Nicolas Maigret è un artista e curatore attivo dagli inizi degli anni 2000; si occupa dello studio dei media, utilizzandone bug e malfunzionamenti come punto di partenza per un possibile intervento artistico. È proprio dall’esame di questi difetti che Nicolas sottolinea le identità dei media da lui analizzati e manipolati, mettendo in evidenza il loro funzionamento.

La creatività che scaturisce da questi interventi di hacking è determinata dalla volontà di esplorare in profondità ogni sistema e macchina da lui scelta come oggetto d’analisi. Le dimostrazioni che espone sono quelle percettive: le sensazioni evocate e i pensieri provocati dalle sue opere portano a uno stato di consapevolezza destabilizzante.

Quando ci troviamo davanti ai suoi lavori, incontriamo, per così dire, la vita segreta delle macchine. La destabilizzazione provocata dalla scoperta di questa vita è dovuta al fatto che tali macchine non sono inoffensive: infatti, sono degli strumenti finalizzati all’esercizio del potere e alla programmazione di comportamenti e tendenze; finalizzati cioè alla storia.

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Ho incontrato Nicolas Maigret all’inizio di ottobre, presso il Pavillon Vendôme di Clichy, a nord di Parigi. In quest’occasione, l’artista mi ha accompagnato nella visita della mostra Global Proxy, descrivendomi le opere esposte.

Global Proxy può essere considerata una retrospettiva sulle opere di Nicolas, la maggior parte delle quali sono frutto di collaborazioni; quest’ultimo aspetto non fa altro che rimarcare una delle principali caratteristiche del suo lavoro e del suo pensiero. Le dinamiche relazionali vengono attivate a partire dalla fase iniziale di ogni opera, trovando una totale realizzazione nell’atto di restituzione al pubblico – sia questo in forma di performance, video o rappresentazione in 3D.

I lavori esposti al Pavillon Vendome non servono solamente a spiegare la logica nascosta dei sistemi e degli strumenti contemporanei, ma fungono anche da amplificatori di risonanza. Il loro risuonare trasforma uno specifico modo di percepire, per esempio, lo spazio che ci circonda, portandoci a pensare alla geografia – e qui cito Kodwo Eshun – come cronografia, in un’epoca in cui (come sosteneva Virgilio) abbiamo iniziato ad abitare il tempo.

Questo diviene chiaro osservando molti dei lavori esposti: concezioni e rappresentazioni geografiche del mondo sono lette attraverso media vincolati al tempo (come un giradischi nell’opera Flat Earth Society); le distanze tra nazioni sono misurate con il Round Trip Time (RTT) da Ping – e cioè, il tempo impiegato per viaggiare da un computer della rete a un altro e tornare indietro – (come in UN-Mapping); il tempo necessario per andare da un punto A a uno B diminuisce drasticamente se si segue la traiettoria di un missile militare (solo qualche minuto per andare dai Paesi Bassi al Regno Unito, come mostrato in War Zone).

La geografia non è l’unico concetto che Nicolas ha modificato e ripensato; l’artista si è anche occupato delle questioni riguardanti l’innovazione e i rischi di manipolazione ideologica nascosti dietro di essa e dei comportamenti consensuali legati alla prevedibilità del linguaggio del mondo dell’arte secondo le ultime tendenze dei new media art e dell’hacktivism.

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Nicolas Maigret mi ha inoltre fornito numerosi dettagli utili a una migliore comprensione del suo lavoro: ecco qui di seguito l’intervista.

Martina Raponi: Global proxy è un’espressione che evoca un’immagine di intromissione, interrelazione, ma che può anche essere associata a sorveglianza e pirateria. Sono tutte caratteristiche che esponi e persegui nel tuo lavoro (partecipando a collaborazioni, facendo hacking, esibendo le strutture nascoste della tecnologia), ma che sono anche tipiche della nostra vita quotidiana. Perché hai scelto questo titolo per la mostra? Come l’hai ideato?

Nicolas Maigret: Inizialmente i curatori avevano pensato per questa mostra di occuparsi di pratiche collaborative nelle new media art. Abbiamo scelto le opere che ho realizzato negli ultimi sette anni in dinamiche collettive o cooperative: prima con l’aiuto del gruppo collettivo Art of Failure, poi con svariati artisti, registi e programmatori (Jérôme Fino, Jérémy Gravayat, Brendan Howell, Yann Leguay, Nicolas Montgermont, Ivan Murit e Maria Roszkowska).

Il titolo della mostra, Global Proxy, è stato ideato nelle prime fasi di questo processo. Visto che questa esposizione verte sul cambiamento della società e delle pratiche artistiche globali, la maggioranza dei progetti sono collegati a tematiche su scala globale e alle dinamiche dell’informazione mondiale. Il termine Proxy è sicuramente legato al progetto The Pirate Cinema e alle prime pratiche di condivisione online dei file, ma anche all’idea di considerare ogni peer e ogni artista come un mediatore in un melting pot culturale interconnesso a livello globale, e a volte a livello virale.

Martina Raponi: La mia attenzione è stata catturata dalle sale della mostra in cui c’erano delle tracce audio: una più coinvolgente per Pirate Cinema e Resonant Architecture e una più delicata per Flat Earth Society e UN-Mapping. In qualche maniera questo si collega al nuovo modo di presentare e sviluppare il senso geografico e le relazioni tra i diversi stati di tutto il mondo. Com’è possibile che la visualizzazione e la resa (o il suono) delle connessioni geografiche tra le diverse parti del pianeta possano avere un impatto a livello politico?

 Nicolas Maigret: Secondo Bruno Latour la rivoluzione digitale non ci ha portato a uno sviluppo della virtualità, bensì a una maggiore materializzazione, a una rappresentazione concreta che si serve delle prove delle nozioni già presenti nel campo dell’astrazione. Osservando questa mostra, si può sostenere che la dinamica geografica dello scambio di informazioni è una danza continua che è sempre esistita, ma oggi questa dinamica si è allargata, intensificata e materializzata alla velocità di impulsi elettrici, routing dinamico e memoria binaria.

Per esempio, sin dalle sue origini, BitTorrent affida la sorveglianza della sua rete a organizzazioni esterne, come università per finalità statistiche, subcontraenti privati per la rilevazione di un’eventuale violazione del copyright, il settore cinematografico per l’analisi dei trend o addirittura stati.

Il progetto Pirate Cinema era un tentativo di sovvertire i meccanismi tecnici delle misure di sicurezza della condivisione file (su BitTorrent), di deviare quei sistemi dai loro scopi utilitaristici iniziali e di rendere visibile in tempo reale questa attività e dinamica vivace di condivisione file. Così, con Brendan Howell, decodifichiamo e proiettiamo dal vivo frammenti di file che sono in fase di condivisione tra gli utenti p2p, creando un collage infinito dei file più condivisi al mondo.

L’aspetto magnifico di questo procedimento è che, basandosi sugli indirizzi IP, si può anche seguire la dinamica di condivisione e la sua diffusione geografica. Continuando su questa tema, possiamo parlare anche di UN-Mapping, una cartografia live del mondo basata sulle distanze della rete (in base all’RTT riportato da Ping) e non sulle classiche distanze metriche.

Questo progetto nasce dal fatto che oggi le distanze di rete sono sempre più rilevanti e significative. In numerosi contesti specifici questo può essere più importante delle reali distanze geografiche. Le distanze digitali stanno dando vita a un nuovo equilibrio del potere e degli scenari geo-economico-politici (come è evidente nel caso dell’High Frequency Trading). UN-Mapping è un tentativo di rendere tutto ciò visibile su una mappa basata sulle distanze di rete.

Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con Ivan Murit; tecnicamente ogni pochi secondi, un ping viene inviato dallo spazio espositivo al sito governativo delle principali nazioni (elenco dell’ONU). Una cartografia dinamica è in costante aggiornamento visto che si basa sull’RTT di ogni istante.

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Martina Raponi: Che sia un discreto “ping”, un ago che legge gli emisferi trasposti su vinile o che siano i brandelli caotici di un suono emessi da frammenti video condivisi peer to peer in tutto il mondo, i suoni e i rumori sono sempre presenti nelle tue opere. Qual è il tuo rapporto con il suono? Come lo includi nelle tue presentazioni estetiche?

Nicolas Maigret: Lavoro sulla nozione di suono come prova e sul suono come mediatore tra un ambiente e un osservatore lontano, un’esplorazione che può essere percepita e vissuta. Il suono offre anche un’esperienza di un dato contesto basata sul tempo, un’esperienza che non presenta nessun’altra realtà oltre a quella del momento in cui viene recepita. Nei tre diversi progetti che hai citato qui, la percezione sonora è potenziata, ottiene una profondità virtuale per via della sua storia a causa del suo stato di esplorazione e di testimonianza. In altre parole, ognuno di quei suoni è una memoria vivente di come e da dove ha avuto origine.

Con UN-Mapping, il suono testimonia i tempi di trasmissione dallo spazio espositivo ai 193 stati nazionali. In Flat Earth Society, il suono testimonia un flusso di dati inaccessibile registrati da satelliti e missioni shuttle. In The Pirate Cinema, gli spezzoni di film decodificati testimoniano la dinamica della comunicazione e la materialità della trasmissione digitale dal vivo.

Martina Raponi: Flat Earth Society è un lavoro molto affascinante, a causa dell’uso sia di concezioni obsolete del mondo che di strumenti che erano usati nell’era analogica, come il vinile. Potresti spiegarci meglio il punto di partenza di questo progetto e come si è sviluppato poi nella pratica? Come siete arrivati, tu e i tuoi colleghi dell’Art of Failure, all’idea del vinile e quali processi di produzione avete seguito?

Nicolas Maigret: Era il 2008 e mi interessavo della materializzazione dell’astrazione di dati raccolti illimitatamente come una macchina del linguaggio all’interno di scatole nere (letteralmente esplorate in precedenza con l’introspezione di sistema). L’idea di una schiera di satelliti in grado di raccogliere i dati nei loro viaggi intorno al pianeta, disponibili solo come astrazione di codice, è stata un punto di partenza. Un altro punto di partenza è stata l’idea che la superficie terrestre potrebbe essere vista come una superficie scolpita, una memoria geologica che è possibile leggere.

In questa ricerca di materializzazione dei dati topografici globali abbiamo scoperto risorse di database Nasa (SRTM, Gtopo30). Con Nicolas Montgermont, il mio collaboratore principale all’epoca, decidemmo di usare il disco vinile in quanto materializzazione più appropriata che, per prima cosa e principalmente, può essere letto facilmente, e, poi può ricomporre una cartografia visibile sulla sua superficie. E infine, perché può ricordare visualmente alcuni concetti antichi della terra in quanto disco piatto.

Durante questa ricerca ci siamo imbattuti nella Flat Earth Society, l’organizzazione che cerca di promuovere la credenza che la terra è piatta, e che la sua rappresentazione sferica fa parte di un complotto. Questa organizzazione è una continuazione dell’antico mito della Terra piatta. Venne fondata nel 1956 da Samuel Shenton. Sorpresi dalla società contemporanea e dalla somiglianza delle sue illustrazioni con il nostro disco, decidemmo di usare questo nome per il progetto. La conferenza introduttiva tenuta negli anni ’60 è presentata accanto al disco nell’esibizione.

Da un punto di vista tecnico, la produzione del disco è stata un compito complesso: abbiamo dovuto trovare un modo per incidere un disco nel modo più trasparente possibile (senza i soliti filtri e protezioni) e con una velocità di rotazione estremamente precisa, affinché ogni rotazione del tagliatore del disco incidesse i dati topografici così da ricomporre un’immagine coerente di un emisfero sulla faccia del disco. Questo è stato reso possibile grazie a Flo Kaufmann, che è un ottimo artista / ingegnere capace di modificare e trasferire tutto su un  di un disco in vinile

Successivamente, testando le prime copie, notai che usando uno specifico metodo di illuminazione potevamo far apparire visualmente sul disco l’intera elevazione terrestre. In sostanza: usando un’illuminazione puntuale e luminosa (come un led)  nella stessa direzione dello spettatore, lo specchio riflette la luce verso lo spettatore, e la micro-topografia incise i riflessi distorti, producendo ombre di grigio a seconda della morfologia.

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Martina Raponi: Anche se non mostrato apertamente, il suono è sempre evocato in qualche modo. Sto pensando ai video War Zone e the Predictive Art Bot. Da un lato c’è una collezione muta di video che mostra strumenti di guerra percorrendo le loro traiettorie fino al punto di collisione, dall’altro il silente linguaggio predittivo / prevedibile che caratterizza il mondo dell’arte e la richiesta di utilizzare certe parole alla moda. Pertanto suonano e parlano in modo diverso. Perché? In che modo li fai parlare e come il visitatore li percepisce?

Nicolas Maigret: War Zone equivale a un nuovo approccio. Segna il tempo in cui abbiamo iniziato a esplorare l’idea de “l’innovazione come strumento politico ed economico di propaganda”. L’idea dietro a “War Zone” era di cercare nuove tecnologie con il fantasma delle loro origini militari.  Ovvero di evidenziare il loro passato militare, all’interno dell’ambiente scivoloso e tranquillo degli odierni prodotti tecnologici.

Per esempio usando Google Earth come un erede contemporaneo dell’immaginario satellitare e programma spaziale americano. Usando un’inquadratura soggettiva, questo lavoro riproduce la traiettoria, l’altitudine, la velocità e le vibrazioni dei primi lanci missilistici, all’interno dell’interfaccia di Google Earth.

Riguardo al Predictive Art Bot: la maggior parte di noi è sempre connessa a mailing-list, rss, social network e alcuni posso essere network di nicchia specializzati in media-art, attivismo o qualsiasi altra cosa. In un certo momento, il modo consensuale e conformista in cui nuove mode compaiono e si diffondono è impressionante, e dato un contesto socio-politico, o meglio un’innovazione tecnologica porta direttamente risposte automatizzate dal mondo dell’arte.

Spesso è possibile notare queste prevedibilissime reazioni artistiche in modi diversi in diversi paesi, misure e lingue. Questo è probabilmente l’effetto di un’arte e di un background culturale comune, una scala dei valori condivisa, validata da fonti storiche e da modi consensuali di fare arte. Questa bolla dei network sta probabilmente accelerando questo processo. Parlandone con amici e colleghi, abbiamo iniziato a chiamare questo fenomeno “riflesso dell’arte”.

Recentemente Steve Lambert ha scritto un ottimo commento riguardo a questo problema nel suo testo “The Tragedy of interesting Projects” (La tragedia dei progetti interessanti) Predictive Art Bot è un algoritmo grezzo che ascolta il proprio contesto (per esempio un media specializzato in un dato ambito, prende i titoli collegati con le arti new-media e con hacktivismo) e produce risposte artistiche automatiche basate su modelli esistenti validati. Questo è Twitter-bot (twitter.com/predartbot). Unisce nuove parole chiave e trend appena compaiono.

Alla fine, predice senza sosta future opere nella forma di titoli di news: è un esaurimento automatico ed assurdo dei trend prevedibili. Nella versione esposta, mostrata in una stanza vuota, ogni titolo, prodotto una o due volte al minuto, lascia il tempo e lo spazio per creare una proiezione mentale di quello che l’affermazione potrebbe rappresentare. Per esempio: “Un’opera femminista che divulga informazioni riservate sugli appuntamenti online”.

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Martina Raponi: Anche il linguaggio è un elemento prominente nel video Drone2000, in cui immagini e parole contribuiscono alla creazione di piani d’interpretazione che fan sì che i fallimenti del drone appaiano sotto una luce diversa, quasi distopica. Com’è nato questo progetto?

Nicolas Maigret: L’idea era che macchina e occhi volanti autonomi fossero un argomento comune nella letteratura fantascientifica, spesso in grado di affascinare con un’oscura visione del futuro. Stiamo assistendo oggi all’implementazione di questi oggetti nel mondo e nell’immaginario collettivo. Milioni di video girati dai droni, che riempiono ogni angolo di fantasie passate e presenti. Lo scopo di questo lavoro era produrre un incontro tra queste “profezie del passato” e il desiderio recente per questo tipo di occhi volanti. Tutto il materiale video proviene da piattaforme online, mentre il doppiaggio fa uso di citazioni dal 1911 in avanti.

Martina Raponi: Resonant Architecture chiude lo spettacolo. Questo video accoglie il visitatore e rilascia la tensione intellettuale che lo show è stato in grado di creare.  Questo non significa che di per sé il film sia troppo rilassante oppure per niente interessante. Durante la proiezione sorsero alcune domande: Come fate vibrare gli edifici? Quale identità strutturale e ambientale è sottolineata da questo processo?

Nicolas Maigret: Resonant Architecture è una serie di eventi specifici al sito con un pubblico che sviluppiamo in molti edifici eccezionali in Europa a partire dal 2006. Ogni edificio è scelto in base alle sue qualità architettoniche. Cerchiamo edifici dal grande potenziale sonico, spesso in metallo, vetro e legno, ma li selezioniamo anche grazie alla loro storia, al contesto nel quale sono immersi, alle loro caratteristiche architettoniche, alle loro funzioni e al loro impatto scultoreo

Tecnicamente per i grandi spazi usiamo altoparlanti a infra-bassi e trasduttori per le strutture più piccolo. Poi possiamo scannerizzare  la reazione dell’edificio in un’ampia gamma di basse frequenze. Selezioniamo alcune di quelle più efficaci, che, per esempio, scuotono parti diverse dell’edificio (diciamo che a 32.3 Hz vibra soprattutto il soffitto, a 48Hz le pareti ecc.…).

Poi programmiamo un sistema per generare quelle frequenze negli altoparlanti. Ciò che puoi sentire nella documentazione video è praticamente è quello che il pubblico potrebbe sentire qui attorno oppure all’interno degli edifici.

Risuonando, l’edificio è un attivatore, sia per il potenziale acustico del posto sia per il pubblico. Attiva una fenomenale varietà di risposte che vanno ben oltre le solite qualità sonore. La gente spesso inizia a guardare all’architettura in modo attivo. Nota I materiali usati, le strutture, le giunture, il soffitto e i componenti.

Inizia a toccare i materiali con il corpo e con le mani, oppure inizia perfino a notare il modo con cui la luce si disperde nello spazio e cose del genere. Dopo crea molte discussioni, che coinvolgono persone che sono totalmente estranee a questo mondo. Ogni realizzazione è un evento così specifico che nel 2009 decidemmo di fare delle registrazioni video con un registra (prima Jeremy Gravayat e più tardi Jérome Fino).

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Martina Raponi: L’ultima domanda riguarda il libro alla quale state lavorando, che verrà pubblicato a novembre. Ci puoi dire cosa dobbiamo aspettarci e dove potremo trovarlo?

Nicolas Maigret: Questo libro, creato con la ricercatrice e designer Maria Roszkowska, è la logica estensione del progetto Pirate Cinema. Durante le diverse occasioni nelle quali questo progetto è stato mostrato, abbiamo raccolto un gran numero di riferimenti storici, aneddoti, storie, specificità geografiche e artefatti video sulla pirateria mediatica.

In qualche modo, mentre ci stavamo documentando sull’argomento e stavamo raccogliendo libri specifici, ci siamo imbattuti in un libro da una prospettiva artistica che copre le specificità storiche e geografiche del fenomeno della pirateria mediatica. Due anni fa abbiamo deciso di iniziare a lavorare al libro, una specie di catalogo per un’esibizione virtuale ideale dell’argomento.

Una raccolta di storie sulla condivisione, sulla distribuzione, sul vivere i contenuti culturali al di fuori dei confine delle economie, delle politiche e delle leggi locali. Un’opera collettiva, composta da molti pezzi, da ricerche video, documenti rari, interviste e fatti storici. La Parte 1 ha a che fare con gli eco nel tempo: storie che tendono a ripetersi in momenti diversi nella storia; la Parte 2 riguarda la scena warez , la sua struttura, la sua cultura visiva, lo slang e le convenzioni; la Parte 3 riguarda le tecnologie anti-pirateria. Una serie di strategia dall’invenzione della radio fino a oggi. La Parte 4 concerne le specificità geografiche collegate alla pirateria e alle sue pratiche in situazioni di necessità. Una raccolta di interviste dall’India, da Cuba, dal Brasile, dal Messico, dal Perù, dal Mali, dalla Cina.


 http://thepiratecinema.com/

 http://drone2000.net

 http://thepiratebook.net

http://visitsteve.com/made/no-longer-interested/.