Ho incontrato Bruce Sterling dopo aver scoperto che stava raggiungendo i Paesi Bassi per uno speech all’Impakt Festival di Utrecht, gli ho mandato un messaggio privato su Twitter. Ha risposto nel giro di poche ore e un paio di giorni più tardi mi trovavo su un treno una mia macchina fotografica e una bottiglia di buon Barolo (per lui).

Sterling è uno scrittore di fantascienza –conosciuto soprattutto per la sua antologia cyberpunk Mirrorshades– ma anche giornalista per Wired US, esperto in design e tecnologia. Ma la ragione principale per la quale ero lì era che volevo parlare con lui di Internet of Things (o Internet delle Cose). Nel 2005 infatti, quando era “Visionary-In-Residence” all’Art Center College of Design di Pasadena, scrisse il libro Shaping Things.

Ai tempi della pubblicazione, in pochi sapevano cosa fosse l’IoC, al punto che lo stesso Sterling introdusse un neologismo, la parola “Spime”, per descrivere oggetti con determinate caratteristiche. In soldoni, parlava di oggetti progettati per essere rintracciabili attraverso il tempo e lo spazio, raccolti in un database dove si poteva cercarli. Un decennio più tardi, con l’avvento di quello che chiamiamo Internet delle Cose, con “spime” possiamo definire oggetti che stanno entrando a far parte della nostra vita quotidiana.

sterling2

Google, Cisco e persino giornalisti indipendenti sono d’accordo sul ruolo della fantascienza nell’ispirare l’innovazione tecnologica. Quindi ho pensato, che c’è di meglio che parlare con un visionario del futuro dell’IoC?

Roberto Pizzato: Romanziere, professore e teorico dei Nuovi Media. Pensi che questa descrizione ti si addica?

Bruce Sterling: Non sono stato professore per molto, ma spendo abbastanza tempo nelle scuole di design. Teorico dei nuovi media sta diventando molto rapidamente un concetto datato. Sai, i “Nuovi Media” semplicemente invecchiano. Oggigiorno forse va ancora bene, ma sta diventando una cosa decisamente old-fashioned.

Roberto Pizzato: Credi quindi che “Nuovi Media” sia una definizione che non dovremmo più utilizzare, in qualche modo superata?

Bruce Sterling: Beh sì, è come “Art Nouveau”, cosa c’è di nuovo? I nuovi media sono più vecchi che nuovi. Niente rimane nuovo per sempre. Vengono chiamati così perché non c’è altro modo di farlo; Digital Media, Social Media, Electronic Media, Meta-media, Ipermedia… C’è una lista di nomi molto lunga. Ma diffido sempre delle cose che vengono chiamate nuove. Penso anche che ‘super’ e ‘iper’ siano termini piuttosto brutti. Si tratta di una terminologia inadeguata che finisce per creare problemi.

Roberto Pizzato: Da dove nasce l’idea per il libro Shaping Things?

Bruce Sterling: Mi è stato offerto di andare all’Art Centre and College of Design in California per un anno. Ero un visionary in residence, questa era la mia qualifica. Una parte del mio lavoro consisteva nello scrivere un libro […] per MIT Press. Sono un romanziere e non avevo mai scritto un libro accademico, né ero mai stato visionary in residence in una scuola di design. […]

Peter Lunenfeld era il mio editor e sono stato lì per tre semestri, e abbiamo lavorato al testo insieme e ci siamo divertiti. Volevo scrivere un libro su ubiquitous computing e l’Internet delle Cose, perché pensavo che fossero degli argomenti affascinanti che sarebbero pian piano diventati più importanti. E risultò essere così.

sterling6

Roberto Pizzato: Che definizione daresti ai concetti di “Internet delle Cose” e “Spime” a qualcuno che non sa nulla a riguardo, per esempio mia nonna?

Bruce Sterling: “Spime” è design theory, è una mia speculazione sul design. Quando scrivo di design, quando insegno, quello che faccio sono congetture sul design. Scrivo di prodotti e servizi che non ancora esistono, e su come pensarci con un certo rigore. In questo caso stavo parlando di Internet delle Cose e mi ha colpito il fatto che, nonostante la gente pensi spesso a Internet e al “Mondo delle Cose”, non consideri quasi mai il tutto dal punto di vista di Internet. Il design industriale è particolarmente incline a queste cose: dà forma alle cose, determinate qualità, linee, colori, volumi e quantaltro.

Quindi ho pensato a come sarebbe un oggetto se fosse stata originaria dell’Internet delle Cose, non se fosse stata messa su Internet, ma come se fosse in un certo senso nata lì. Così ho scritto un elenco di caratteristiche che questo oggetto avrebbe avuto. L’ho definito “Spime” perché sono appassionato di neologismi. E curiosamente questa parola è saltata fuori dopo una discussione con un amico progettista in Colorado. Stavo discutendo di questo tipo di oggetti, su come seguirli [durante la sua “vita”, ndr], si come produrli e farli rientrare in qualche modo in un “flusso” di oggetti e servizi. Chiamiamoli “Spime”. Sembravano tutti entusiasti. Sarà pure un neologismo, nemmeno tanto raffinato, ma almeno possiamo ricavarne qualcosa […].

L’idea di poter tracciare gli oggetti attraverso lo spazio e il tempo non penso che ciò sia davvero così cruciale rispetto a cosa sia Spime. L’idea che sta alla base di Spime è che i beni diventino in un certo modo parte di un database molto esteso, che non importa se esista o meno a livello materiale. La maggior parte degli spime può apparire per poi scomparire, ma ci sarebbe comunque una sorta di traccia che persisterà in questo database per molto tempo. Come se avessimo un pezzo di gomma da masticare o una bibita in lattina, e potessimo tracciarli attraverso lo spazio e il tempo, diciamo per sei settimane; che [questi oggetti, ndr] avessero una sorta di identità unica, che ha lasciato una specie di traccia in un enorme database di beni post-industriali.

sterling1

Roberto Pizzato: Hai cambiato idea da allora? Parliamo di concetti già vecchi? Dove sta andando l’Internet delle Cose?

Bruce Sterling: [Shaping Things, ndr] è un lavoro speculativo. Al tempo c’era veramente ben poco che poteva essere definito Internet delle Cose. E dopo dieci anni è diventato una grande sfida a livello industriale, oltre che una parola che va di mora, ma non deve necessariamente avere a che fare con le mie idee. Nel mondo del design, alcune persone ancora si riferiscono agli spime e vorrebbero vedere alcune di queste qualità applicate ad oggetti reali, ma ciò non vuol dire che questo stia accadendo. L’Internet delle Cose attuale ha poco a che fare con quello che sarà Internet tra 10 anni. Nonostante le mie idee a riguardo siano diverse da quelle di 10 anni fa, non sono le stesse che ci saranno nei prossimi 10 anni.

È semplicemente una collisione tra la visione e la realtà, come se per esempio si stesse parlando dell’idea di trasmettere qualcosa in TV e poi qualcuno portasse un vero televisore. È come fare una proposta di matrimonio e vivere effettivamente in una casa con quella persona. […] Si può preparare qualcuno per questa situazione, ma non se ne può descrivere davvero la realtà. […] Penso che sia tipico di molto lavoro speculativo di questo tipo, la situazione attuale è molto diversa da quello che c’era quando l’avevo descritta. Non è stabile, questo è quello che sto cercando di dire. Non sarà possibile definirla precisamente a parole e il fatto che sia diversa da ciò che ho detto è interessante ma non è una differenza permanente. Le idee che abbiamo a riguardo sono instabili perché Internet è instabile, i prodotti e i servizi sono instabili. Penso che il mio ragionamento, secondo il quale beni e servizi contano meno della loro storia, stia in qualche modo esaurendosi.

sterling5

Nel mio libro ho esposto questo ragionamento alquanto appassionato secondo il quale l’applicazione vincente dell’Internet delle Cose è la sostenibilità. Ma, non è ciò che piace agli attuali protagonisti della rete, che preferiscono potere e controllo […].

Si tratta di un’esperienza concreta delle cose, ma non permanente. Ho scritto un nuovo librettino al riguardo, si chiama Epic struggle of the Internet of Things (L’epica battaglia dell’Internet delle Cose). Adesso la battaglia è epica, niente affatto ovvia. Se sei un’industria del settore lo vedi: centinaia di miliardi di dollari investiti nelle situazioni più disparate. Ma non si tratta di Larry e Sergey di Google [Larry Page e Sergey Brin, fondatori di Google, ndr], che si svegliano al mattino pensando “devo fare quello che ha detto Bruce Sterling nel suo “libro sugli spime’”. Sarebbe come dire che qualcuno del 19esimo secolo si alzasse e volesse fare quello che John Ruskin aveva definito come una buona idea. […]

Google ha deciso di comprare Nest, un’ottima idea, provando così a lanciarsi per la prima volta nel settore dei servizi energetici. […] Adesso hanno un consorzio chiamato Work with Nest consortia (il consorzio Lavora con Nest), fatto di persone che hanno accettato di collaborare utilizzando i metodi di Google, e così via. Secondo le mie previsioni sarà Google a iniziare, anzi lo ha già fatto. Il punto è che hanno cominciato con un termostato, in modo tale da abbassare i costi delle bollette della gente, che è anche dotato di un allarme anti incendio integrato; ora si stanno anche muovendo verso la sicurezza domestica.

Nest has acquired Revolv […] grazie al quale il sistema è in grado di interagire con molte altre piattaforme o protocolli. Revolv si comporta come una specie di hub multiprotocollo. Quindi Google sta entrando costantemente non nelle case, ma nel settore di riferimento [Internet of Things, ndr]. Prima ci sono i dati, […] poi viene l’energia, poi la sicurezza domestica. E adesso c’è quest’altra cosa che si può fare grazie a Revolv, ossia avviare elettrodomestici, controllare porte, finestre, possibilmente far qualcosa con l’energia solare, questo genere di cose. […] E vogliono sfruttare il più possibile la piattaforma Android. Erano interessati alla robotica. Hanno detto che si immaginavano oggetti mobili, tipo la Google Car, o forse un aspirapolvere Google, insomma un modo mobile di utilizzare i servizi Google che già esistono, come il riconoscimento vocale e delle immagini. Adesso entreranno nelle nostre case, fotograferanno qualsiasi cosa, e caricheranno le foto nei server di Google Immagini.

Roberto Pizzato: Qualche mese fa ho incontrato i designer delle Google Talking Shoes, le scarpe parlanti di Google. Sempre rimanendo nel punto d’incontro tra innovazione e design, che cosa ne pensi di un progetto del genere? È questo il futuro?

Bruce Sterling: Google assume parecchie persone per ideare prodotti di questo tipo. Non credo, però, che l’azienda si lancerà molto presto nel business delle scarpe. La gente le definisce scarpe “strumentali”, perché da loro si può ottenere energia, e ce n’è molta da ricavare semplicemente andandosene in giro. Il problema principale dei dispositivi portatili come Android o di altro tipo è proprio questo, doverli collegare ogni notte. Per questo motivo la gente si stanca e smette di farlo, quindi Google smette di fare soldi.

Ed è una vera scocciatura: in teoria, quelli di Google impazzirebbero a vedere la gente andarsene in giro indossando scarpe con piccoli ingranaggi [capaci di produrre energia, ndr], […] ma queste scarpe non compariranno all’improvviso e in grande quantità. Ciò che secondo me potrebbe succedere è che tra cinque, dieci anni forse, ci sarà una sorta di Google Alleanza, forse tra Google e Adidas. A Google non interessa la fabbricazione di oggetti. Hanno comprato la Motorola e l’hanno svenduta. Fanno gli occhiali, è vero, il che è interessante. Ma sono troppo costosi e non hanno avuto un grande successo tra i consumatori.

Roberto Pizzato: Sei considerato un visionario e un autore che ha coniato molti neologismi. È possibile definire questi ultimi come un prodotto di una sorta di “design linguistico”?

Bruce Sterling: Sai, è curioso: non esiste alcuna “medaglia del visionario”, né tanto meno una laurea, quindi se ti considerano un visionario, lo sei, non c’è alcuna differenza. È come dire che la reputazione di un’idea è proprio l’idea stessa, non ne esiste una visione oggettiva. Non vengo solo considerato un visionario, lo sono per davvero.

Ci ho messo un po’ a capirlo ma, sì, effettivamente vedo cose che gli altri non riescono a vedere. Solitamente ciò che mi interessa di più non ha nome, e so dove andare a cercare le cose che non hanno un nome. Cerco di inserirmi nel discorso, ma in realtà è più efficace diffondere parole inventate da altre persone di quanto non sia inventarne di nuove. Ne creo alcune nuove, ma la maggior parte del mio lavoro consiste nel pubblicizzare le parole create da altri.

sterling4

Roberto Pizzato: Qual è il tuo vino preferito?

Bruce Sterling: Mi piace il Barbera di Pimanti, ce ne sono tanti di vario tipo. Anche il Vietti è molto buono. Il mio vino preferito in assoluto? Se non potessi bere nessun altro vino per il resto della mia vita, probabilmente berrei il Barolo. Effettivamente è meglio del Barbera, ma un po’ troppo ricercato per [essere bevuto, ndr] tutti i giorni. Dipende da quello che hai intenzione di farne di quel vino: se si tratta di intrattenersi col Papa, il Barolo è quello che serve, se stai provando a sederti a pranzo e mangiare un piatto di pasta, sai che ciò di cui hai bisogno è una caraffa [l’ha detto in italiano, ndr] di buon Barbera.

Roberto Pizzato: Spero che quello che ti ho portato ti piaccia…

Bruce Sterling: È carino da parte tua portare del vino a un uomo che lavora in Italia. Va bene, cercherò di berlo così non dovrò portarlo sull’aereo… Ne sono un grande estimatore. Da noi [Bruce vive in Piemonte, ndr] c’è appena stato il Salone del Gusto: Terra Madre, Carlino da Bra e i suoi, quelli del movimento Slow Food erano dappertutto. Io ci sono stato tre giorni, facevo parte della stampa al Salone del Gusto. Ci sono un sacco di americani lì adesso. È interessante notare questa sorta di “imperialismo culturale italiano”.

Roberto Pizzato: Chi è invece il tuo autore cyberpunk preferito? Da chi hai preso ispirazione?

Bruce Sterling: Penso che il migliore della nostra cerchia sia William Gibson, è lo scrittore che più probabilmente verrà letto nei prossimi 50 anni tra i miei colleghi cyberpunk. Parlando da critico, lo considererei una figura di spicco, ma non direi che è il mio preferito; penso che una delle persone più importanti nel nostro ambiente sia la sudafricana Lauren Beukes, che in realtà non scrive molto di fantascienza, ma quando lo fa ha uno stile decisamente cyberpunk. Davvero non ci aspettavamo di vederla sbocciare a Città del Capo, davvero non ci sembrava probabile che ci sarebbe stata una voce sudafricana che riflette così chiaramente la nostra sensibilità e che sarebbe apparsa così tardi, ma Lauren è assolutamente una di noi.

sterling3

Roberto Pizzato: E se invece dovessi indicare una band o un musicista cyberpunk contemporaneo?

Bruce Sterling: Io vengo da Austin, che è una grande città in questo campo. Non sono esattamente un appassionato di musica, ma alle volte mi comporto da critico musicale. Sono più interessato a quel che essa provoca che non a cosa la renda buona. Quindi, sai, mi piace roba come Skrillex, sì, mi piace Skrillex. E non perché lo reputi un gran musicista, è qualcosa di più. Voglio dire, è un musicista migliore di quel che la gente pensa e la dubstep è una forma musicale più interessante di quanto si creda.

Mi interessa Sonny [il vero nome di Skrillex, ndr] perché per esempio posso seguirlo sui social media, cioè, sento la sua musica di tanto in tanto, e quando esce qualcosa di nuovo lo ascolto sempre. Riesco a comprendere quello che sta facendo. Posso capire come il suo lavoro si stia sviluppando e in che modo, cosa fa; c’è qualcosa di davvero brillante e semplice in lui: non è una figura tormentata di artista. È solo un bravo ragazzo californiano. Quindi, per me funziona come una sorta di barometro musicale. Posso sintonizzarmi con ciò che Skrillex ha in mente e capirlo in maniera abbastanza sicura.

E non solo, ha anche colleghi interessanti: se Skrillex dice che qualcosa è buono, di solito lo è realmente, o comunque è qualcosa che catturerà il mio interesse. Per esempio Skrillex apprezza molto Grimes. Perché? Non vengono dalla stessa città, la loro musica non ha molto in comune. Sai, a Skrillex piace Grimes perché Skrillex è intelligente, ha un buon istinto. È grazie al mio interesse per lui che l’ho scoperta. Lei non è propriamente una musicista, è una specie di icona culturale contemporanea.