Caroline Woolardè un’artista particolarmente attiva nel lavoro comunitario, nel movimento di economia solidale e nell’arte concettuale. Più che un’artista, è una produttrice culturale il cui lavoro interdisciplinare facilita l’immaginazione sociale e l’intersezione tra arte, urbanistica ed economia politica.

Dall’anno scorso fa parte di REIC (Real Estate Investment Cooperative), uno tra i progetti newyorkesi più importanti. Dopo un periodo di auto-didattica intensiva sui modelli immobiliari alternativi passati e presenti, la Woolard, insieme a un avvocato e all’organizzatrice Paula Segal, hanno fondato REIC con l’obiettivo di rendere sia i beni immobiliari che la terra abbordabili per le comunità a basso reddito. Attraverso REIC stanno lavorando per acquistare una proprietà abbandonata della città, raccogliendo fondi e investendo in strutture e terre per usi locali, culturali e di cooperazione.

Alcuni anni fa la Woolard ha anche finanziato il progetto OurGoods, un network dedicato al baratto online per artisti, designer e produttori culturali che volessero appunto barattare competenze, spazi e oggetti. I membri di OurGoods organizzano progetti creativi proponendo liste di quello che serve a loro e di quello che hanno da offrire, OurGoods quindi accoppia i partner permettendo loro di creare progetti senza quasi dover spendere soldi. In un certo senso questa iniziativa è un nuovo modello per valorizzare il lavoro creativo, perché alimenta la formazione di relazioni lavorative fondate sul rispetto reciproco senza la mediazione del denaro.

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Lo scorso Giugno abbiamo invitato la Woolard al WeMake makerspace per il programma Maker In Residence e abbiamo lavorato insieme al router CNC per una decina di giorni. Essa era impegnata in un paio di progetti artistici, tra i quali un’evoluzione della sua sedia a dondolo open source Queer Rocker; inoltre ha esplorato una selezione di giunture presa dal 50 joints projecte ottimizzata per la nostra macchina. La prima versione della sedia fu fatta a New York, e per tenere legati i pezzi era usata una cinghia, ma nonostante ciò la sedia continuava a muoversi, diventando instabile e vacillante; dunque si è passati a utilizzare le giunture, rendendo la sedia più forte anche senza chiodi, viti o colla.

La seconda opera, DIY Ruin, è un insieme di sgabelli che possono essere impilati insieme per formare una colonna romana di proporzioni reali. La colonna può anche essere messa su un fianco e usata come panchina. I mobili prendono la loro forma dai contrabbandieri che rubavano, sezione per sezione, le colonne antiche.

Nei giorni trascorsi insieme abbiamo avuto bellissime conversazioni insieme a lei, e grazie a questa intervista ne condividiamo una parte con voi, lettori di “Digicult”.

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Zoe Romano: A New York sei stata fautrice di iniziative per ottenere spazi economicamente sostenibili, riunendoti con artisti e personalità fuori dal mondo dell’arte per costruire una cooperativa immobiliare. Quanto è importante creare spazi di libertà nel cuore di una città simbolo della potenza globale come NY?

Caroline Woolard: Nina Simonedisse che la libertà è un modo nuovo di vedere, o di vivere senza paura. Pochissime persone si sentono davvero libere e percepiscono il potere delle loro capacità per agire. I membri della REIC stanno creando spazi per la speranza e per la riconciliazione perché, come scrisse David Harvey: “Il diritto alla città è molto più che la libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città.”

Quando creiamo questi spazi a NYC, dimostriamo che è possibile fare business in un altro modo. Rifiutiamo che passi il messaggio di una New York dove a regnare è solo la competizione, dunque cerchiamo di creare nuove eredità di fondi fiduciari, cooperative di credito ed economie solidali. La REIC di New York (http://nycreic.com) è un’organizzazione finanziaria democratica che esiste per assicurare uno spazio, in modo permanente, per un uso urbano a piccole imprese e a scopo culturale.

Unendo i principi cooperativi, la conservazione permanente e gli investimenti immobiliari atti a servire i settori più arretrati, oltre 350 Newyorkesi si sono riuniti per compiere l’inevitabile passo verso uno sviluppo più equo delle comunità. Ispirandosi, in parte, al successo ottenuto dalla Cooper Square Committee nell’utilizzare una community land trust per stabilire spazi commerciali e alloggi economici a prezzi sempre più accessibili, e dal New Coomunities Inc, la prima cooperativa agricola degli USA.

La NYC REIC mira a fare leva su investimenti relativamente piccoli (appena 10$) composti da grandi gruppi di persone, al fine di assicurare uno spazio sempre economicamente accessibile pensato per le piccole imprese civiche e un uso culturale. Lo scopo è quello di investire a lungo termine, stabilmente e a livello trasformativo nel settore immobiliare offrendo benefici ai membri/proprietari e alle loro rispettive comunità.

A trarre vantaggio dalla NYCREIC e dalle altre cooperative agricole saranno gli artisti e i fabbricatori. Non perché, in quanto gruppo di particolare interesse, vengano messi da parte dalle persone con basso reddito che condividono i loro stessi bisogni. Ma perché, per noi, costruire una cooperativa significa educare, responsabilizzare e formare un gruppo potente di Newyorkesi, tra cui vi sono artisti per i quali è possibile lo sviluppo anche senza il trasferimento. Per ulteriori informazioni, consultare il nostro sito: http://nycreic.com/blog

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Zoe Romano: Tu consideri i beni comuni una risorsa condivisa, gestita e pensata per la gente che usufruisce di tali risorse. In che modo la fabbricazione digitale entra a far parte del tuo lavoro? E perché è così importante per lo sviluppo di tali beni?

Caroline Woolard: Realizzo artie infrastrutture per i beni comuni. Il mio metodo unisce gli oggetti ai loro contesti di circolazione. Creo sculture esclusivamente per il baratto e in più progetto delle reti per lo scambio internazionale, fabbrico case sul modello abitativo Shaker e infine riunisco gli organizzatori delle community land trust. Le reti di baratto, le community land trust e i software open source fanno tutti parte dei beni comuni. Se questi ultimi rappresentano il modo attraverso cui la gente mutualmente condivide e gestisce le proprie risorse, allora i beni comuni diventano un concetto politico ed economico.

Storicamente, i beni comuni erano delimitati dalle autorità statali e dalla privatizzazione [1]. Oggi, invece, sono delimitati dal neoliberalismo, ciò che il teorico culturale Leigh Claire la Berge descrive come: “La cattura privata della ricchezza pubblica”. Spero vivamente che la mia arte e le mie opere di design siano in grado di sostenere la sopravvivenza delle pratiche comuni come la donazione, il prestito e la condivisione del terreno, la manodopera e il capitale. Mentre gli artisti che rappresentano i beni comuni nei dipinti e nelle fotografie potrebbero essere in grado di offrire lo spazio necessario per una riflessione al riguardo, nelle mie opere io metto in atto solo una delle due strategie: 1) la co-creazione di spazi vitali pensati per la messa in comune; 2) o la realizzazione di oggetti e opere per organizzazioni fondate su beni comuni.

Uso la fabbricazione digitale perché sono interessata a quei progetti che rivelano le condizioni della loro stessa produzione, progetti dunque che desiderano essere realizzati più e più volte. Mi interessa la “Free art” e il “Free design”, e come ribadisco nel mio Free Libre Open Source Systems and Art manifesto: “L’arte deve rispettare la libertà dell’osservatore e la comunità. Gli osservatori sono liberi di utilizzare, copiare, distribuire, studiare, modificare e migliorare l’arte. Attraverso tali libertà, essi controllano l’arte (sia individualmente sia collettivamente) e ciò che fa per loro”.

La fabbricazione digitale, inoltre, permette a coloro che si sono sentiti a disagio all’interno dei tradizionali laboratori di fabbricazione, di partecipare attivamente nella realizzazione del prototipo, alla produzione e all’innovazione. Quando andavo a scuola, per esempio, non ho mai visto dei fabbricatori donna che occupassero una posizione di potere.

Al tempo, non esistevano facoltà di scultura e a tempo pieno per le donne e al suo interno vi era soltanto un tecnico donna. Quando mi reco in un posto come WeMake.cc, però, noto che sono le donne ad avere il comando. Ho lavorato con Zoe Romano e Ozden Kose e la loro identità di genere non è stata messa in risalto. Ogni persona su questa terra viene fuori da una donna. Cosa significherebbe immaginare e creare degli spazi per la riproduzione digitale che sono per natura femministi?

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Zoe Romano: I makerspace e i fablab stanno spesso diventando dei luoghi chiave nella città, soprattutto per promuovere uno spirito di cooperazione e di responsabilizzazione attorno alla scienza, alla tecnologia, alla robotica e alla progettazione. Specialmente quando la retorica della start up non è travolgente. Com’è la situazione a New York?

Caroline Woolard: Non conosco bene la comunità dei maker di NYC. Nel 2014 sono stata a Fellow, al Eyebeam, e posso confermarti che quella comunità è molto forte, ma il laser per il taglio e la stampante 3D sono accessibili solo ai soci Eyebeam e ai suoi residenti. Per le associazioni dei maker, ci sono Alpha1Labs e NYCResistor e vi sono state per un po’, ora inoltre abbiamo anche NEW LAB, ma sono stata in questi spazi solo una o due volte. Vorrei conoscere uno spazio come il Wemake.cc a New York!

Zoe Romano: Durante la presentazione del tuo ultimo lavoro, DIY Ruin, che hai progettato e prodotto al WeMake, hai affermato che viene utilizzata l’estetica dell’impero romano per contestare le fantasie di controllo e potere nel “movimento maker” a livello globale. Cosa ne pensi del movimento dei maker e della sua relazione con il controllo e il potere?

Caroline Woolard: Quando utilizzo un router CNC, modifico la mia esperienza di fabbricazione da quella, per esempio, di un artigiano o di quella di un amministratore o di un manager. Prima, dove lavoravo ero abituata ad adoperare la sega da banco e il trapano tutto il giorno. Ora invece guardo il robot tagliare il legno e fare il mio lavoro. Aumento la mia abilità con una tastiera, un mouse e un computer, piuttosto che con gli utensili manuali. Trovo soddisfazione nel supervisionare il robot, ma allo stesso tempo perdo la memoria muscolare che deriva dal conoscere un materiale a mano.

Mi vedo in piedi, con le braccia incrociate, come qualunque manager, piuttosto che cambiare la mia idea in risposta al materiale, o all’esperienza di costruire un oggetto manualmente. La postura da manager, in piedi, con le braccia incrociate, è simile a quella degli impiegati della facoltà del Massachusetts Institute of Technology (MIT), il cui finanziamento per Fab Labs li porta ad asserire che un maker space è: “Completamente relativo alla comunità, e l’ingegneria sociale attorno alla comunità”.

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Cosa significa che La Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA): “È un’agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Unitiresponsabile per lo sviluppo delle tecnologie emergenti per uso militare”, è dunque un finanziatore chiave dei progetti MIT e dei Fab Labs? Sono diffidente dei modi coi quali l’innovazione attraverso reti distribuite sarà utilizzata dalle attività militari. Sono diffidente dei modi utilizzati dal cosiddetto movimento dei maker per esportare la tecnologia, piuttosto che importarla da Cina, India o Nairobi. Penso che i maker occidentali possono imparare molto dal Ghana Think Tank, che sta seriamente “sviluppando il primo mondo.”

Per portare questo malessere incentrato sull’impero e sul controllo, nei progetti che sviluppo lavoro con i router CNC e mi inspiro ai motivi classici neo-americani dell’organizzazione della vita sociale e degli spazi collettivi del campus. Le colonne che costruisco imitano le colonne ioniche utilizzate per le strutture relative all’istruzione, alla giustizia e al governo degli Stati Uniti, in particolare alle colonne della Casa Bianca. Voglio collegare la violenza dell’impero degli Stati Uniti alla violenza dell’impero romano. Il mito fondatore dell’impero romano si basa sul Ratto delle Sabine, mentre quello degli Stati Uniti si fonda sulla distruzione della vita indigena e sulla schiavitù di migliaia di persone.

Capitoline Wolves è un’installazione realizzata per le conversazioni relative alle inventive dei Fratelli Fondatori. Cinque tavoli sono stati collocati in una formazione pentagonale sotto la grande cupola del Sibley Hall della Cornell University. Ogni tavolo rappresenta la lupa che ha allevato Romolo e Remo. La tavola è in legno di ciliegio ed è composta da due gambe posteriori in acciaio piegate, da mammelle in ceramica distese e da uno specchio appeso per il viso. Le mammelle della lupa sono state riempite con acqua proveniente dalle Gole di Itaca.

Durante l’installazione, una ciotola forata singolarmente viene posta in un seno, che gocciola per tutto il tempo per rimarcare la durata della conversazione. Attorno ai tavoli ci sono degli sgabelli che possono essere impilati insieme per formare una colonna romana a grandezza naturale. La colonna può anche essere messa per lungo e utilizzata come panca. Questi mobili scultorei, chiamati DIY Ruin, prendono la loro forma dai contrabbandieri che in passato hanno prelevato sezioni di colonne. I tavoli di lupa e le sezioni di colonne formano un’installazione di un diametro di circa 5 metri che accoglie il dialogo sul potere.

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Zoe Romano: Ogni volta che crei degli oggetti mantieni un legame con le loro vite economiche e sociali. Come affronti, essendo un’artista, il business dei collezionisti d’arte e delle gallerie?

Caroline Wollard: In questo momento, ho avuto il privilegio di lavorare su commissione per spazi non-profit. Ho lavorato per il MoMa, il Queens Museum, la Cornell University, la Cooper Union e il Williams College, e altre università e spazi non-profit che finanziano la ricerca e lo sviluppo di cui mi occupo. Ai miei occhi, gallerie e musei sono dei luoghi di lancio per organizzazioni a lungo termine, ma spesso sono molto lente e con regole poco flessibili.

Per esempio, la maggior parte di questi spazi non è aperta dopo l’orario di lavoro e impone un prezzo per entrare, quindi poche persone della classe operaia possono accedere. Spesso scelgo di lavorare in luoghi che non sono visti come spazi d’arte (strada, spazi fai da te, makerspace, territori comunitari) perché permettono di poter fare progetti a lungo termine coinvolgendo profondamente i vicini locali e i membri della comunità.

Gli oggetti che creo non possono essere scardinati dalle loro vite economiche e sociali. Il mio Work Dress è disponibile solo al baratto. Statements incrementa il prezzo a seconda del tasso di interesse del prestito studentesco. Artist Report Back è fatto da BFAMFAPhD, un gruppo a cui si può contribuire liberamente. Concepisco l’arte come metodo d’indagine che si espande oltre la mostra e verso il ciclo di vita; dal display alla produzione, dal consumo alla distribuzione del surplus.

Inizio ogni progetto con un invito. Facilito un’esperienza. Incontri di un gruppo. Condivido e sviluppo leadership. Il progetto diventa uno sforzo collettivo e gli oggetti si moltiplicano. Gli oggetti sono conosciuti dal gruppo e mostrati successivamente.

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Creo installazioni e spazi sociali per incontri con inventive di cooperazione. Le transenne della polizia diventano letti. Il denaro viene cancellato in pubblico. Un orologio ticchetta per novantanove anni. I posti pubblici si attaccano ai segnali di stop. I clienti dei bar utilizzano solo la valuta locale. I soffitti degli uffici contengono messaggi segreti. Dieci migliaia di studenti frequentano corsi pagando gli insegnanti barattando oggetti. Sulle targhe dei musei si leggono affermazioni dei laureati in belle arti. Il mio lavoro si basa sulla ricerca e su progetti site specific. Altero gli oggetti per richiamare norme, ruoli e regole nuove. Angoli di strada, spazi per la comunità, musei, uffici e scuole diventano siti per reinventare la collettività.

Per passare dall’oggetto al gruppo mi occupo di durata e di economia politica. Quando cerco materiali, cerco delle collaborazioni, condivido o rifiuto il potere decisionale e dopo che ho instaurato, per ogni opera, nuovi mercati nasce una pratica collettiva alternativa. L’esperienza diventa un criterio di conoscenza. Alle convenzionali etichette di Titolo, Autore/i, Materiali, Dimensioni, Date e Provenienza, io ho aggiunto Durata, forme di Proprietà, Lavoro, Transazione, Impresa e Finanza. Gli oggetti diventano materializzazione del dibattito collettivo, punti d’accesso per incontri con inventive di cooperazione.


Note:

[1] Federici, Silvia. Caliban and the Witch: Women, the Body and Primitive Accumulation. New York : London: Autonomedia ; Pluto, 2003. (pp: 11-17; 38-42; 141-145; Chapter 4 “The Great Witch Hunt in Europe,” pp, 163-219 http://bookzz.org/dl/1317367/3c696f

http://carolinewoolard.com/

http://wemake.cc/