Nell’articolo precedente abbiamo analizzato, attraverso i dati, il rapporto uomo-macchina dalla prospettiva dell’utente. Analizzando i progetti di Kim Albrecht, invece possiamo esplorare ulteriori prospettive: possiamo renderci conto del fatto che i dati siano il risultato di come le macchine guardano il mondo e di quanto sia diverso il loro modo di vedere e sentire rispetto al nostro; possiamo comprendere i diversi modi con cui i dati possono essere generati e la loro relazione con il mondo reale.

Questi infatti posso essere ottenuti dalla misurazione di parametrizzazioni del mondo, ma possono anche essere il frutto di speculazioni teoriche su come potrebbe essere costruito il mondo in contesti reali, ma che non abbiamo l’opportunità di conoscere come individui, come verrà spiegato attraverso il progetto Cosmic Web.

Altre volte le visualizzazioni consentono di rivelare nuove interpretazioni di fenomeni noti, come nel caso di Science Paths project. Kim Albrecht è un abilissimo  visual researcher e information designer, che lavora presso il MetaLab(@)Harvard,[1] focalizzando la sua attività nel dare vita a bellissime e pregnanti visualizzazioni per rivelare le relazioni nascoste tra i dati.

Maddalena Mometti: Qual è il tuo rapporto personale con i dati?

Kim Albrecht: Sono affascinato da loro. L’uomo utilizza i dati da centinaia di anni nella ricerca scientifica, ma ciò che è diverso ora è il fatto che attraverso l’intera digitalizzazione e la diffusione delle interfacce stiamo generando una quantità enorme di dati. Non sono più creati manualmente ma automaticamente e in tempo reale. Oggi rappresentano una sorta di scarto delle nostre vite, delle attività che facciamo collegati in Internet o interagendo con gli schermi digitali. I dati sono una realtà completamente nuova, rispetto al mondo che conosciamo. E le persone stanno diventando consapevoli della loro presenza.

Secondo me è una situazione simile a quella che si è verificata al tempo di Colombo. Egli non conosceva l’America: ha iniziato il suo viaggio e ha incidentalmente scoperto questo nuovo continente. Attraverso questo tipo di visual research sto cercando di fare la stessa cosa, sto cercando di far emergere cose nuove che nessuno vede finora. La differenza è che Colombo ha scoperto un paese reale, una cosa fisica, invece i dati sono generati dalle persone, un prodotto umano. Quindi questa scoperta è totalmente culturale, un mondo culturale. Ed è super affascinante per la ricerca.

Maddalena Mometti: Quale tipo di dati usi di più?

Kim Albrecht: Lavoro con scienziati, come ricercatori del Center for Complex Network research[2] di Boston; loro fanno un sacco di data mining[3] e ricerche di rete. I dati a cui sono più interessato sono i dati che riguardano gruppi di persone o società: dati ad un livello di scala sociale. Ma ho anche lavorato con modelli matematici astratti, dati medici, dati sulla cosmologia … Come ricercatore visivo sono riuscito a osservare tutti questi diversi livelli e settori disciplinari attraverso il linguaggio della grafica.

Recentemente ho utilizzato il computer affinché guardasse se stesso, piuttosto che le persone, attraverso il mio nuovo progetto chiamato AI Senses. Per realizzarlo ho collaborato con il mio nuovo gruppo di ricerca metaLAB(at)Harvard, un laboratorio di knowledge-design presso l’università di Harvard, formato da un team multidisciplinare (filosofi, artisti digitali e ricercatori visivi, …) con cui stiamo sperimentando riguardo alla networked art e alle scienze umane del Ventunesimo secolo. Oggi la cultura è così interconnessa con la tecnologia che stiamo usando. Per il progetto AI Senses sto raccogliendo dati dai sensori giornalieri dei nostri telefoni, tablet e computer, per capire come le macchine guardano al nostro mondo.

Maddalena Mometti: Raccontaci un po’ di più del progetto AI senses.[4]

 Kim Albrecht: La mia idea principale era quella di creare immagini di diversi input sensoriali della macchina. Questi grafici funzionano come un database visivo del flusso di dati generato dal computer. Per fare ciò, sto rappresentando ogni misurazione restituita piuttosto che rappresentarne il numero. Questi grafici potrebbero non essere interamente leggibili per gli umani, ma forniscono un’idea di come la macchina descrive la realtà e in che modo si differenzia dal nostro modo di fare esperienza del mondo. I grafici non hanno bisogno di essere interamente leggibile per gli umani, poiché sono disegnati per rappresentare la macchina piuttosto che la vista umana. Sono rappresentazioni visive di come i nostri computer giorno per giorno vivono il mondo.

Ciò che mi ha affascinato è stata l’impressione di precisione che danno questi sensori. Ad esempio, il sensore di posizione restituisce spesso latitudine e longitudine alla precisione di pochi millimetri. Se richiedi nuovamente la stessa posizione, ottieni una posizione leggermente diversa. La macchina di per sè suggerisce il concetto di perfezione, ma in questo esperimento succede qualcosa di diverso. Allo stesso tempo, più ti avvicini alla macchina, più ti rendi conto di quanto sia umana. Tutti i sensori sono creati, realizzati da esseri umani. L’intera costruzione del computer è umana e più ci si avvicina e più diventa visibile.

 Maddalena Mometti: Nel tuo sito ci racconti cosa si intende per Cosmic Web: “Il concetto di  Cosmic Web – ovvero la visione dell’universo come un insieme di galassie discrete tenute insieme dalla gravità – è profondamente radicato nella cosmologia. Tuttavia, si conosce poco dell’architettura di questa rete o delle sue caratteristiche. La nostra ricerca ha utilizzato dati da 4.000 galassie per costruire modelli multipli del web cosmico, offrendo progetti complessi per il modo in cui le galassie si adattano. Queste tre visualizzazioni interattive ci aiutano a immaginare la rete cosmica, a mostrarci le differenze tra i modelli e a darci un’idea della struttura fondamentale dell’universo.”[5] Puoi raccontarci il tuo progetto sul Cosmic Web?

Kim Albrecht: Durante il periodo che ho trascorso presso il Center for Complex Network Science, abbiamo collaborato con un team del MIT che ha creato una simulazione delle strutture più estese dell’universo. Molte persone parlano del Cosmic Web, ma piuttosto come una metafora. Il nostro team ha preso i dati del MIT e ha calcolato diversi modelli di rete e confrontato questi modelli con i dati osservativi. Io ho visualizzato questi diversi modelli, creando un’interfaccia visiva tra scienziati e dati.

Le simulazioni consistevano in 24.000 galassie che ho rappresentato come punti e oltre 100.000 connessioni tra le galassie in ciascun modello. Mentre la visualizzazione era in qualche modo uno strumento per gli scienziati, abbiamo pubblicato l’interfaccia online. Questo fatto ha creato un sacco di attenzione attorno all’argomento. È affascinante come le visualizzazioni possano trasformare gli studi scientifici in qualcosa di ipnotico che va ben oltre il contesto scientifico.

Maddalena Mometti: Usi delle strategie per raccogliere in qualche modo le reazioni delle persone riguardo alle tue visualizzazioni?

Kim Albrecht: Si, qualche volta. Ma non in modo scientifico. Sono meno interessato ai dati quantitativi rispetto a quanto tempo qualcuno è rimasto sulla pagina, o come hanno esplorato la pagina, piuttosto che invece agli aspetti qualitativi di ciò che le persone pensano quando vedono un simile progetto. Per quanto riguarda il progettoCosmic Web, è successo qualcosa di molto interessante. Una volta che abbiamo pubblicato il progetto, la prima settimana è stata pazzesca, abbiamo rilasciato interviste ogni giorno. C‘è stato molto dibattito sull’argomento. In seguito le visite al sito web sono diminuite e nessuno si preoccupava più del progetto. Immagino che questo sia il ciclo di vita di Internet.

Tre settimane più tardi il numero di visite è aumentato nuovamente e sono diventato curioso di sapere cosa stava succedendo qui. Ho verificato i dati del traffico e ho scoperto che gli utenti provenivano da molti siti e blog di notizie di reglione cattolica, che parlavano del progetto con titoli come “l’universo mostrato dal punto di vista di Dio”. Quindi in qualche modo questa visualizzazione scientifica è diventata un artefatto religioso per queste persone, il che è terrificante ma anche molto interessante per me. In qualche modo questi grafici riflettono ciò che lo spettatore vuole che riflettano. Le visualizzazioni non sono rappresentazioni oggettive ma negoziazioni tra i ricercatori, i dati raccolti, la mia interpretazione visiva e il punto di vista dello spettatore con tutto il loro background, pensieri, idee e credenze. Il diverso background delle persone provoca ciò che vedono nelle visualizzazioni e il tipo di conoscenza che ottengono da queste.

Maddalena Mometti: Parliamo del progetto Mira.li, [6] che utilizza i tuoi dati personali. Qual è stato lo scopo che ti ha spinto a creare questo progetto? Pensi che abbiamo bisogno di più regole per preservare la nostra privacy?

Kim Albrecht: Questo è uno dei miei primi progetti di visualizzazione. Una riflessione sull’Era dell‘Informazione e su ciò che significa per noi la sensazione di essere monitorati in ogni momento. Ho realizzato questo progetto prima che lo scandalo Snowden, NSA diventasse pubblico e anche allora le prove della sorveglianza di massa sono state travolgenti. La visualizzazione mostra quante informazioni su di noi possono essere raccolte, anche se non ce ne rendiamo conto. Tutti questi dati, di cui non siamo a conoscenza, sono accessibili per Google, Facebook e molte aziende e istituzioni.

In Europa, puoi richiedere i dati raccolti da un’azienda. Questo è un passo enorme ma anche difficile nella maggior parte dei casi. Molto poco è stato fatto per educare le persone a gestire i loro percorsi di dati nel modo giusto e renderli consapevoli della grandezza di questo fenomeno. Le visualizzazioni possono aiutare a farlo. E sto lavorando a nuovi progetti per creare più consapevolezza attorno all’argomento. Oggi non siamo i clienti di questi giganti della tecnologia; noi siamo i produttori di dati per loro. I clienti sono le aziende che acquistano i dati. Noi come utenti di queste pagine e servizi siamo i produttori dei beni che vendono, i dati. È un lavoro non retribuito che inseriamo in queste pagine con ogni ricerca, ogni simile e commento. La consapevolezza di questo processo sarà il primo passo e penso che la visualizzazione possa svolgere un ruolo enorme in questa direzione.

 Maddalena Mometti: Qual era invece l’obiettivo per cui hai creato il progetto Atlas of powerlaws?[7]

Kim Albrecht: Pensa all’altezza degli esseri umani. Immagina ora di metterli uno accanto all’altro: noteresti che le differenze di statura sono piccole. Un uomo medio è alto 1,7 metri; le donne sono leggermente più piccole intorno a 1,6 m. Ora, la maggior parte delle persone ha dimensioni maggiori o minori di 20-30 centimetri. Nel mondo la maggior parte delle persone ha una altezza simile ed esistono solo pochi giganti. Un sacco di reti di relazioni umane sono strutturate in questo modo.

Ad esempio, ci sono pochissime persone che sono tremendamente famose, come Madonna, Barack Obama o Micheal Jackson, ecc. La maggior parte delle persone sono conosciute da un ristretto gruppo di persone, e poi ce ne sono alcune che sono conosciute da quasi tutti in Internet. Questa è chiamata distribuzione powerlaw, e questo è vero per molti sistemi di rete. Nel progetto Atlas of powerlaws, ho raccolto 140 sistemi con una distribuzione powerlaw nel constesto sociale, tecnologico e naturale.

Maddalena Mometti: Parliamo del progetto Science Paths.[8]

 Kim Albrecht: Le scienze sociali sostengono l’idea che le maggiori possibilità di successo si verifichino per un individuo quando è giovane. La ricerca sviluppata per il progetto Science Paths crea un’opinione diversa su questo tema, attraverso una diversa comprensione del tempo. Le scienze sociali finora hanno guardato il tempo in modo lineare, mettendo tutti i testi scritti da un autore lungo su una linea temporale lineare.  Se lo fai in molte aree, i giovani tra i venti e i trent’anni hanno molto spesso più successo delle persone più vecchie. Nel nostro progetto il tempo non viene guardato in modo lineare, ma piuttosto ogni pubblicazione è accatastata una dopo l’altra. Da una prospettiva lineare a una prospettiva sequenziale.

Attraverso questo cambiamento del punto di vista, o di come concettualizzare il tempo, l’intuizione di quando qualcuno ha successo cambia. Il successo nell’ottica della ricerca può avvenire in qualsiasi momento della tua carriera. Le persone hanno successo quando sono giovane perché tendono a fare più cose, quindi le probabilità sono più numerose. Tuttavia, questo progetto evidenzia che il successo è distribuito casualmente nel corso delle carriere personali. Per me è molto affascinante come un simile cambiamento nell’osservazione possa modificare i risultati di una scoperta.


http://kimalbrecht.com/

Note:

[1] – Website of the Meta Lab(@)Harvard: https://metalabharvard.github.io, last accessed on 4 December 2017

[2] – Sito web del Center for Complex Network research: https://www.barabasilab.com, data di ultimo accesso 4 dicembre 2017

[3] – Data mining significa estrarre informazioni significative e conoscenze attraverso sistemi di analisi, automatizzata o meno, di grandi quantità di dati.

[4] – Pagina dedicata al progetto AI Senses: https://kimalbrecht.github.io/ai-senses/ , data di ultimo accesso 4 dicembre 2017

[5] – Pagina dedicata al progetto Cosmic Web: http://kimalbrecht.com/project/cosmic-web/,  data di ultimo accesso 4 dicembre 2017

[6] – Pagina dedicata al progetto Mira.li: http://kimalbrecht.com/project/mirali/, data di ultimo accesso 4 dicembre 2017

[7] – Pagina dedicata al progetto Atlas of Powerlaws: http://kimalbrecht.com/project/atlas-of-powerlaws/,  data di ultimo accesso 4 dicembre 201

[8] – Pagina dedicata al progetto Science Paths: http://kimalbrecht.com/project/science-paths/, data di ultimo accesso 4 dicembre 2017

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