Nel panorama culturale giapponese, dove si colloca la new-media art? La new-media art ha un ruolo nel mantenere alcuni giapponesi in uno stato di fanciullesca innocenza e li aiuta a proteggere la propria identità? Quale è il ruolo degli autori che sono attivi in questo campo di ricerca? Sono stato fortunato abbastanza da avere la possibilità di domandarglielo direttamente nell’ambito di questa ricerca e di una serie di interviste ad alcuni autori di riferimento.

Poco tempo fa avevamo incontrato per Digicult, Kodama Kanazawa, curatrice per molto tempo del Kawasaki City Museum; oggi abbiamo il piacere di parlare con Gak Sato. Gak Sato è un musicista (suonatore di theremin) e sound artist, nato a Tokyo nel 1969. Nel 1993 crea il gruppo Diet Music i cui brani vengono pubblicati nella compilation Multidirection 2 (1995 Brownswood/Talkin’ Loud). Nel 1996 Sato si trasferisce a Milano. Dal 1999 al 2008  è il direttore artistico di Temposphere, un ramo della Right Tempo a Milano. Ha pubblicato tre album originali e vari remix e ha collbaorato con diversi autori del calibro di Steve Piccolo, Luca Pancrazzi, Elliott Sharp e Vinicio Capossela, solo per citarne alcuni (http://ja.wikipedia.org/wiki/Gak_Sato).

Per questo saggio breve, ho scelto di mostrare alcune immagini scattate dal fotografo Sebastian Mayer, invece di postare le immagini delle opere degli autori intervistati. Sono certo che questa scelta possa dare una migliore opportunità al lettore affinché possa tuffarsi nel mondo in cui questi autori giapponesi vivono… od hanno vissuto: infatti, tutti loro si sono trasferiti in Europa (Inghilterra, Italia ed Austria) da alcuni anni; un fatto che può favorire quella distanza emotiva funzionale al nostro obiettivo.

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Mauro Arrighi: Pensi che il Giappone sia in “prima linea” per quanto concerne nuovi trend?

Gak Sato: Potrebbe essere, ma non solo all’interno del Giappone… Può sembrare paradossale. Mi spiego meglio: Social Media dovrebbe significare “Tutti quanti, ovunque, Tempo Reale, Globale”. Comunque, la maggioranza dei giapponesi comunica solo in giapponese, per questo motivo noi abbiamo sviluppato da sempre una nostra peculiare modalità di comunicazione che funziona solo in Giappone o fra persone che conoscono il giapponese.

Mauro Arrighi: Pensi che l’industria dell’intrattenimento e la new-media art stiano forgiando dall’interno l’immaginario collettivo e l’identità della nazione?

Gak Sato: Il mondo dell’industria dell’intrattenimento sta continuamente creando nuove icone globali. Se pensiamo al succo dell’identità del sistema economico americano, troviamo “Marketing & Business” e il popolo giapponese ha completamente assorbito tale modello. Ma noi non abbiamo assorbito l’ideologia americana che sottende questo modello, per noi è come un gioco.  I mass-media sono percepiti come frivoli, la facciata pubblica dei personaggi televisivi come quella dei cittadini è vista come frivola, così come i nostri stessi comportamenti. Tutto e tutti divengono Cultura Popolare. Come vedi, la tradizione, la politica, l’avanguardia, tutto è trasfigurato in icone.

Mauro Arrighi: Se fosse veramente così, pensi che le radici di questo fenomeno siano da trovarsi in tradizioni indigene del Giappone antico? 

Gak Sato: Dopo la Meiji era (1868), ma anche da prima, il Giappone ha sempre assorbito culture straniere, sia da occidente che da oriente, ri-arrangiando frammenti di informazioni seguendo quello che potremmo definire lo “stile giapponese”. Da questo punto di vista, miscelare e sviluppare è un tratto caratteristico della cultura giapponese.

Mauro Arrighi: Tu pensi che il popolo giapponese passi più tempo nei mondi virtuali che nel mondo reale?

Gak Sato: Se ti stai riferendo ai “mondi virtuali” come ai social media network e simili, allora potremmo supporre che questi non sono mondi alternativi, ma parte della Realtà. Avrai notato che in Giappone, nelle linee della metropolitana, tutti sono immersi nei loro telefoni cellulari: non c’è comunicazione fra vicini. Comunque, molte persone, al termine della giornata lavorativa, vanno nel loro locale preferito, che potrebbe essere un bar o un piccolo ristorante (in Giappone noi abbiamo gli izakaia, simili a osterie, che sono locali tradizionali, confortevoli, dalla calda, informale piacevole atmosfera). In questi locali è possibile intraprendere una conversazione anche con sconosciuti e con il padrone. Ci sono vari ingredienti che creano questa atmosfera familiare. Tuttavia, la vita nella megalopoli di Tokyo, sembra accadere in un mondo virtuale.

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Mauro Arrighi: Pensi che, in Giappone, gli artisti ma non solo, stiano tentando di fuggire dal mondo reale facendo uso del loro potenziale creativo?

Gak Sato: Si presume che gli artisti creino le loro opere come specchio della realtà. Se il loro lavoro sembra offrire al proprio pubblico una via per fuggire dalla realtà, allora significa che il mondo reale ingloba questa stessa possibilità al suo interno. Lo scopo dell’artista non è quello di fuggire, e non è neppure quello di creare una via di fuga per altri; è invece proprio la vita quotidiana che esprime questa possibilità.

Mauro Arrighi: Credi che la cultura occidentale possa beneficiare del particolare approccio che il Giappone ha verso il processo creativo?

Gak Sato: Cerchiamo di non essere schiavi degli stereotipi. L’occidente impara dall’oriente e viceversa. Quello che veramente conta è cambiare punto di vista quante più volte sia possibile. Detto questo, non significa che il Giappone “sia” un altro punto di vista o che il Giappone “abbia” un punto di vista completamente diverso. Infatti il Giappone è parte della cultura occidentale. Quello che potrei dire, dalla mia esperienza, è che la cultura occidentale, tradizionalmente parlando, non ha mai dato peso alla casualità e all’anonimità come elementi costituenti del processo creativo. Allo stesso tempo, non potrei affermare che la cultura giapponese sia radicata nell’espressione della casualità e all’anonimità. In questi casi, c’è più di una risposta.

Mauro Arrighi: Qual è la tua opinione a riguardo dell’utilizzo degli avatar? Prevedi qualche problema in relazione all’assunzione di multiple identità fittizie nel web?

Gak Sato: Non saprei, forse, ma non è un nuovo problema. Lo percepisco come una questione di sicurezza personale o un comportamento esacerbato dalla paura dell’essere giudicati dagli altri. Le persone che spediscono commenti ai giornali o alle stazioni radio, usano uno pseudonimo, vogliono rimanere nell’anonimato. Non ci trovo nessun significato profondo, si tratta di evitare problemi.

Mauro Arrighi: ho notato che evitare qualsiasi frizione sociale sia di importanza primaria in Giappone, oserei dire vitale! Pensi che avere identità multiple, sia nel mondo reale che in quelli virtuali, possa essere una valvola di sfogo per lenire la pressione che deriva dal paesaggio contemporaneo urbano?

Gak Sato: Questo argomento è stato preso in esame dallo scrittore Kobo Abe. È cruciale possedere un biglietto da visita, questo ti permette di trovare il tuo posto nella società. Non è così importante che quello che c’è scritto sul biglietto sia vero, il tuo nome e pure il tuo titolo, quello che conta è sentirsi a proprio agio nel sistema, trovare il proprio ruolo.

Mauro Arrighi: Ho avuto qualche volta l’impressione che un giapponese divenga una “persona” solamente quando i biglietti da visita vengono scambiati. Quello che è scritto sul meishi è la verità, definisce l’individuo nel contesto sociale, anche se il contenuto è fasullo. Che cosa pensi a proposito di coloro i quali fuggono dalla realtà creando identità multiple nei mondi virtuali e anche nella “realtà analogica”?

Gak Sato: Quello che è importante è non abdicare dalla propria personale responsabilità.

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Mauro Arrighi: Pensi che oggigiorno vi siano alcun artisti e scienziati giapponesi che stiano in qualche modo tentando di connettersi con le forze soprannaturali attraverso l’uso di computer? Questo è qualcosa che è accaduto durante l’antichità, quando gli sciamani domandavano alla Madre Terra e agli spiriti degli antenati che fossero donati loro poteri speciali.

Gak Sato: Dobbiamo prendere in considerazione ogni singolo caso. Come nel caso di John Cage, che creò Chance Operation per darsi nuove possibilità compositive. Durante il passato recente, molti artisti hanno sognato di un computer in grado di rappresentare la figura umana in modo non convenzionale. Dagli anni Novanta quindi, sono stato testimone di molti esempi dove i glitch erano i protagonisti dell’opera. Recentemente, il computer è diventato più anonimo, la sua personalità e gli errori sono meno visibili. 

Mauro Arrighi: Pensi che sia possibile fare riferimento a computer, videogiochi, console e telefoni cellulari come a un torimono contemporaneo (il luogo in cui i kami risiedono momentaneamente)? http://en.wikipedia.org/wiki/Shinto

Gak Sato: Se consideriamo la musica, la tendenza potrebbe andare alla ricerca dell’energia spirituale all’interno dell’apparecchiatura analogica, come sintetizzatori analogici, microfoni, mixer analogici, registratori a bobina ecc. Per quanto concerne la strumentazione digitale, quando accade qualcosa di strano, il “bug”, l’errore, è a quel punto che tu puoi percepire i “sentimenti”. Le ultime apparecchiature producono sempre meno errori, per cui non potrai esperire alcuna emozione speciale da queste. Comunque è divertente avere questo tipo di percezione.

Mauro Arrighi: Pensi che manga, anime, videogiochi e media-art stiano creando un’altra forma di realtà, una realtà artificiale, fantastica, dove rifugiarsi dal mondo reale?

Gak Sato: Potrebbe essere una fiaba condivisa dove ciascuno può ritrovarsi. Per esempio, Superman, Topolino oppure Godzilla, tutti quanti li conoscono. Anche se non sono reali, tutti possono empatizzare con i loro drammi; tutti conoscono la loro apparenza fisica e la loro personalità. Da questo punto di vista, possiamo paragonarli a divinità. Anche i manga e gli anime divengono un linguaggio comune condiviso. Nonostante ciò, non credo che questi personaggi o pratiche possano diventare uno strumento per la fuga dalla realtà.

Mauro Arrighi: Quale pensi siano le maggiori differenze fra le seguenti forme di espressione creativa: manga, anime, video game e new-media art?

Gak Sato: Principalmente, le differenze si fondano sulla differente quantità di informazioni erogate. Lasciami spiegare: maggiore è la quantità di informazioni che tu dai allo spettatore, minore è il lavoro della sua fantasia. Più informazioni = meno fantasia. Per esempio, prendiamo gli ultimi “sparatutto”: questi sono ricchi di informazioni, forse persino a una estensione maggiore persino dei lungometraggi cinematografici, ma il ruolo del giocatore è semplicemente quello di uccidere i nemici; tu non sai neppure per quale motivo lo devi fare, ma questo è il cuore del gioco. Non è necessario pensare molto, in verità: non c’è tempo per farlo. Quindi, forse è questo è lo strumento ideale che ti traghetta fuori dalla realtà quotidiana. A proposito della new-media art, non mi posso pronunciare per tutte le opere, ma principalmente il loro contenuto è astratto. Anche se ci può essere un grande numero di informazioni racchiuso al loro interno, questi lavori ci lasciano la possibilità di immaginare e di pensare al significato più profondo dei dati esposti.

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Mauro Arrighi: Qual è il valore psicologico degli avatar nelle comunità virtuali in internet e nei social network?

Gak Sato: Dipende veramente da come li usi. Personalmente, io non è che mi sia divertito un granché. Si dice che si sia già in contatto con altre persone in giro per il mondo seguendo la regole dei “Sei Gradi di Separazione”, ma, in verità, non sono poi così interessato a  incontrare virtualmente qualcuno che è realmente uno sconosciuto per me. Pensavo che l’ecosistema dei social network fosse un “open space”, invece sta diventando una enorme bacheca virtuale. La maggioranza dei SNS (Twitter, Facebook, LinkedIn, Google+ eccetera) sono diventati una piattaforma per scambiarsi dati. Io preferisco rimanere in un gruppo semi-aperto di pochi amici… reali.


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