Un cielo di un rosso intenso, nuvole bianche. Sento un rumore bianco, interrotto da brevi silenzi, voci, note di musica. È il suono del vento elettronico quello che sento?

Mi accorgo che sto guardando la parte superiore di un grande dipinto, scorro quindi lo sguardo lentamente verso il basso arrivando ai rami di un albero che si muovono leggermente – era vento, dopotutto. Dietro alla pianta c’è una collina, nient’altro. Rosso e nero, silenzio e voce; rosso e nero, silenzio e rumore bianco. La composizione degli elementi sembra chiara, a me familiare grazie alla mia percezione visiva istruita; in un secondo pensiero, mi ricorda i ritratti di boschi neri, montagne elevate e alte cascate dipinte da artisti romantici verso la fine del XVIII secolo, in particolare in Germania, che ho visto e studiato tante volte nella mia vita. L’uomo di fronte alla natura, affascinato e allo stesso tempo spaventato; ritratti di paesaggi emozionali, dove alberi e nuvole orientano i veri sentimenti dell’artista.

L’opera di cui sto scrivendo è il nuovo progetto dell’artista statunitense Evan Roth, Internet Landscapes(2016), una serie di video che possono essere visti solo online e incentrato sulle esperienze che ha vissuto durante il suo viaggio in Svezia in cerca della fisicità di internet. Il progetto fa parte del programma Masters&Servers. Le location documentate da Roth attraverso video infrarossi e registrazioni audio binaurali sono i principali luoghi di sbarco del cavo internet in fibra ottica sottomarina e dei momenti di transizione in cui i cavi in fibre ottiche si uniscono alla rete di comunicazioni sottomarina, permettendo così ai continenti di comunicare.

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Evan Roth è un artista con sede a Parigi, la cui pratica è orientata a visualizzare e archiviare la cultura attraverso utilizzi non previsti delle tecnologie. Creando stampe, sculture, video e siti web, la sua opera indaga la relazione tra gli usi non previsti, la responsabilizzazione e l’effetto che le filosofie delle comunità hacker possono avere quando vengono applicate ai sistemi digitali e non digitali. L’opera fa parte delle collezioni pubbliche del Museum of Modern Art, New York, e dell’Israel Museum. Le sue mostre più recenti sono state ospitate presso la Biennale di Sidney 2016; Electronic Superhighway (2016-1966) alla Whitechapel Gallery, London; e This Is for Everyone e al Museum of Modern Art, New York. Ha ha co-finanziato le organizzazioni d’arte Graffiti Research Lab e Free Art and Technology Lab e nel 2016 è stato beneficiario del Creative Capital funding.

Filippo Lorenzin: Cominciamo con una domanda d’obbligo. Quando hai cominciato a pensare alle premesse teoriche di Internet Landscapes? Trovare la relazione tra il cosiddetto mondo “digitale” e la realtà tattile è un bisogno che è sempre stato indagato dagli artisti – penso a King’s Cross Phone (1994) di Heath Bunting, ma in particolare ad Alpha 3.4 (2002) del duo Tsunamii.net, che per l’occasione hanno usato apparecchi GPS per tracciare la loro posizione mentre camminavano dalla città di Kiel (il luogo del server web di Documenta) a Kassel (il luogo fisico dell’evento). È vero che in questi ultimi tempi gli artisti stanno mostrando sempre più interesse verso questo tema e, non posso fare a meno di pensare, che ciò sia in relazione con l’adozione di piattaforme social media da parte di un numero crescente di persone in tutto il mondo. È come se non percepissimo più un confine tra un luogo e le informazioni che possiamo trovare sul web. Cosa ne pensi?

Evan Roth: Ho avuto a che fare con le questioni relative alla serie Internet Landscapes dal 2010 circa, ma non ho cominciato a lavorarci fino al 2014. Da quando ho iniziato a sperimentare facendo attività online nel 2001, molte cose in me e di internet sono cambiate. Nel 2014 mi trovavo a un bivio della mia carriera, con la sensazione che internet fosse sempre meno un luogo sul quale volevo lavorare. Questo fu l’anno dopo che lo scandalo sullo spionaggio della NSA/GCHQ fu rivelato, e alcuni anni dopo l’inizio del cambio di gestione aziendale del web.

Stavo cercando un modo per impegnarmi personalmente e artisticamente con una rete leggermente più matura, mentre provavo a trattenere un po’ di quella magia e responsabilità che sentivo dalla precedente, e più immatura, iterazione del web. È con questa mentalità che mi sono imbattuto in Tubes: A Journey to the Center of the Internet (2012) di Andrew Blumb e Mother Earth Mother Board(1996) di Neal Stephenson, due importanti testi sulla fisicità di internet. Dopo alcuni mesi trascorsi a leggere questi libri, mi trovai sulla costa britannica della Cornovaglia a progettare dei lavori che sarebbero poi diventati la mia mostra Voices Over the Horizonpresso la Carroll/Fletcher.

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Filippo Lorenzin: Citando la curatrice Lindsay Howard: “Non è magia; la nuvola è solo il computer di qualcun altro” (“Curating Internet Art, Online and IRL”, Observer, 2/25/16). L’idea che internet non abbia caratteristiche fisiche lo rende un regno con infinite possibilità, nel bene o nel male; e mostrare i luoghi in cui si basa l’infrastruttura mi sembra un atto realista, una posizione contro i valori economici delle piattaforme virtuali centralizzate. Internet Landscapes è, in questo senso, una risposta poetica a questa domanda, giusto?

Evan Roth: Si, per me, anche se si sta assistendo alla lenta morte dell’Internet aperto, la consapevolezza che al suo nucleo vi siano soltanto cavi e computer si sta rafforzando. Con giganti come NSA e Google, entità che a volte sembra impossibile comprendere visivamente (per non parlare di sfida), vedere e toccare in modo maldestro i cavi in fibra ottica esposti sulle spiagge remote mi rassicura.

Filippo Lorenzin: Il tuo lavoro è stato spesso accostato, sin da quando hanno ideato questo termine, al campo del Post-Internet. Infatti la maggior parte dei suoi progetti analizza quello che accade dopo aver dato per scontato il fatto che siamo attivi in rete 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, indipendentemente dalla nostra reale attività. Come ti relazioni con questa giustapposizione? Parlando di mercato dell’arte, alcuni critici hanno fatto notare il modo in cui la ricerca del virtuale spesso implichi il creare qualcosa di abbastanza simile alle opere d’arte ordinarie, un qualcosa dotato di una propria fisicità, un qualcosa che si possa vendere. Qual è la tua posizione in merito?

Evan Roth: Non mi sono mai sentito connesso alle opere (o a parte di esse) che ricadono comunemente nella definizione di “Post-Internet”. In un certo senso vedo l’attuale serie che sto realizzando come una reazione contro un certo tipo di arte Post-Internet che appoggia devotamente l’estetica della rete aziendale. I miei punti di riferimento sono più legati alla pittura paesaggistica e al movimento net.art, che si occupa di natura, rete e cultura in modi che ritengo che siano molto più significativi.

Una cosa che trovo interessante riguardo alle gallerie e ai collezionisti d’arte è l’associazione tra tempo e arte. L’ammontare di tempo che investo nell’osservare un’opera d’arte in un museo o a casa mia è di gran lunga diverso rispetto al tempo che impiego a vedere un’opera d’arte in rete. Perciò, oltre a collezionare opere di altri artisti, ho anche iniziato a vivere con il mio lavoro (non solo nel mio studio ma anche a casa). Ho notato che osservare un’opera più volte in un periodo esteso di tempo mi aiuta a comprendere meglio quello che funziona o meno in essa.

Ora provo a vivere con tutte le nuove opere che creo per almeno un mese o due prima di mostrarle. Anche il solo pensare a opere che vivono in queste diverse linee temporali, che ad esempio possono variare da pochi secondi su Instagram a 50 anni su un muro, ha esercitato un’influenza nella serie Internet Landscape, dove mi sforzo di disconnettermi dalla tempistica di Internet, sia nella creazione che nella presentazione dell’opera.

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Filippo Lorenzin: Leggendo le tue affermazioni riguardanti questo progetto, vi è una frase nello specifico che mi ha colpito: “Comprendendo e sperimentando la fisicità di Internet, si arriva a capire la rete non come una nuvola mistica, bensì come un sistema di fili e computer creati e controllati dall’uomo”. Esporre una infrastruttura significa mostrare le fondamenta culturali per cui è stata costruita, perciò mi piacerebbe sapere in quale misura sente Internet Landscapes come opera politica distruttiva.

Evan Roth: Più avanza questo progetto, e meno riguarda i cavi in fibra ottica. Vedo Internet Landscapes più come una serie riguardante un conflitto personale per trovare l’ottimismo e l’ispirazione all’interno di un ambiente che sembra irreversibilmente mutato. È una riflessione dei problemi culturali e politici che hanno accelerato questo cambiamento, ma non vedo il progetto come distruttivo dato che non pretendo di prescrivere una soluzione.

Filippo Lorenzin: L’evidente connessione in questo progetto tra il ritratto della Natura e il Romanticismo è uno degli aspetti che mi affascina maggiormente, specialmente il rapporto verso il Sublime. La Natura gioca un ruolo fondamentale nei dipinti dei pittori Romantici come nella tua serie, ma in modo differente. Nel primo caso è solo la Natura a provocare lo stupore e “lo stupore è quello stato d’animo in cui, in ogni moto sospeso, rimane un certo grado d’orrore. In tale stato la mente è così assorta nel suo oggetto, che non può pensarne un altro” (Edmund Burke, “Un’indagine filosofica sull’origine delle nostre idee del sublime e del bello”, 1756). Nel tuo caso questa emozione viene raggiunta osservando una costruzione umana profondamente interconnessa con l’ambiente, come se fosse parte della Natura stessa. Qual è la tua opinione?

Evan Roth: Penso davvero che la mia opera sia connessa con le idee storiche della pittura paesaggistica (riferendomi sia a quella del Romanticismo che a quella Giapponese), ma, in alcuni aspetti, per ragioni diametralmente opposte. Dove i Romantici venivano ispirati dallo stupore per la natura, il mio stupore risiedeva nella mia incapacità più totale nel “sospendere ogni moto” in questi ambienti. Attraverso il corso di questa serie, mi sono ritrovato più e più volte in alcuni tra gli scenari naturali più belli, drammatici e remoti.

Per le riprese era necessario che rimanessi fermo in quei luoghi per 10 – 20 minuti ogni volta, e quello che ho notato durante questi momenti di immobilità è che volevo controllare la mia posta in arrivo. Dopo 30 secondi volevo istintivamente mettere la mano in tasca per controllare cosa stesse accadendo sui miei indirizzi Email/Twitter/Instagram. Ricordo che una volta stavo girando delle riprese sulla cima di una scogliera in Svezia, osservavo lo specchio d’acqua e le balene che iniziavano a emergere per respirare. Era tutto così silenzioso che i suoni dei loro respiri erano straordinariamente rumorosi. Nonostante questo fosse uno dei più bei momenti a contatto con la natura, ero deluso di me stesso in quanto ero passato dall’essere testimone di questo spettacolo sublime al sentirmi leggermente annoiato, e in seguito mi domandai se dovessi pubblicarlo su Instagram, il tutto nel corso di due minuti.

Queste esperienze hanno cambiato le mie interazioni con Internet e con la natura, oltre che la mia comprensione di come questi due elementi possano essere connessi attraverso l’arte. Durante questi ultimi 10 anni abbiamo visto come l’influenza di Internet sui media possa rendere tutto più breve e più facilmente consumabile. Questa influenza ha avuto indubbiamente delle ripercussioni sull’arte, inclusa la mia con diversi gradi di consapevolezza. E una parte di ciò che mi interessa nella serie Internet Landscape è proprio la lotta per ottenere un maggiore controllo sui miei rapporti con il tempo e come esso sia collegato al consumo dei media, della natura e dei momenti in cui non socializzo (né in rete né di persona).

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Filippo Lorenzin: Esteticamente, le fotografie mi ricordano la calotipia di William Fox Talbot e di altri esperimenti fotografici risalenti al XIX secolo – che, non a caso, si ispiravano spesso a immagini del Romanticismo. Ho letto che per scattare le fotografie e realizzare le riprese hai utilizzato una fotocamera a infrarossi in riferimento all’architettura di Internet, appunto basata sulla luce laser a infrarossi. Osservando le foto sembra di vedere gli interi ambienti comunicare l’uno con l’altro attraverso mari e montagne. Cosa ne pensi?

Evan Roth: Mi piace questa connessione. Mentre il motivo principale per le riprese in infrarossi rimane il riferimento all’architettura di Internet, vi è anche l’utilizzo di una fotocamera da me modificata che io vedo come connessione al fai-da-te e alle pratiche di hacking che hanno ispirato molta della mia carriera artistica. L’antico motto degli hacker “conosci i tuoi strumenti” è al centro di ciò che mi ha spinto a visitare il mondo di Internet fin dall’inizio. Ancora meno visibile dei nascosti cavi in fibra ottica, ci sono le onde elettromagnetiche che trasportano i nostri dati attraverso cavi e aria. La demistificazione di Internet è un elemento ricorrente nel mio progetto e l’utilizzo di immagini in infrarossi mira proprio a visualizzare queste onde invisibili.

Filippo Lorenzin: Un’altra caratteristica importante di Internet Landscape è l’audio. È stato utilizzato un dispositivo di transcomunicazione strumentale realizzato proprio da te, che registra le onde radio fm emesse nell’ambiente circostante, rispecchiando l’armonico ritratto della Natura e i costrutti umani delle fotografie. Il suono è spesso inquietante, qualcosa che non proviene spontaneamente dalla natura ma che non è nemmeno di origine industriale. Puoi spiegare il valore che ha questa registrazione all’interno dell’opera?

Evan Roth: L’audio è registrato in loco in due canali: il primo costituito dai suoni dell’ambiente naturale (principalmente vento e acqua) e l’altro da un apparecchio progettato su misura che scansiona le frequenze radio in sincronia con il mio battito cardiaco. Mischiare queste due differenti tipologie di scenari uditivi può sembrare complicato ma, secondo me, l’atto della scansione implica una ricerca che credo suggerisca qualcosa di ottimistico.

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Filippo Lorenzin: In occasione della tua recente mostra personale a Stoccolma “Kites & Websites” (Belenius/Nordenhake, 31/3-24/4/2016) hai presentato il libro Internet Landscapes; al suo interno si trovano le fotografie da te scattate per il mondo e un testo critico di Domenico Quaranta. Il modo in cui le immagini sono disposte, i loro formati verticali e la sequenza dei motivi rossi, bianchi e neri richiama un silenzioso compimento estatico del progetto – qualcosa che forse si perde se installato o guardato sullo schermo di un laptop. Puoi parlarci di più di questa pubblicazione?

Evan Roth: Il libro è un’esperienza differente rispetto alla mostra. È una collezione di fotografie scattate durante i miei viaggi in varie infrastrutture di comunicazione in Svezia, Nuova Zelanda e Francia. Il suo fine è documentare il mio tragitto e spero che le foto operino collettivamente riuscendo a comunicare una ricerca attraverso quei paesaggi.

Filippo Lorenzin: Nel 2014 avete pubblicato con Link Editions un libro intitolato Since You Were Born, nel quale il lettore può trovare la cronologia di ogni sito web da te visitato sul tuo computer nei tre mesi successivi alla nascita di sua figlia. Sono molto affascinato dal modo in cui l’operazione risulti allo stesso tempo delicata e radicale; il cambiamento di abitudini di un padre sono registrate con precisione matematica e rappresentate nella sua crudezza, pur contenendo comunque una notevole carica emotiva. Puoi dirci quali sono gli aspetti condivisi tra questo progetto e Internet Landscapes? Io personalmente vedo parecchi punti in comune, specialmente riguardo un’indagine sentimentale delle dinamiche di Internet.

Evan Roth: Il mio rapporto con Domenico risale in realtà a molto prima di allora. Nel 2011 egli ha curato uno dei miei InternetCache Self Portraits (il primo della mia serie) all’interno di una mostra chiamata Collect the WWWorld: The Artist as Archivist in the Internet Age. La mostra fu veramente affascinante, con la partecipazione di un vasto gruppo di artisti (Cory Arcangel, Constant Dullaart, Jodi, Oliver Laric, Olia Lialina, Eva e Franco Mattes, Seth Price e molti altri). È inoltre anche una buona connessione con Since You Were Born, che è una delle mie opere preferite.

Penso che le due parti siano strettamente collegate poiché entrambe hanno per oggetto il racconto parallelo della crescita tra un individuo (me stesso) e Internet. Queste affrontano anche la questione “quanto sto cambiando rispetto a quanto sta cambiando il mondo?”. Così come la serie Landscapes è una reazione ai cambiamenti di Internet (e agli altri argomenti esaminati in precedenza), molto del lavoro tratta il sé nel suo mutamento, e gran parte avviene nell’istante in cui si diviene genitori, che per me è stato molto istruttivo. Tale esperienza mi ha fornito una comprensione migliore di ciò che è indiscutibilmente più significativo e importante, mentre nelle arti questi termini sono spesso fluidi e discutibili; influenzandomi anche molto nel mio lavoro e spingendomi a produrre opere che personalmente trovo più rilevanti.

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Filippo Lorenzin: Il profiling, il processo di registrazione e analisi dei tratti psicologici e comportamentali di un individuo, è stato oggetto di un altro tuo progetto dal titolo Internet Cache Self Portraits. Mentre Since You Were Born, date la struttura e le premesse, ricorda un diario, questa serie di opere somiglia più a un flusso non censurato di immagini, nel quale le immagini aziendali e la vita intima diventano un paesaggio unico. Muovendo da questo punto di vista, mi piacerebbe sapere se esiste un collegamento tra le due opere e il modo in cui al tempo percepiva Internet, e se è cambiato da allora.

Evan Roth: In un certo senso, tutti e tre i progetti (Internet Landscapes, Since You Were Born e Internet Cache Self Portraits) rappresentano un tentativo di ottenere una visione e comprensione concettuale migliore di ciò che è la rete, di come questa ci influenzi individualmente e di come essa sia al contempo società. E se da quando ho cominciato a lavorare sulle serie la mia percezione di internet è cambiata, ciò non vale per l’interesse e l’approccio nella realizzazione di queste opere.

Negli ultimi cinque anni molto del mio lavoro ha avuto, in qualche modo, a che fare con l’archiviazione, basti pensare a Since You Were Born e Internet Cache Self Portraits, ma anche a Dances for Mobile Phones(2015), Silhouettes(2014), A Tribute to Heather(2013), Multi-Touch Paintings(2012), Forgetting Spring(2013), e tanti altri. L’impeto a voler archiviare tali momenti è guidato dalla sensazione che stiamo vivendo in un periodo in rapido cambiamento. In questo senso, la mia speranza è che nel tempo le opere diventeranno effettivamente più interessanti grazie all’evoluzione di vari fattori (come ad esempio me stesso, la società, la tecnologia, ecc.)

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Filippo Lorenzin: In molte altre tue opere recenti si rinviene la necessità di riflettere sulla relazione profonda tra gli individui e l’ambiente elettronico circostante, costituito di dispositivi, cloud e schermi. Angry Birds All Levels(2012) ne è un esempio; tracce dell’interazione tra due entità reattive (l’individuo e lo schermo) ricordano, ovviamente, alcune ricerche degli action painter o dell’arte Giapponese calligrafica. Ciò che mi colpisce di più è il fatto che questi siano gli esatti movimenti da compiere affinché si possa concludere il gioco; c’è un certo grado di macchinazione nel mostrare come riuscirci. Qual è la tua opinione al riguardo?

Evan Roth: Si, credo che quell’opera (proprio come Dances for Mobile Phones e la serie Multi-Touch) abbia a che fare con i nuovi gesti umani prescritti. Se si rimuove il telefono da tali interazioni, i movimenti che ne risultano, che sono ormai di routine (scorri per sbloccare, seleziona per ingrandire, scorri in avanti, ecc.), divengono una vera novità rispetto alla più lunga evoluzione dell’uomo. Si differenziano dalla pittura e dalla calligrafia, nel senso che tali gesti rappresentano il nostro conformarci a uno strumento, e non uno strumento che funge da dispositivo di liberazione per la libertà espressione.

Filippo Lorenzin: Dances for Mobile Phone è una serie di video incentrata su alcune delle questioni presenti in Angry Birds All Levels e in altre opere menzionate in precedenza; in questo certo senso, mi sembra che hai cambiato la portata della tua indagine – da un uso privato e in qualche modo guidato dei dispositivi elettronici, a una ricerca più ampia e tesa verso una genuinità del sistema. Cosa ne pensi?

Evan Roth: Penso che le due opere si differenzino nella loro relazione con il tempo. Giusto qualche informazione in più: da allora Angry Birds All Levels si è evoluto in un’altra opera dal titolo Level Cleared(2012). La differenza sta nel fatto che la versione originale (Angry Birds All Levels) era composta da tutte le schermate di vittoria del gioco Angry Birds (con l’omissione delle schermate di sconfitta) ed era incentrata sui gesti ripetitivi richiesti all’utente dal gioco stesso. Angry Birds All Levels non fu per me un successo pieno, perché mi interessava anche indagare la nozione di “computazione casuale” in quegli attimi di tempo che si perdono nei piccoli progressi fatti col cellulare.

In Level Cleared, ho registrato individualmente i movimenti su ciascuna schermata (sia di vittoria che di sconfitta) che ho dovuto compiere per completare il gioco. Il numero di pezzi nell’istallazione è passato quindi da 300 a 1500. Oltre a prendere visione della ripetitività dei gesti che comporta questo tipo di giochi, ho incentrato anche la mia attenzione sulla mole di sforzi e tempo che potenzialmente trascorriamo su tali applicazioni, facendomi molto pensare. Dunque, ai miei occhi Level Cleared ha più a che fare con il tempo che con la gestualità, che è invece al centro della serie Dances for Mobile Phones.

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Filippo Lorenzin: Come si inserisce Internet Landscapes nella tua recente ricerca artistica? Stai già pensando a qualche sviluppo futuro?

Evan Roth: Ho intenzione di procedere in questo percorso di ricerca per almeno altri due anni (e potenzialmente anche di più). Personalmente, questa serie non solo mi ha aiutato a riconnettermi con la natura e la solitudine, ma ha fatto rinascere in me l’amore per la net.art. Agli inizi di quest’anno ho ottenuto una sovvenzione dal Creative Capital, che mi permetterà nei prossimi due anni di documentare località di atterraggio in Africa, Sud America e Asia.


http://www.evan-roth.com/