Ho visto molti film sugli immigrati in cui il soggetto è sempre il poveraccio da aiutare. Qui non è la stessa cosa. Loro corrono dei rischi con noi, non stanno solo chiedendo il diritto di muoversi in Europa. Per la prima volta, tutto questo si vede in un film. Per la prima volta, gli immigrati compiono un’azione, provano emozioni. Se anche loro sono illegali, i loro sogni sono legali – Khaled Soliman Al Nassiry

La grande notizia è che la campagna di crowdfunding ha raggiunto il suo obbiettivo (più di 98.000 Euro raccolti) e il film è stato selezionato alla prossima 71. Mostra del Cinema di Venezia


L’entrata del coworking sopra il Frida è lungo il muro di destra, passato il cancello sulla strada, prima di entrare nel locale. Siamo a Milano, quartiere Isola. Solo ormai le sei e mezza di lunedì 2 Giugno. Fa caldo, è estate. Ultimo giorno di un ponte interminabile trascorso in città. Pigrissimo, tra mille pensieri e una sola certezza: studiare, raccogliere informazioni per l’intervista ai protagonisti del progetto Io sto con la sposa (http://www.iostoconlasposa.com/#home). Avventura, azione politica, documentario autoprodotto. Cosa dire che non sia già stato detto su questo progetto? Cosa domandare per fare emergere aspetti, dettagli, significati ancora non emersi?

L’appuntamento ha già subito uno slittamento di orario e uno spostamento di sede. Gabriele del Grande al telefono mi dice che è per via di una riunione improvvisa sul progetto. Io penso, tra me e me, che è bello credere in un’idea così tanto da trascorrere una giornata di festa a lavorarci sopra. E che deve essere bello poterla condividere con altri. E quanti altri.

La rete si è mobilitata in massa attorno alla sposa. Il crowdfunding che accompagna il progetto (https://www.indiegogo.com/projects/io-sto-con-la-sposa-on-the-bride-s-side–2) si pone l’ambizioso obbiettivo di raggiungere 75.000 Euro per produrre il film e presentarlo alla prossima Biennale di Venezia. Ad oggi è giunto a oltre metà dell’opera, 39.422 Euro per 1272 founders per l’esattezza, dopo poco più di 2 settimane. Incredibile, penso. Quanto vengono studiate a tavolino queste dinamiche, quante parole vengono dette e quanto fumo viene sparso in giro.

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Poi arrivano tre ragazzi che non ci hanno pensato troppo, hanno raccolto il loro bagaglio di esperienze, hanno attivato le loro reti e hanno compiuto l’atto di disobbedienza civile tra i più incredibili che abbia mai sentito. Hanno accompagnato cinque immigrati clandestini Palestinesi Siriani, appena sbarcati a Lampedusa, attraverso i confini di mezza Europa, da Milano a Stoccolma. Un viaggio di quattro giorni via macchina e treno, confondendo Abdallah, Manar, Alaa, Mona e Ahmed tra un gruppo di invitati transnazionale a un finto matrimonio. Hanno chiamato una sposa loro amica, Tasnim, bellissima come tutte le spose. Hanno comprato cravatte, camicie, completi eleganti, un abito nuziale, hanno noleggiato auto e attrezzature per filmare, hanno stabilito le tappe, cercato ospitalità. Si sono organizzati improvvisando, hanno viaggiato rischiando, hanno raccontato tutto filmando. Volevano narrare storie, speranze, ambizioni di un gruppo di persone come noi, ma da noi profondamente diverse per esperienze, diritti e libertà. E ora hanno i media ai loro piedi, tutti li vogliono, tutti vogliono sentire la storia della “sposa”.

Hanno creduto ciecamente nella loro idea, al punto di rischiare, a ogni frontiera attraversata, fino a quindici anni di carcere a testa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per la legge sull’immigrazione (l 286/98, art.12 comma 1 e 3) della Comunità Europa. In realtà continuano a rischiarli, perché non si sono fermati. Vogliono produrre un film, come detto. Un documentario. E per realizzarlo hanno attivato l’operazione di finanziamento dal basso più grande della storia dell’autoproduzione cinematografica Italiana.

Non vogliono che la storia di questo viaggio rimanga isolata in una nicchia di addetti ai lavori, o amanti del cinema d’autore. Vogliono che la gente sappia, tramite il loro linguaggio espressivo e narrativo, che affronta in modo meno scontato e pietistico il tema dell’immigrazione. Vogliono arrivare a tutti, con un film manifesto in cui riconoscersi. Solo così possono cambiare le cose, mi diranno nel corso dell’intervista. La Rete e i media sono la loro arma più efficace.

Al momento il progetto è stato ospitato presso moltissime testate giornaliste online e programmi radio-televisivi italiani e internazionali: Internazionale, Corriere della Sera, Republica, L’Avanti, El Pais, Huffinghton Post, Il Fatto Quotidiano, Borderline Europe, Core,  L’Espresso, Redattore Sociale, Rai News 24, Radio 1 Baobab, Radio 2 Caterpillar, BBC Turchia, La Stampa, Arte, Al Arabi Al Jadid, Jugle World, Al-Monitor, Fahrenheit Radio 3 (http://goo.gl/hDqUjp). Senza in questo dimenticare i quasi 10.000 like sulla pagina Facebook e le oltre 25.000 visualizzazioni solo del trailer su You Tube.

Gabriele del Grande giornalista e autore del blog Fortress Europe (http://fortresseurope.blogspot.it/), Antonio Augugliaro regista indipendente, Khaled Soliman Al Nassiry poeta palestinese siriano, Valeria Verdolini ricercatrice precaria in sociologia del diritto, mi si presentano davanti e di primo acchito sono tutto meno che degli eroi. Non sono attivisti armati, non fanno politica in senso stretto. Non usano le armi della violenza, della retorica. Sono persone come noi, come i protagonisti del loro documentario. Semplicemente si sono messi in gioco e chiedono ora a noi di fare lo stesso. Starò con loro per le successive cinque ore e imparerò a conoscerli. Almeno un po’…

Marco Mancuso: Innanzitutto come state? Quali sono le sensazioni di questo periodo, sul successo e sul riscontro che sta avendo il progetto “Io sto con la sposa”?

Antonio Augugliaro: La sensazione è positiva, bellissima. E’ partito come un progetto con miliardi di dubbi e preoccupazioni, ma ora che abbiamo capito che c’è un’intera community che la pensa come noi ci sentiamo veramente appagati da ciò che abbiamo fatto.

Gabriele Del Grande: In progetti folli di questo tipo ti domandi immediatamente se sei da solo o se c’è qualcuno attorno a te. Il fatto che il crowdfunding stia andando bene è sicuramente un’iniezione di fiducia, di incoraggiamento da parte della gente. Ci sono poi le tante cose che si stanno mettendo in moto, i contatti, i premi, gli inviti ai festival. Cose impagabili.

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Marco Mancuso: Gabriele, quanto è stata importante la rete (e l’autorevolezza) che hai costruito in questi anni con Fortress Europe per il successo del progetto? Come vi siete conosciuti?

Gabriele Del Grande: L’importanza di Fortress Europe è legata soprattutto alla rete che si sta costruendo attorno al film, la cassa di risonanza soprattutto italiana. Invece, la cassa di risonanza nel mondo arabo, è attivata maggiormente dalle reti di Khaled e dalla sua casa editrice Noon. Per quanto riguarda il progetto in sé, bisogna sempre ricordare che è un lavoro collettivo, di tre autori con tre diverse sensibilità. Ognuno ha portato qualcosa di suo, non solo io. Noi siamo tre amici, anche se Antonio e Khaled non si conoscevano prima del film.

Per quanto mi riguarda, è vero che il lavoro che ho sempre fatto sulla frontiera e il lavoro svolto nell’ultimo anno sulla Siria, sono venuti a coincidere in questo progetto. Ho messo insieme i fili dei due racconti. Le persone che ci hanno ospitato arrivano da queste reti create negli anni: a Marsiglia, a Bochum  dove eravamo ospiti di amici militanti tedeschi a cui si sono aggiunti amici poeti siriani, in Germania da quando è iniziata la guerra, a Copenhagen dove ci hanno ospitati altri amici di uno dei ragazzi che era con noi in viaggio e infine a Stoccolma, ospiti ancora di amici siriani di Khaled. Sono quindi varie le reti che si sono attivate: reti transnazionali, figlie di un Europa nuova e meticcia che condivide con noi la visione del mondo. Che ci ha aperto le porte.

Valeria Verdolini: La premessa è che io non conoscevo i ragazzi prima di partire. Li ho conosciuti solo il lunedì, quindi non più di tre giorni prima della partenza. Una mia cara amica, un’amica comune, mi ha scritto proponendomi di partire per un viaggio folle. Sono arrivata spaventatissima, con la doppia sensazione di dovermi fidare ma anche affidare: che sono poi due operazioni molto diverse tra loro. C’era inoltre una doppia responsabilità legata alle conseguenze del viaggio: da un lato le nostre vite potevano cambiare, in tante maniere e in maniere soprattutto imprevedibili, dall’altro avevamo la responsabilità di cinque persone, delle loro vite. Sul piano fattuale, al di là del piano emotivo, c’erano degli esseri umani che stavano investendo sul cambiamento e che si fidavano ciecamente di noi.

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Marco Mancuso: Il viaggio è stato programmato in tutti i dettagli, le frontiere da attraversare, il giro da fare sulla base delle esperienze che avevate raccolto dagli immigrati che avevate conosciuto in passato. Quanto però eravate spaventati prima dell’inizio del viaggio? Quanta ansia c’era? Quale è la discriminante che agisce emotivamente e razionalmente, che porta un essere umano a rischiare così tanto di sé per un altro essere umano con meno diritti e molte più fragilità?

Antonio Augugliaro: La mattina della partenza, dopo una nottata passata con mia moglie e i miei figli, li ho guardati e ho pensato: “magari è l’ultima volta che li vedo”. Mia moglie si è svegliata, mi ha guardato e mi ha detto: “vai tranquillo, è la cosa giusta da fare in questo momento, noi siamo sempre con te qualsiasi cosa succeda”. Questo mi ha dato una carica fortissima, quello che è scattato dentro di me pochi momenti prima di partire. Contemporaneamente, ti vengono in mente le notizie delle persone che muoiono di viaggio. A un certo punto uno decide che non ce la fa più, che deve fare qualcosa.

Gabriele Del Grande: Per me era una cosa del tutto nuova. Come giornalista, in genere racconto la realtà. Seguo una storia e la racconto. Qui invece è stato fatto qualcosa di molto diverso: abbiamo scritto la storia, abbiamo cambiato la storia. Questo non è giornalismo. Abbiamo creato un mondo possibile, più divertente, solidale e lo abbiamo fatto esistere. Per me, tutto questo era qualcosa di nuovo. Personalmente mi ha toccato il fatto che i cinque protagonisti fossero Palestinesi Siriani, perché l’esperienza che ho fatto in Siria mi ha cambiato tanto. Forse mi sentivo in debito con loro. A un certo punto scegli da che parte stare…

Khaled Soliman Al Nassiry: Se non fossi venuto in Italia quando è iniziata la guerra in Siria, non so dove sarei adesso. Forse sarei morto o magari sarei parte dell’esercito libero. Avevo quindi una responsabilità diretta verso quelle persone. Sono gente come noi, tutti quanti abbiamo una responsabilità nei loro confronti. Io e Gabriele poi avevamo già fatto una serie di cose illegali: ogni volta che andiamo alla stazione a prendere i clandestini e li portiamo a casa nostra, già in quel momento compiamo un atto illegale. Stanno a casa nostra per più di tre giorni e questo è già di per sé illegale. La mia scelta è stata: posso fare qualsiasi cosa per queste persone, sono pronto a fare tutto ciò che li possa aiutare. Per cui non ho pensato molto, ero molto deciso.

Valeria Verdolini: Io ho pensato parecchio invece. La mia storia è molto diversa, i ragazzi hanno un coinvolgimento diverso. Innanzitutto loro erano gli ideatori, mentre io sono arrivata come una passeggera stravagante. La proposta che mi è arrivata era totalmente surreale, non c’era nessuna buona ragione per accettare. Però c’è un fatto: due settimane prima dell’arrivo di quella mail, ero stata al Cie  di Via Corelli a Milano e quella visita mi aveva cambiato. L’esperienza in Tunisia, i viaggi in Tunisia, ancora prima mi avevano fatto comprendere ciò che per tutti è scontato: cioè il nostro stare nei posti, il nostro muoversi, è un privilegio. Non è casuale, non è dovuto. Rispetto poi all’idea del diritto: il diritto non è uno strumento neutro, così come non è necessariamente uno strumento buono. Il tipo di regolamentazione è esercitato su forme di potere, non su forme di reale protezione de cittadini. Quindi, a quel punto, fare questo viaggio mi sembrava la cosa più giusta da fare. Non c’era nessun’altra possibilità.

Marco Mancuso: Come è stato per voi calarvi in un lavoro di gruppo? Come è stato adattare le vostre capacità professionali ad altri tipi di linguaggi? Per Gabriele giornalista, lavorare a più stretto contatto con i tempi e i modi del cinema e dell’arte, per Antonio lavorare su una tematica più documentaristica, per Khaled modellare la propria visione poetica alle esigenze di un film.

Antonio Augugliaro: Personalmente non è stato facile. Io sono abituato a lavorare su qualcosa di creativo, su sceneggiature precise. Invece, trovarmi a dover raccontare una  storia non solo che non esiste ma che stavamo letteralmente inventando, non è stato facile. E’ stato difficile confrontarmi con Khaled che ha una visione più poetica e forse concettuale dell’opera d’arte, con Gabriele che ha più la capacità di  lavorare sul dato. Però, tutto ciò, mi ha consentito di aprire un canale nuovo nel mio cervello, nel mio cuore. E devo dire che questo mi ha appagato tantissimo.

Gabriele Del Grande: In un certo qual modo siamo stati fortunati; abbiamo uno sguardo simile sulle cose. Personalmente, questo percorso mi ha arricchito moltissimo. Senza considerare il fatto che il lavoro, se ci pensi, è anche molto più complesso considerando che non siamo solo noi tre gli autori ma ci sono dietro molte più persone. Tieni conto che qui non partiamo da una situazione in cui c’è un grande regista, un grande plot, dei grandi dialoghi: di base, tutto il gruppo è stato bravo a tenere un clima tale da fare uscire quella magia e quella poesia tra di noi che poi passa nel film.

Marco Mancuso: Quanto materiale avete girato e a che punto siete con la campagna di crowdfunding? Ho visto che siete riusciti al momento a sostenere le spese, per cui il prossimo step è arrivare alla produzione del documentario? O prevedete ulteriori passaggi intermedi? Ho anche visto che avete il funding flessibile, a dire che se non raggiungete il goal finale potrete comunque usufruire della cifra guadagnata…

Gabriele Del Grande: Innanzitutto, noi contiamo di prendere tutta la cifra. Fino ad ora, i primi 24.000 Euro serviranno per pagare la troupe, i sei operatori che erano con noi, l’affitto dell’apparecchiatura e le spese del viaggio di tutti. Le prossime voci di bilancio sono il montaggio, l’assistenza al montaggio, le traduzioni: siamo difatti tornati con oltre 100 ore di montaggio, ma tutte in arabo. C’è poi la parte di post produzione, la colonna sonora, la comunicazione. I 75.000 Euro sono le spese vive per chiudere il film. Fino ad ora abbiamo avanzato di tasca nostra tutte le spese. Il 20 Novembre scorso, in Autogrill, abbiamo tutti quanti provato a strisciare il bancomat e non ne funzionava più  nemmeno uno. Se siamo arrivati fino a qui è inoltre grazie a gente super professionale che ha voluto partecipare senza soldi di anticipo e senza la sicurezza di un guadagno. Però ora queste persone vanno pagate.

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Marco Mancuso: Come mai avete deciso di usare la strada della Rete per il finanziamento del film? Perché non siete passati dalla ricerca di un produttore?

Antonio Augugliaro: Abbiamo voluto scommettere che esistesse una comunità che la pensasse come noi e che volesse contribuire finanziariamente a un progetto del genere. Creare una comunità è importante: perché un conto è se siamo solo noi a pensare che le tematiche trattate nel film siano importanti, un altro se si crea un community con più di mille persone che la pensa come te.

Marco Mancuso: L’idea della campagna dal basso, del coinvolgimento delle persone, sembra un suggerimento da parte vostra, uno sprono quasi, a una maggiore assunzione di responsabilità. Non basta più provare un sentimento pietistico per la situazioni, avere compassione, non basta scaricare la propria responsabilità dietro una partecipazione emotiva – come suggerisce Valeria su doppiozero – ma bisogna mettersi in gioco. Come avete fatto voi dando l’esempio. E’ una chiave di lettura possibile?

Valeria Verdolini: Il discorso che ho fatto su doppiozero (http://www.doppiozero.com/autore/Valeria-Verdolini) è incentrato su quell’idea di compassione che ha sempre accompagnato il lavoro sui migranti. Si è scelto di abbandonare questa visione non solo perché basata su una retorica che non paga, ma soprattutto perché porta in sé l’affermazione: “io ti do qualcosa perché sono buono”. “Io sto con la sposa” funziona in modo diverso: io partecipo al progetto perché ci credo, non solo mi commuovo ma sono responsabile di quello che succede. Io rido con te ma voglio continuare a ridere con te, nel corso della vita, spostando al contempo il dibattito in modo tale che ci sia una discussione politica ed europea sulle politiche di immigrazione e sullo spostamento delle popolazioni all’interno del territorio dell’Unione.

Gabriele Del Grande: E io rischio con te, aggiungerei. Noi rischiavamo e anche le persone rischiano con il crowdfunding: chiaro, non è che donare denaro sia un rischio da un punto di vista tecnico. Però, al contempo, c’è un’assunzione di responsabilità nel momento in cui si decide di appoggiare un progetto che può essere bollato in un certo modo. Tu dici: io “sto con la sposa”!

Antonio Augugliaro: Di fatto, è un passaggio superiore al like su Facebook. Mettere 10, 100 o addirittura 1000 Euro, significa che sicuramente tu “stai con la sposa”. Non investi solo cinque secondi del tuo tempo, ma appoggi economicamente il progetto.

Marco Mancuso: Partendo dal materiale a disposizione, le clip prodotte, il trailer, è interessante osservare il linguaggio che state utilizzando: non pietistico, non di denuncia superficiale, senza alcun messaggio di violenza. Traspare ovviamente l’ansia che pervade il film, le emozioni di paura, rabbia, tristezza ma è interessante il tipo di contrasto che si crea con elementi come l’ironia, la celebrazione dello sposalizio, l’amicizia. Tutto ciò è stato studiato o è qualcosa che, in fondo, vi appartiene?

Antonio Augugliaro: Guarda, di studiato in questo film non c’è niente. E’ tutto molto spontaneo ed emotivo. A noi l’idea ci è piaciuta subito. Di colpo, il fatto di pensare a un viaggio transnazionale per aiutare dei Siriani clandestini, organizzando un finto matrimonio, ci ha fatto innamorare del progetto. E’ come se noi il film lo avessimo già visto tutto. Qui non si parla dell’altro come un numero, un’entità distante; si parla con un essere umano, tramite un linguaggio universale che in questo caso è quello dell’arte e del cinema. Ci sono tanti momenti tristi in cui si ricordano le tragedie della guerra, ma in modo analogo a quando vengono fuori tra di noi i nostri problemi personali. In ognuno di noi c’è la sofferenza, ma anche la gioia e la spinta verso il futuro.

Khaled Soliman Al Nassiry: Ho visto molti film sugli immigrati in cui il soggetto è sempre il poveraccio da aiutare. Qui non è la stessa cosa. Loro corrono dei rischi con noi, non stanno solo chiedendo il diritto di muoversi in Europa. Per la prima volta, tutto questo si vede in un film. Per la prima volta, gli immigrati compiono un’azione, provano emozioni. Se anche loro sono illegali, i loro sogni sono legali.

Gabriele Del Grande: Il film alla fine è un documentario, non una fiction. Il film ha questo linguaggio non perché abbiamo passato mesi a pensarci, ma perché quel gruppo era così. Un gruppo coeso, transnazionale. Non si tratta di Italiani che aiutano gli sfigati Palestinesi: i ragazzi italiani che erano con noi, erano in una certa misura persone che avevano alle spalle una biografia di viaggi. Che avevano un’esperienza diretta di quei posti. Non è solo l’elemento del rischio che ci ha unito, ma anche la condivisione di una conoscenza comune, il fatto che ci fosse un gruppo in cui ognuno metteva dentro le sue fragilità, le sue ricchezze, capace di guardarti negli occhi senza tanti pregiudizi.

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Marco Mancuso: Come avete lavorato alla sceneggiatura? Avete pensato forse di suddividerla in capitoli in funzione delle varie tappe del viaggio? Avete mai avuto paura di condizionare il successo del viaggio alle esigenze del film?

Antonio Augugliaro: Come ogni documentario che si rispetti, un minimo di sceneggiatura è stata scritta. Altrimenti il rischio era di riprendere qualsiasi cosa. Avevamo dei punti fermi: la città di partenza, la città di arrivo, qualche città di passaggio (non eravamo sicuri su tutto). Solo il giorno prima abbiamo scoperto tutti i personaggi che avrebbero viaggiato con noi. La nostra sceneggiatura è stato un modo per organizzare i personaggi, per valorizzarli. Non è stato facile lavorare senza dei soggetti veri e propri.

Nelle due lunghe notti prima della partenza, in cui ci siamo trovati a scrivere una traccia della sceneggiatura, una delle cose più complesse è stato pensare a come valorizzare il gruppo come gruppo, raccontando ogni personaggio che veniva con noi e non alcuni in particolare. Avevamo quindi pensato di raccontare un personaggio per ogni tappa, anche se poi questo non è avvenuto esattamente come avevamo pensato. Più o meno, questo è il filo narrativo: dalla partenza all’arrivo, viene raccontata la storia di ogni personaggio, momento per momento, nell’arco del viaggio. C’è quindi un costante avanti e indietro nelle loro storie: durante il viaggio da Milano a Stoccolma raccontano le loro esperienze passate, prima del viaggio stesso, dalle coste della Siria a Milano attraverso il Mediterraneo. Ma la cosa interessante è che non lo fanno con delle interviste, quanto piuttosto parlando con il loro compagno di viaggio.

Valeria Verdolini: L’elemento temporale è stato sicuramente importante. Da lato, in ogni singolo giorno, i rischi aumentavano mano a mano che la giornata trascorreva. Dall’altro, c’erano dei tempi umani: “io sto andando a cambiare la mia vita, per cui non posso aspettare se tu devi girare una scena”. C’è stato un momento, a Copenhagen, in cui l’esigenza dei vissuti è stata molto forte e in contrasto con quelle che invece erano le esigenze del film. Queste due anime sono state molto presenti, con esigenze diverse, entrambi nobili…

Marco Mancuso: Avevate pensato che le singole clip sarebbero state funzionali ad alimentare il crowdfunding, nell’arco del suo periodo temporale?

Gabriele Del Grande: No no, ci stai sopravvalutando. Per farti capire da dove parte il tutto: il progetto nasce da una ubriacatura, una sera, davanti a una bottiglia di grappa. Noi siamo partiti con l’idea di fare un film, ma l’idea di fare un crowdfunding non ce l’avevamo da subito. E’ nata non più di quattro mesi fa. Pensavamo che qualche produttore, al limite, si sarebbe interessato. Qualche fondazione, qualche televisione, anche se molto presto erano spariti tutti. Noi avevamo a quel punto un bel film tra le mani e abbiamo pensato di chiedere aiuto alle persone. Quando il film sarà finito, in molti si ricrederanno.

Antonio Augugliaro: Ricordo che sulla via del ritorno, uno degli operatori mi prese in disparte e mi disse: “Antonio abbiamo fatto un disastro, non so quanto materiale abbiamo, secondo me non è abbastanza per fare un film”. Poi ci siamo messi qui in studio a vedere il girato e solo guardandolo ci siamo resi conto che avevamo sufficiente materiale per fare il documentario. Ma mentre lo giravamo, non avevamo idea di cosa ne sarebbe venuto fuori.

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Marco Mancuso: Fortress Europe è dal 2006 una piattaforma, un osservatorio che monitora ciò che sta succedendo nel Mar Mediterraneo e quelli che sono i flussi di immigrazione attraverso le frontiere della fortezza Europa. Gabriele, come percepisci sia cambiato il problema da un punto di vista politico in questi anni? Quale la risposta che sta arrivando dalla  società civile, dal mondo della politica, dai media al progetto Io sto con la sposa?

Gabriele Del Grande: Rispetto al 2006, quando ho cominciato, da un lato non è cambiato niente, dato che la gente continua a morire nel Mediterraneo nello stesso identico modo. Forse è cambiata la composizione di chi viaggia, nel senso che recentemente, con la crisi, si tratta soprattutto di persone che provengono dalla Siria, dall’Eritrea, dalla Somalia, rispetto al passato quando si parlava di flussi migratori soprattutto dalla Tunisia, dall’Egitto e dal Nord Africa in generale. Dall’altro, c’è stata quella rivoluzione che oggi consente la libera circolazione delle popolazioni dall’Est Europa, da Polonia, Ungheria, in buona parte dai Balcani, dall’Albania. L’Unione Europea è quindi sempre più fortificata nel Sud, mentre verso Est di fatto sperimenta politiche sempre più libertarie. Oggi, la politica principale dell’Unione Europea verso Est si può riassumere così: è impossibile controllare lo spostamento di milioni di persone, per cui la soluzione è la liberalizzazione, facendo sì che sia il mercato del lavoro ad autoregolamentare le entrare e le uscite.

A livello di accoglienza della stampa rispetto al nostro progetto, c’è sicuramente interesse, anche se ho l’impressione che sia principalmente un interesse legato a ragioni di comunicazione e marketing. Nessun giornalista, sostanzialmente, ci prende sul serio; ci considerano come dei personaggi bizzarri che hanno fatto qualcosa di “notiziabile”. Io sto con la sposa mette insieme immagini che non c’entrano niente tra loro e che quindi attirano l’attenzione dei media: c’è la guerra e c’è la sposa, c’è il bambino rapper e la strage del Mediterraneo. Sono tutte cose che non si erano mai viste prima. A livello di marketing la cosa funziona, a livello di stampa altrettanto. A livello politico, invece, non c’è stato alcun feedback. Zero. Grande partecipazione, invece, c’è stata dalla società civile.

Valeria Verdolini: Se dovessimo aspettarci delle risposte che nascano dalle domande e dalle questioni poste dal film, dovrebbero essere innanzitutto delle risposte che arrivino a livello di Comunità Europea. Immaginando una sensibilità che non si muova solo a livello nazionale, è giusto che il progetto spari alto. Perché le questioni messe in discussione dal film sono relative alle regolamentazioni di Dublino II, alla libera circolazione delle persone nella CE. Non c’è solo la grande questione dell’ingresso o del viaggio attraverso il Mar Mediterraneo; nel momento in cui una persona riesce a giungere sulle coste di Lampedusa, come fa a muoversi all’interno del territorio europeo? Attraverso le leggi attuali, l’Unione Europea sta assumendo che queste persone vengano affidate a un racket che gestisce questi viaggi, a delle persone che ti dicono che ti portano in Svezia anche se poi non è vero, visto che nessuno dei migranti sa esattamente dove sia la Svezia. La suddetta questione politica è un discorso scomodo, a differenza del tema del Mar Mediterraneo che è sotto l’attenzione di tutti. Perché io posso decidere di vivere a Parigi e tu, clandestino, sei costretto a rimanere nel campo di Pozzallo?

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Marco Mancuso: Mi sembra che stia funzionando molto il meccanismo tipico del media attivismo, del guerrila marketing: suscitare cioè l’attenzione dei grandi media per mezzo di un’operazione “clamorosa”. Riuscite a distinguere la critica personale, che presumo muoviate verso i media mainstream, dall’opportunità che essi rappresentano per il successo del progetto? Come state vivendo questo dualismo?

Gabriele Del Grande: Io vivo questo processo molto serenamente. Prima di iniziare il percorso di crowdfunding siamo andati in Sicilia, siamo saliti sulla barca di un amico pescatore con la sposa e con un po’ di amici siciliani dalle sembianze piuttosto tunisine. Abbiamo fatto un finto video in cui una ragazza vestita da sposa sta in piedi sulla barca in mare aperto. Abbiamo mandato il materiale a Corriere Tv; loro lo hanno pubblicato e il video è diventato immediatamente virale, facendo decine di migliaia di visualizzazioni al giorno. Tutto questo giusto due giorni prima che uscisse il crowdfunding. Noi abbiamo bisogno della stampa, non vogliamo rimanere in una nicchia indipendente: questo lavoro ha senso se raggiunge un pubblico ampio.

Khaled Soliman Al Nassiry: C’è poi un grande valore nella storia in sé. Se non ci fosse un valore reale, i media non ci considererebbero e il sistema non funzionerebbe. In fondo, non abbiamo più di tanto bisogno di giocare…

Antonio Augugliaro: Guarda, hanno scritto un articolo su di noi anche i Papa Boys e va benissimo. Non disdegniamo niente.

Marco Mancuso: Secondo voi la Rete come potrebbe attivarsi ulteriormente? Le community, le piattaforme, i progetti di data journalism, il data visualization. Come la Rete può prendersi ulteriormente carico di queste o altre tematiche sociali?

Antonio Augugliaro: La Rete ha un’utenza ancora piuttosto di nicchia, almeno in Italia. Per cui è già sensibilizzata su alcuni argomenti. Quello che vorremmo fare con questo film è di arrivare a chi la Rete ancora non la frequenta: per questo vorremmo andare a Venezia o andare in televisione. Rendere partecipi quante più persone possibili di quella che è la nostra visione.

Gabriele Del Grande: Per il mio lavoro, personalmente, credo poco al data journalism. Non è che non credo alla modalità, non credo al dato di per sé. Ci sono tanti dati in rete, tante notizie. Quello che manca sono le storie. Il merito di Io sto con la sposa è quello di dare un nome alle persone, cinque, non cinquemila. Raccontare una storia in cui immedesimarsi, che susciti il rammarico nel non poter farne parte. Vedere la bellezza di quell’umanità, ribaltando l’estetica della frontiera. Nel nostro film non hai la visione di un poveraccio ma di un eroe, un eroe di un’Armata Brancaleone forse, ma comunque qualcuno in grado di farti venire voglia di essere lì con lui. Di essere parte di quella storia. Questo, secondo me, serve molto più di tanti dati, di tanti numeri, di tante schede informative. Ogni tragedia ha i suoi numeri, ma fino a quando non mi spieghi una storia, non mi fai essere accanto anche a una sola persona, allora non riuscirai a smuovere le coscienze.

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Marco Mancuso: Per chiudere, sono più forti le emozioni che avete provato in questa esperienza o la soddisfazione di ciò che avete ottenuto? Siete orgogliosi di quello che avete fatto?

Khaled Soliman Al Nassiry: Assolutamente sì. Mi ricordo quando siamo arrivati in Svezia, un poeta siriano mio amico che vive lì mi è venuto incontro e mi ha detto: “Sono orgoglioso di voi, del vostro progetto”. Tutte le email che stanno arrivando, mi riempiono di orgoglio. Vedremo quando il film uscirà in qualche festival, quale sarà la reazione delle persone.

Gabriele Del Grande: Sai che abbiamo attivato questa cosa del selfie con il cartello “Io sto con la sposa”. Ecco, è arrivato un selfie da uno dei più importanti poeti iracheni di Baghdad. Ma anche altri da amici che hanno dei cineclub nelle campagne tunisine. Tutto questo è bellissimo

Antonio Augugliaro: L’emozione di fare questo viaggio è stata grandissima. Basta pensare che sul treno tra Copenhagen e Malmoe, l‘ultima frontiera, eravamo tutti pronti per registrare con le telecamere il passaggio della frontiera. C’è stato però un momento di emozione così forte che siamo scoppiati tutti a piangere; ci siamo abbracciati e quello è un pezzo di film che purtroppo non siamo riusciti a raccontare, perché gli occhi erano appannati, le telecamere puntate al soffitto. Se possibile, adesso che il film è finito, continuando a ricevere messaggi da persone che credono nel progetto, quell’emozione e quell’orgoglio sono ancora più grandi.

Valeria Verdolini: Pensandoci, esistono tre livelli. C’è un prodotto artistico, che è un film. C’è un progetto politico, che è solo iniziato e che con la campagna di crowdfunding sta comunque diffondendo un messaggio. E infine c’è il nostro vissuto, fatto di quattro giorni di emozioni incontrollabili. Se anche non ci fossero state le telecamere, sarebbero stati comunque quattro giorni “da film”. E poi c’è la gratitudine di queste persone, che si sono affezionate, che ci hanno guardato e ci hanno detto: “siete i figli che ci ha mandato il cielo”. Sono parole forti, che ti caricano di responsabilità, che compensano tutto.

Antonio Augugliaro: Una volta qualcuno ha detto: “cambia te stesso per cambiare il mondo”. Ed è quello che abbiamo fatto.

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