_ E, cooperativa artistica ed eventi speciali.

Dal 9 al 13 maggio scorso ha avuto luogo a Ravenna il progetto speciale Fèsta, una rassegna pensata per celebrare e inaugurare l’avvio della cooperativa artistica di cui fanno parte quattro giovani nuclei teatrali ravennati: ErosAntEros, Fanny&Alexander, Gruppo Nanou e Menoventi. E, questo il nome scelto per la cooperativa, dà avvio a un processo di collaborazione, o meglio di congiunzione tra le diverse conoscenze e competenze artistico-organizzative di tutte e quattro le compagnie, facendo della maggior o minor esperienza di ognuna, delle idee e le estetiche più o meno contingenti o parallele tra loro, fonti di ricchezza e poliedricità dalle quali attingere.

Una modalità attraverso cui far fronte comune a una situazione, quella italiana, che non facilità né tantomeno supporta il lavoro di creazione artistica, confinando chi la innalza a proprio modus vivendi ai limiti del riconosciuto (almeno burocraticamente e finanziariamente). E’ per questo, quindi, che nonostante l’Emilia Romagna sia una delle regioni che maggiormente supporta le attività teatrali e performative, nel loro insieme, per i quattro l’idea della cooperativa si è effettivamente prospettata come soluzione che a un tempo mantiene distinzioni e peculiarità di percorso, riuscendo però a rinforzare pratiche e resistenze vitali.

Fèsta si è posta proprio in quel medesimo spirito che il suo titolo esprime, organizzata secondo un calendario in cui oltre agli spettacoli delle quattro compagnie coinvolte, più Orthographe – altra realtà performativa romagnola, con esse in collaborazione – si sono susseguiti incontri radiofonici (curati da Altre Velocità), presentazioni di libri, mostre e installazioni, laboratori e concerti. Cinque giorni in cui Ravenna ha dato spazio (e luoghi) a una realtà artistica che da frammentaria e sparsa si sta facendo più articolata e fitta di situazioni, capaci di fornire una solida trama di base sulla quale far evolvere e maturare diverse iniziative.

E vuole essere una cooperativa che, seppur trasversale nelle diverse realtà che unifica – basti considerare gli anni di lavoro e il riconoscimento raggiunto a livello nazionale ed estero di una compagnia come Fanny&Alexander e, d’altra parte, il duo appena nato, ma dagli ottimi presupposti, di ErosAntEros – si ripromette di lavorare in maniera orizzontale, in cui a prescindere dalle differenze, l’intenzione ultima finale è quella di far sì che tutti i membri della cooperativa abbiano la possibilità di avere gli strumenti e le possibilità per portare avanti la propria ricerca artistica e trovare le situazioni più consone per mostrare il proprio lavoro.

Quello che si poteva respirare a Fèsta è stato proprio un clima di collaborazione e volontà di affiancare tra loro diversi linguaggi artistici e, soprattutto, di cercare un contatto col pubblico il più vero e concreto possibile, utilizzando luoghi e forme di presentazione palesemente rivolte a un dialogo con la città stessa, oltre che con i vari ospiti. La presenza della radio come momento di dialogo e scambio, i concerti sulla darsena, le installazioni e gli spettacoli di danza e teatro degli artisti ospitati: tutti questi elementi ne hanno fatto un momento d’incontro importante nella prospettiva di creare una rete sempre più efficace e solida tra artisti e territorio.

Tra i tanti eventi proposti ricordiamo l’anteprima di Discorso alla Nazione di Fanny&Alexander; Perdere la faccia di Menoventi; Nympha, Mane! performance degli ErosAntEros seguita dal Contagio Mnestico tra i due performer/autori e la filosofa Susanna Mati; e, infine, la presentazione delle diverse derive creative nate dal progetto Motel di gruppo nanou, quali la mostra fotografica ad esso dedicato, curata da Laura Arlotti e Claudio Angelini, il brano scenico riproposto qui presso la galleria Ninapì di Anticamera e il progetto installativo del sound designer Roberto Rettura, Source.

Gruppo nanou: narrazione cinematografica oltre il video.

Gruppo Nanou è sicuramente uno delle quattro realtà artistiche coinvolte nella cooperativa, che sin dalla sua nascita, nel 2004, ha portato avanti un lavoro molto interessante sulla possibilità di combinare insieme diversi linguaggi, da quello fisico performativo – al limite con il puro atletismo professionista – all’evidente natura drammaturgica ed espressiva del suono, così come delle luci. Formatisi a Ravenna, otto anni fa, dal fortunato incontro tra Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci e Roberto Rettura, gruppo nanou ha approfondito nel tempo un discorso che sembra plasmarsi sulla possibilità di fondere insieme immagini e narrazione; nei diversi progetti realizzati finora è evidente, infatti, un’attenzione estetica verso quelle condizioni dell’umano al limite tra quotidianità e inconoscibile, e – al contempo – una modalità di lavoro che parte dalla natura del linguaggio, per restituire testi che si percepiscono in filigrana senza mai acquisire una forma verbale – in cui la parola diviene superflua.

Progetto Motel nasce nel 2008 e si sviluppa in tre tappe o situazioni performative attraverso cui prende forma il quadro concettuale di partenza: Prima stanza (2008), Seconda stanza (2010) e Anticamera (2011). Motel come scrivono gli autori stessi è “un’unità di tempo, un luogo familiare, disabitato; è la stanza dei segreti, degli amanti, delle puttane, il rifugio degli assassini, la sosta dei viaggiatori“, un non-luogo, per riprendere la fortunata definizione di Marc Augè, che si connota contemporaneamente di familiarità e mistero, che assorbe la storia inenarrabile di chi la vive, trasudando milioni di parole e suggestioni nel più completo silenzio.

O enfatizzata da suoni e canzoni a far da colonne sonore, tradendo così, anzi disvelando la natura cinematografica che pesa sul luogo – ricostruito a regola d’arte nella scelta stilistica d’interni semplici, al limite del minimalismo, e decorati da tappezzerie dall’allure vintage (Prima stanza) o dichiaratamente kitsch, colorati e più ricchi di oggetti (Seconda stanza). L’intero progetto è permeato tutto da chiari riferimenti iconografici, siano essi di natura cinematografica (David Lynch), siano invece ripresi dalla fotografia e dalla pittura (Hopper).

Anticamera, il terzo episodio, portato a Fèsta nella sua versione ridotta (Anticamera Ep) è quello dove maggiormente la dimensione filmica viene indagata con più ricercatezza, dove il linguaggio teatrale si accosta in maniera efficace alla telecamera, senza l’effettiva necessità e presenza dello strumento in scena. La scena è vuota, profonda, uno spazio scuro da cui emerge un cubo bianco e vuoto al suo interno; verso di esso la performer, in controluce compie il suo cammino, arretrando lentamente fino a lasciarsi inghiottire dallo spazio quadrato alle sue spalle. La canzone scelta che accompagna questo primo movimento (il bellissimo rifacimento di Song to the siren fatto nel 1983 da This mortal coil) attribuisce solennità all’azione semplice e, allo stesso tempo, aperta alle più libere interpretazioni da parte dello spettatore, trascinato a sua volta verso quel punto centrale che converge gli sguardi e gli innalza a occhio-cinema; a divenire, cioè, fonti di visione attiva rispetto alla scena.

All’interno della scatola si concretizza un’attesa, fatta di un corpo e una sedia, tappezzerie floreali a contrastare il candore e il buio che le circonda. Movimenti atletici racchiusi in un metro cubo di spazio, che offrono allo sguardo diversi punti di vista, concretizzano un’attesa, restituiscono la quintessenza dell’immaginario legato alla stanza: anticamera. La sedia appoggiata su un fianco, poi la danzatrice aggrovigliata su se stessa di cui si scorge solamente la schiena o le spalle, e la cornice quadrata che li determina: tutto ciò richiama la capacità della telecamera di ruotare attorno al soggetto-corpo d’interesse, vivisezionandolo e scombinandone i movimenti. Si realizza così un vero e proprio montaggio cinematografico al quale noi assistiamo come di fronte a uno schermo, il cubo diviene il dispositivo televisivo che assorbe e imprigiona chi ne è dentro così come chi ne è fuori.

Una drammaturgia che si esplica e si raffina anche grazie all’impiego sapiente delle luci, realizzate da Fabio Sajiz, già light designer per la Socìetas Raffaello Sanzio, che descrive, sottolinea, accarezza e nasconde gli oggetti e i corpi. E’ attraverso la luce che si scandisce il ritmo della sequenza: da dietro a scavare nel controluce, tagli laterali per restituire profondità visiva laddove lo spazio è talmente minimo da impedire la verticalità, frontale per ricoprire il tutto di una patina bidimensionale e fittizia. Cambi di luce che si fanno cambi di scena, montaggio luminoso di una drammaturgia visiva al limite tra il simbolico e l’espressivo. Ma anche fotografie di un universo intrappolato nell’impossibilità di un’azione progressiva, flash in cui le porzioni rivelate di quanto accade vengono lasciate per lo più all’immaginazione narrativa dello spettatore, che compie quindi un proprio lavoro di ricostruzione drammaturgica.

Le figure umane che popolano il ciclo di Motel sono, inoltre, esseri senza volto, che si rincorrono e si alternano nell’avvicendarsi delle “stanze” della trilogia. Nella volontà di andare oltre il personaggio-storia si presenta la figura spersonalizzata, in ombra o restituita per frammenti, che non rappresenta ma si lascia scrutare, dalla luce così come da chi assiste alla sua epifania in scena. Il buio, il nero, allora, diviene una sorta di maschera evanescente che nasconde il connotato fisiognomico e, al contempo, enfatizza il senso della presenza, portata a galla dai tagli di luce e il suono che la amplifica.

La scena, dunque, diviene il luogo – anticamera – dove i corpi sembrano porsi sulla soglia di un’impercettibile inquietudine esistenziale che filtra attraverso la ricostruzione di una normalità di oggetti e sembianze. Un set che è limine tra verità e finzione, dove pur senza l’utilizzo di tecnologie sofisticate, sembrano condensarsi i diversi linguaggi della contemporaneità; la suggestione di una multimedialità resa attraverso i suoi echi scenici.

http://www.grupponanou.it/