Il 10 Novembre 2017 è stata inaugurata al Riot Studio, a Napoli, una mostra preziosa e illuminante che prospetta una dimensione del design italiano inconsueta, legata ad una cultura mediterranea in cui arte, design, poesia e artigianato dialogano intensamente fino a fondersi e a confondersi in 10 progetti e visioni che presentano caratteri e frammenti identitari della città di Napoli.

La mostra è stata curata da Francesco Dell’Aglio, Enza Migliore e Chiara Scarpitti in collaborazione con Riot Studio. I lavori di Ivo Caruso, Diego Cibelli, Chiara Corvino, Francesco Dell’Aglio, Daniele della Porta, Enza Migliore, Francesco Pace, Giulia Scalera, Salvatore Scandurra e Chiara Scarpitti affondano le loro radici nel territorio napoletano ma non si propongono come progetti locali, piuttosto come interpretazioni aperte, rivolte all’esterno e al dubbio, dunque dialogiche.

Gli autori vivono tutti a Napoli o tra Napoli e altre città, e sono accomunati da un approccio transdisciplinare al progetto, in cui confluiscono diversi aspetti della cultura del progetto, e da una una costante tensione, a volte persino conflittuale, tra arte e design. Ogni autore è stato invitato a proporre un modello di dialogo, inteso come sistema composto da domande impossibili e non-risposte.

Attraverso la chiave interpretativa del dialogo, inteso come strumento speculativo e comunicativo, ogni progetto propone un diverso modo di sentire nel profondo una città complessa e contraddittoria come Napoli. I modelli dialogici sono diventati così dei “manifesti”, espressioni di pensieri coagulati ma anche di intuizioni eteree, scritti a mano dagli autori attraverso delle serigrafie.

Le opere esposte come “concretizzazione” dei manifesti dialogici si propongono come contenitori epistemologici, dispositivi in forma di vasi, cassetti, scatole, sculture che traducono pensieri altrimenti astratti. Nel catalogo della mostra si legge, infatti: «Le forme cave, nel loro essere vuote, sono riempite di un senso, come di un liquido dialogico, che è il messaggio, l’idea che il designer/artista vuole offrire al pubblico».

Attraverso hyle si intravede il ricco bacino della creatività contemporanea partenopea in cui confluiscono fermenti, ricerche e tensioni di forme espressive dense e composite, tese tra l’antico passato e il futuro della città, intrise di pathos e mistero. hyle parte da Napoli ma si propone come esposizione itinerante rivolta soprattutto alla dimensione internazionale alla quale intende mostrare un frammento di un più ampio paesaggio.

Anche la struttura del catalogo edito da “Il Laboratorio” è inconsueta: una scatola nera che contiene oltre al catalogo stesso i preziosi manifesti serigrafici in bianco e nero. L’introduzione si propone come un dialogo tra i curatori attraverso il quale si intrecciano i fili concettuali con cui è stato intessuto il processo di generazione dell’esposizione.

Sull’identità creativa della città, Chiara Scarpitti scrive che Napoli è «una città estremamente contemporanea dal punto di vista artistico: terreno fertile per la produzione di un pensiero autentico svincolato da modelli precostituiti e vigenti. L’essere distanti dalle possibilità luccicanti che la grande industria è in grado di offrire oggi ai designer, se da un lato, infatti, nega ai creativi del luogo un perfetto inserimento in un tessuto produttivo stabile, dall’altro li svincola da un obbligo di mercificazione fine a sé stessa e li rende liberi. Ma è una libertà di sperimentazione molto vicina a una ricerca personale, che spesso rispecchia quella che è la percezione complessa del luogo, nei suoi contrasti amari e insanabili, e nella sua originaria inclinazione, propriamente filosofica».

Spiegando l’origine del nome della mostra, la stessa Scarpitti ne esplicita ulteriormente gli intenti: «hyle, in greco, significa letteralmente legname, materiale per costruzione, materia non ancora formata e in senso filosofico indica la sostanza, il principio fisico e mentale di cui sono fatte le cose. Cose a loro volta intese come contenitori di un significato; nella visione flusseriana, “vasi”, forme pure e vuote poiché strumenti epistemologici che riguardano la teoria della conoscenza (Flusser V., 2003)».

Per Francesco dell’Aglio Napoli è «una città in cui paganesimo, metafisica, cosmologia, superstizione, coesistono in un compatto blocco di energie stratificate nel tempo e ricoperte da una patina di storia, cenere e acqua salmastra che cela e al contempo le protegge con un guscio ruvido e poroso ma non avulso dall’attacco superficiale esterno».

Enza Migliore invece, propone una lettura dell’esperienza compiuta attraverso una metafora biologica «hyle è un embrione formatosi nel ventre di Napoli a partire da una scelta d’amore (di noi autori, designer, artisti) e cresce nutrendosi delle nostre energie creative, produttive, intellettuali. L’amore è per Napoli, per la nostra terra. Ma questo amore è talvolta univoco, ostico, difficile da coltivare. Ecco perché hyle».

Difficile descrivere i progetti singolarmente, perché costituiscono una sostanza continua seppur disomogenea, il risultato di una volontà collettiva esplicitata attraverso diverse forme espressive e materiche. I manifesti sono una componente fondamentale per comprendere i progetti e gli artefatti.

Nel progetto Digestorium di Francesco Dell’Aglio, concretizzato in contenitori in vetro soffiato, viene evocata la matrice alchemica in cui la città di Napoli è immersa attraverso una analogia tra processo alchemico e processo creativo. Doppio fondo, di Francesco Pace, fa riferimento alla camera magmatica del Vesuvio, di cui la scienza contemporanea ancora non conosce nel dettaglio la morfologia e le dimensioni. Pace propone una delle morfologie possibili come se si trattasse di un modello in scala in terracotta e colombino, che diviene un calorifero-umidificatore ispirato alla figura mitologica di Tifeo, mostro sconfitto da Zeus che risiedeva nel sottosuolo di Napoli.

Nell’installazione Giardino di Chiara Corvino realizzata in porcellana, marmo e fiori secchi si mescolano antichi mestieri, emblemi materici e paesaggi interiori. Nel progetto Lacrima, di Chiara Scarpitti, viene mostrato un processo in cui tre lacrime, come contenitori simbolici di espressione, sono state raccolte in un contenitore sterile e inviate ad Amsterdam al fotografo scienziato Maurice Mikkers (Imaginarium of Tears) che le ha fotografate. Le immagini ottenute sono state poi elaborate, impresse su seta mediante stampa digitale e inglobate in gioielli realizzati con argento rodiato nero, acciaio nero tagliato chimicamente e plexiglass.

Marsia, di Enza Migliore, è una sperimentazione materica realizzata presso l’istituto IPCB del CNR di Portici con il supporto della ricercatrice Letizia Verdolotti, esperta in chimica e materiali innovativi. Attraverso un protocollo sperimentale è stato realizzato un poliuretano espanso ibrido in cui convivono parti rigide e flessibili.

Il processo compiuto per pervenire al risultato finale testimonia una relazione complessa tra design e materia che ingloba la concezione del materiale ma anche la sua manipolazione che in alcuni momenti diventa quasi un combattimento con la materia e con i suoi caratteri. «Ogni spessore diverso di lama fende la materia in modo singolare, come uno sguardo che cambia alla ricerca dell’anima e della bellezza. Il volume si fa superficie e ne ammiro l’essenza».

Nell’istallazione Occhi, di Giulia Scalera, meravigliosi occhi liquidi di emozioni iperdettagliati si porgono all’osservatore svelando il modo più diretto e intimo di comunicare dei napoletani. «Occhi come contenitori emozionali, reagiscono a stimoli audiovisivi composti secondo modalità stocastiche come un intreccio di elementi che evocano contrasti».

Pangea limbica, di Salvatore Scandurra, descrive 19 mondi compenetrati e 6 continenti mentali fatti di percorsi, memorie, percezioni, impressi in materie diverse come legno di pioppo, pistolegno, carta di riso e foglia d’oro, compattate in un blocco quadrato, sintesi di un «paesaggio pensato per le generazioni future e arcaiche; per il mito prima dell’inizio del mito».

Rotazioni, di Daniele della Porta, è un’anfora in ceramica che racconta «la storia attraverso la citazione di forme antiche ma che esprimesse attraverso i movimenti, l’instabilità dell’attuale». Scatolanera, di Ivo Caruso, è un contenitore di memorie affettive, come immagini, messaggi, suoni ed esperienze selezionate da una persona e racchiuse in una memory card incapsulata in una time capsule fatta di pietra, consultabile dalle generazioni future quando quella persona non ci sarà più. La pietra conferisce gravità e corpo ad un contenuto labile che così diventa durevole, quasi immortale.

In ∞ = 0, di Diego Cibelli, i concetti di assenza ed infinito si intrecciano e dialogano, concretizzando tale relazione attraverso un blocco di terra viva essiccato seppellendolo in un terreno fangoso. La superficie del blocco appare non coerente, conformata dalla terra che l’ha accolta durante l’essiccazione e disegnata da deposizioni di sali minerali che conferiscono alla terracotta cromie variegate. 


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