Tre semplici scrivanie bianche sono ciò che vediamo una volta entrati nella luminosa prima sala della galleria Carroll / Fletcher. La loro disposizione sul pavimento del piano terra della galleria, perpendicolare alle pareti della stanza, e il loro colore uniforme al resto dell’ambiente danno la sensazione di costituire una scenografia astorica alla Adolphe Appia.

Lo spazio è riempito dal suono di tre voci che, in un primo momento, non riesco a distinguere; simili tra loro, si percepisce la mancanza di profondità nei loro toni. Tutto sommato, vista l’astrazione delle installazioni, non posso fare a meno di pensare al Teatro Epico di Bertold Brecht in cui la recitazione e la messa in scena erano sviluppate in modo da evitare il coinvolgimento emotivo e favorire anzi la riflessione intellettuale. Dietro a ognuna delle scrivanie è disposto uno schermo; la loro posizione mi costringe a sedermi per terra, a rannicchiarmi. Sugli schermi passano le immagini di un avatar generato da un software che recita un testo; le voci sono tutte uguali, ma i fantocci che li recitano appartengono ad etnie e sessi diversi.

La reazione più spontanea è sorridere, terrorizzati da ciò che si sta vedendo e sentendo; prestando maggiore attenzione a ciò che dicono, ci si accorge di come il tono incolore delle voci non vada di pari passo con i contenuti. Sono rivelazioni, confidenze che necessitano il nascondimento dell’identità di coloro che le hanno prodotte; materiali dell’opera Dark Content, di Eva e Franco Mattes, gli artisti presentati alla galleria Carroll / Fletcher di Londra dal 10 Giugno scorso fino al prossimo 27 Agosto 2016 con la mostra “Abuse Standards Violations”.

Uno studio approfondito del comunicato stampa rivela che i due, in seguito alla rimozione del loro lavoro “No Fun” (2010) da YouTube, si sono interessati ai meccanismi con cui i contenuti vengono approvati, tollerati o eliminati dalle grandi piattaforme online, scoprendo che la presunta automatizzazione algoritmica con cui tali materiali vengono filtrati è in larghissima parte una menzogna. Difatti, dietro ad ogni “Questo contenuto è stato rimosso perché non conforme a questo sito” si cela una persona in carne e ossa addestrata a scindere cosa va bene da cosa non va bene sulla base di linee-guida.

Queste piattaforme nascondono l’esistenza di tali persone promuovendo l’idea che siano degli algoritmi a filtrare i contenuti che pubblichiamo; senza scomodare l’ormai abusato accostamento tra Panopticon e social media, è chiaro che queste società hanno interesse a mostrarsi meno umane possibili perché si tratta del vero nervo scoperto del loro ruolo di gatekeepers, ovvero devono e possono decidere cosa può essere addomesticato e cosa è irrimediabilmente pericoloso.

In questo progetto, i Mattes sembrano interessati tanto a queste dinamiche quanto ai contesti online in cui la segretezza e l’anonimato regnano sovrani; loro stessi si sono avventurati nella Darknet per contattare e intervistare questi agenti segreti delle politiche delle dot-com, ed è sempre nella Darknet che hanno caricato tutti gli episodi di questo lavoro – se ne possono trovare alcuni anche su YouTube.

La questione dell’anonimato come bene da preservare in quanto premessa di una conversazione più libera è stata al centro di molte riflessioni anche nell’incontro con gli stessi artisti – in conversazione con l’artista Jesse Darling e il curatore Ben Vickers – avvenuto all’Institute of Contemporary Art (ICA) lo scorso 19 luglio 2016: “fare propaganda significa non pubblicare certi contenuti”, dicono, “possiamo intendere questo processo come lo sviluppo di un contesto sanitizzato”. Su Facebook, ad esempio, agiamo in un ambiente in cui tutto è disegnato per tenerci a bada, per non farci uscire dai binari costruiti dai sviluppatori; la Darknet, secondo i due artisti, è un ambiente avventuroso in cui possiamo incontrare persone in modi nuovi, non precostruiti e che quindi ospita potenzialmente maggiore genuinità.

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L’invisibilità viene esplorata anche con altre due serie di lavori esposti nella mostra, Image Search Result (2016) e BEFNOED (By Everyone For No One Every Day) (2013-2015). La prima è costituita da oggetti realizzati su commissione attraverso servizi online; la produzione pratica di tali opere è stata demandata a aziende specializzate in questo business, che fanno della propria invisibilità un perno importante della propria offerta.

In BEFNOED (By Everyone For No One Every Day) dei monitor sono stati disposti in modo da costringermi ad adottare posizioni scomode, in maniera uguale all’installazione della serie “Dark Content”. Lo sforzo che compio emula quello delle persone mostrate nei video, pagate per compiere azioni banali attraverso crowdsourcing websites, una pratica che trova un antecedente illustre in Moholy-Nagy e i suoi dipinti al telefono (1923). Tali video sono stati disseminati dagli artisti su piattaforme social ritenute esotiche, periferiche rispetto a quelle maggiormente usate in Occidente; appellandosi a un approccio quasi situazionista, i due spiegano che fanno ciò per incontrare un nuovo pubblico, inerme di fronte alle loro bizzarre produzioni.

Tale dinamica è un aspetto centrale nei lavori dei Mattes, sebbene mai in primo piano; in molte loro performance, il pubblico viene colto alla sprovvista – si pensi a No Fun ma anche a Freedom (2010), una performance online in un videogioco di guerra in cui Eva chiedeva agli altri utenti di salvarla perché “stava compiendo una performance artistica”; il risultato? Veniva uccisa ripetutamente.

Le specificità di ognuno di questi contesti, dalle quali nascono le consuetudini comportamentali delle persone che le frequentano, vengono ignorate; i due artisti sembrano interessati a cercare le reazioni più memorabili, con un approccio prossimo al montaggio dei programmi TV di candid camera. La definizione del proprio lavoro sulla base dell’entità delle reazioni che esso suscita in persone non preparate ad esso è, non a caso, lo stesso che viene esplorato nella serie di “Dark Content”; le persone che decidono che un materiale non è consono ad un determinato contesto sono esse stesse parte dell’opera, soprattutto nei casi delle opere dei Mattes (o, guardando in altre direzioni, di Petra Cortright). L’eliminazione di questi contenuti dalle piattaforme online da parte di questo sistema è la quadratura del cerchio, la realizzazione più alta del meccanismo messo in moto dai Mattes; quale feedback più eclatante della censura?

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Insomma, visitare questa mostra è come rivedere gli ultimi 5 anni di ricerche artistiche nell’ambito della privacy online, del crowdsourcing e dello dispiegamento di forze (invisibili) da parte delle dot-com nei confronti di ciò che produciamo e possiamo consumare. I fili tematici che legano i tanti e vari lavori presentati dagli artisti non sono facilmente individuabili; da una parte abbiamo la critica nei confronti dell’igienizzazione dei processi produttivi, dell’alienazione di individui che devono agire come macchine senza essere scoperti; dall’altra la ricerca di un nuovo luogo in cui poter agire liberi, senza sovrastrutture.

L’anonimato del Web è quello degli invisibili che devono produrre senza essere visti; l’anonimato della Darknet è quello di individui liberi da tali macchinazioni. In questo senso è difficile non vedere sotto questa luce Darknet come la periferia pericolosa ma socialmente vivace della grande città chiamata Web; storicamente, l’arrivo degli artisti in questo genere di zone periferiche è il primo segnale di un processo più ampio che porta all’addomesticamento di intere aree urbane e i Mattes sono, ancora una volta nella loro carriera, precursori di trend per quanto riguarda lo spostamento di ricerche artistiche in contesti non addomesticati o, come dicono loro, “sanitizzati”.

In questo senso si possono trovare le differenze tra artisti, anzi, persone che hanno conosciuto l’internet degli anni Novanta non colonizzato dalle logiche delle dot-com e coloro sono nati e cresciuti con Facebook, Twitter e YouTube; se questi ultimi sviluppano strategie di disturbo all’interno di queste stesse piattaforme senza spesso chiedersi se è possibile andare al di là di esse, i primi cercano un paradiso perduto, un contesto in cui nessuno può sapere se sei un cane, un posto in cui si può essere sé stessi senza temere di associare il proprio nome vero a comportamenti sociali ritenuti inaccettabili.

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La mostra implementa approcci diversi e talvolta discordanti nei confronti di problematiche che nel corso degli ultimi anni sono stati al centro di sempre più artisti interessati ai meccanismi che sottendono il mondo online; il risultato è un rumore di fondo che richiede applicazione e studio per essere decifrato, esattamente come l’accesso alla Darknet richiede competenze tecniche non accessibili a qualunque individuo. La divisione tra esperti e non esperti è fondamentale per capire questa mostra e più in generale i lavori dei Mattes; se i primi possono apprezzare i riferimenti e le tattiche de duo bolognese, i secondi vengono posti in situazionali tali per cui possono solo reagire istintivamente e inaspettatamente rispetto a ciò che ci si attende dall’usuale pubblico dell’arte contemporanea.

La strumentalizzazione del pubblico è un tema centrale della storia delle performance artistiche e prima ancora dell’azione politica; “Abuse Standards Violations” è una mostra che invita a riflettere su cosa significa partecipare ad una riflessione critica, prima ancora di chiederci di partecipare all’azione generata da essa.


http://www.carrollfletcher.com/exhibitions/55/overview/

http://0100101110101101.org