anche per altri?

Bertram Niessen: Il DIY è per individui o gruppi, ma molti brand stanno usando queste strategie per percorsi più articolati. Ne sono un ottimo esempio le pratiche di design distribuito della Lego, che ha costruito una miriade di sistemi aperti per coinvolgere le comunità. Il testo di riferimento è Democratising Innovation di Von Hippel (qui in free download). Non dimenticate inoltre le open production di massa fatte con scopi non commerciali, come Wikipedia o le release di Linux, il cui testo di riferimento è The Wealth of Networks di Benkler (non aggiornatissimo, ma fondamentale), da implementare con Cyberchief, una riflessione sul potere delle crowd di O’Neill.

Mattia Della Libera: Quali possono essere gli aspetti “deleteri” della combinazione tra DIY e informazione?

Bertram Niessen: Tantissimi gli aspetti deleteri di DIY + informazione. Solo per fare alcuni esesmpi: il problema della verifica delle fonti, l’eccessiva velocità dell’informazione su twitter che tende a far passare in secondo piano gli approfondimenti, i fenomeni dei vigliantes che si autorganizzano. Vi consiglio di seguire il lavoro di Nicola Bruno, massimo esperto italiano del tema: molto utile il suo libro La scimmia che vinse il pulitzer.

Mattia Della Libera: Ci puoi consigliare libri, articoli, blog e film?

Bertram Niessen: Ce ne sono troppi! Vi consiglio di seguire il mio twitter stream.

Francesco Fanetti: Quali sono i canali ed eventuali eventi o momenti d’incontro fra designer e mondi della produzione, sia musicale che industriale? Come è possibile trovare spazi e confronti attivi attraverso internet?

Bertram Niessen: La scena italiana per l’incontro di percorsi diversi è molto vivace ma ancora un po’ confusa. Vi consiglio di guardare la scena dei makerspace e dei fablab, che hanno qualità altalenante ma propongono molte cose interessanti. C’è il gruppo FB Fabber in Italia, molto utile poi gli stream di Andrea Graziano, quelli di Alessio Erioli  e ovviamente quelli del superguru Michel Bauwens. Importantissimo anche Digicult, che già conoscete. A Milano e in altre città ci sono gli eventi Pop Up Makers, che sono assolutamente da seguire. Ricordatevi che a breve c’è anche l’hackmeeting E il Festival delle comunità del cambiamento.

Lucia Giuliano (direttore scientifico del Master): Non credi che le nuove possibilità di produzione generate dalle macchine a controllo numerico siano più importanti per la trasformazione dell’industria piuttosto che per la capacità di produzione dei singoli?

Bertram Niessen: È difficile stabilire cosa è “più” importante. Certo, molti sviluppi tecnici sono fantastici; non tanto e non solo dal punto di vista delle tecnologie per la manifattura, quanto da quelli delle scienze dei materiali. Ultimamente, ad esempio, l’industria aeronautica sta implementando tecnologie favolose per la stampa in 3d, legate a nuove possibilità aperte in questo senso. Ma se lo chiedete ad un sociologo, vi risponderà sempre che la tecnologia è importante per come si usa, per quali rapporti di potere ci si costruiscono attorno, per quali valori e pratiche culturali ed economiche veicolano. Quello che vi ho raccontato è in parte in un capitolo che ho scritto qui e in parte in quello che io ed altri abbiamo scritto qui.

Il ciclo di talk è iniziato il 13 marzo scorso con Marco Mancuso che ha raccontato, grazie alla sua esperienza con Digicult, le radicali trasformazioni che si stanno verificando nei rapporti tra arte, scienza, design e società, è proseguito con Gianluca Dettori con il talk Il venture capital come business relazionale e non si è fermato. Il 17 giugno Zoe Romano ha spiegato agli studenti di Relational Design i concetti di open design e open brand, raccontando i suoi progetti a partire da Serpica Naro fino ad arrivare a WeMake. Il talk è disponibile online a questo link

Mentre il prossimo appuntamento sarà con Ivana Pais, cofondatrice dell’Italian Crowdfunding Network, il prossimo 16 luglio alle ore 19. Vi aspettiamo!