E alla fine è successo quello che non doveva succedere. E’ arrivata quella notizia che non doveva arrivare, che non ha mai un modo gentile per arrivare. Claudio Sinatti, artista, designer, docente, attivo sulla scena undeground milanese e italiana fin dagli anni Novanta, ci ha lasciato al termine di una battaglia che sembrava aver vinto contro la leucemia. Non ce l’ha fatta, ma la sensazione è che Claudio la sua battaglia l’abbia vinta comunque, sia nella dignità della malattia, che nel ricordo indelebile che lascia in tutte le persone che lo hanno conosciuto e che gli hanno voluto bene in questi anni.

Per molti di noi, di voi che leggete, Claudio è innanzitutto un amico, in secondo luogo un artista. O viceversa, dipende da come abbiate avuto modo di conoscerlo. Da quanto lungo e quanto intenso è stato il percorso di vita condiviso. Basta guardare la sua pagina Facebook per capire l’affetto che lo circonda: chi lo ha conosciuto come insegnante, chi ha lavorato con lui, chi magari non lo conosceva ma ne apprezzava i lavori e l’espressione artistica. Gli amici di lunga data rimangono in silenzio, immagino che il dolore sia troppo grande…

Conosco il buon Claus dal 2001-2002 circa, boh, dalle prime chiacchierate attorno al Netmage – ne ricordo una fuori dal Tpo a Bologna – in quegli anni in cui il live media era la nuova frontiera dell’espressione artistica audiovisiva più radicale. Abbiamo lavorato insieme paradossalmente una sola volta con Digicult: un doppio live al Piemonte Share festival di Torino del 2005, insieme ad Andrea Gabriele e Marita Cosma nei neonati Pirandélo, e con Otolab a supporto. Sono quindi entrato in contatto con Claudio in un periodo di transizione della sua carriera, quello in cui tutta la scena della sperimentazione audiovisiva Italiana è nata e si è compattata e al fianco di cui, incredibile a pensarci oggi, Sinatti ha collaborato in qualche forma: Bianco Valente, Retina.it, Otolab, Ok No, Pirandelo, Mou Lips, il Netmage di Bologna, il Sintesi di Napoli, Andrea Lissoni, Daniele Gasparinetti, Andrea Mi, Kinotek, Sergio Messina, Vj Central, Mylicon/En, Ogino Knauss, Ape 5 e Micki Ry, Virgilio Villoresi, Mikrosolke, il Live!iXem Festival, Domenico Sciajno, Claudio Rocchetti, Elec, Fantasmagramma, Zimmer Frei, Niko Stumpo, Hfr-Lab, Andrea Gabriele, Saul Saguatti, Esa, Theo Teardo, Tatiana, Riccardo Arena, Pierpaolo Leo. Di chi mi scordo? Non me ne vogliate….

Ciò che Claudio è stato prima, in fondo è un pezzo di storia della controcultura milanese. Ciò che è venuto dopo è l’affermazione di un artista completo e sfaccettato, impegnato nella diffusione costante del suo sapere verso giovani artisti e studenti, sia in strutture ufficiali che in forme più private e autogestite.

Il Sinatti giovane giovane, che si muove nell’area artistica antagonista milanese pre anni Duemila, è un’immagine sfocata che appartiene a chi frequentava il sottobosco vitale del Conchetta, del Bulk, del compianto Pergola, e del sempre troppo spesso dimenticato Garigliano. Niente video su You Tube ragazzi, ai tempi non si usava.

Lui, con un passato da street artist e illustratore, viene spontaneamente in contatto con alcune persone chiave della cultura club, hip hop ed elettronica alternativa della Milano di quegli anni: Sergio Messina / Radiogladio oggi lo ricorda qui, con Painè ha formato il collettivo Sun Wu-Kung attivo dal 1999 al 2003, in cui hanno gravitato alcuni dei nomi sopra citati e molti altri. Alioscia BBDai in queste ore lo ricorda con il video clip di Crx dei Casino Royale, primo lavoro che lo rende noto al grande pubblico come regista, nonché ancora oggi uno dei video musicali più riusciti mai prodotti nel nostro paese. Un lavoro audiovisivo – girato nel 1997 nel complesso abitativo Monte Amiata nel Gallaratese a Milano – per il mercato, come pochi se ne sono visti anche negli anni successivi. Un rimando diretto alle estetiche sporche e urbane del trip-hop (mai termine più di merda è stato coniato) che in quegli anni veniva giù dall’Inghilterra e che tanto ha colpito l’immaginario collettivo dell’elettronica d’autore. Un avviso, se vogliamo, delle capacità di Claudio di muoversi tra sperimentazione e ambito commerciale che ne ha caratterizzato – e su questo abbiamo sempre discusso molto, ma so che non sono il solo – la sua produzione successiva.

Dalle prime esperienze come regista ad Area 51 – la divisione specializzata nella realizzazione di videoclip della Central Milano – concluse nel 1999, ai lavori sempre più importanti per Casino Royale, Eiffel 65, Sarah Jane Morris, 99 Posse, Neffa, Carmen Consoli, Articolo 31, Alex Britti, Alexia, Africa Unite, La Famiglia, per arrivare agli show multimediali per i tour di Franco Battiato, Zucchero, Renato Zero, Negramaro, Ligabue, il percorso in ambito registico è stato sempre coerente ed uniforme.

Perché Claudio è sicuramente un video artista coerente, visionario se vogliamo, nella sua capacità di mantenere un proprio stile pur muovendosi a cavallo tra cultura pop e sperimentazione. E in questo senso, risulta forse riduttivo guardare a lui come a un semplice artista visivo. In realtà Claudio crea spazi di visione, scenografie in movimento, in grado di adattarsi volta per volta, come per magia, a contesti diversi: dalla moda al design, dalla comunicazione all’arte, dalla musica ai musei, dalla stampa al teatro. Negli anni ho imparato ad ammirare questa sua versatilità, scevra da qualsiasi ipocrisia, che gli garantisce oggi il rispetto professionale e umano di tutti quelli che hanno avuto occasione di lavorare con lui e che soprattutto hanno avuto occasione di conoscerlo.

Sempre positivo, gentile, umanamente disponibile con tutti, al contempo diretto e preciso in ambito lavorativo, è rimasto in questi anni a contatto con la scena sperimentale, nazionale e internazionale che oggi lo ricorda con affetto: Ludovico Einaudi, Nicola Ratti, Attila Faravelli, Lorenzo Senni, Stephan Mathieu, Jeff Mills, Scanner, Tez, Agf, Pirandelo, Vladislav Delay, Giuseppe Ielasi, Kinotek, Fennesz, Byetone, Massimiliano Viel, quelli di Agon con cui ha lavorato per l’allestimento teatrale, Turing a staged case history nel 2012, la Fondazione Luciano Pavarotti per cui nel 2013 ha realizzato la mostra museale Amo Pavarotti, che avrebbe sicuramente aperto una nuova fase e un nuovo sviluppo della sua carriera professionale. Mi scordo di qualcuno? Di nuovo, non me ne vogliate…

Parlare oggi di te Claus è faticoso, triste, anche chiudere questo ricordo non è semplice. Verrò a salutarti domani a Lambrate e sono sicuro che saremo in tanti. Da chi ti vuole bene a chi ti stima come artista, da chi ti ha come maestro a chi lavora con te. In fondo, cambia poco. Tu sei tutto questo e probabilmente molto altro. Quello, ho avuto modo di percepirlo, tutte le volte che ci siamo incontrati. Quello, al contempo, lo sanno solo le persone a te più vicine, i tuoi amici più intimi e la tua famiglia. A cui, alla fine, va il mio saluto più sincero….