Cos’hanno a che fare algoritmi e oggetti digitali con l’architettura? A che livello il digitale sta influenzando l’ambiente e il modo di progettarlo? Molti teorici hanno cercato di commentare, dimostrare o creare una connessione tra algoritmi e architettura. Tutto ciò ha portato a metafore di processi computazionali che descrivono riconfigurazioni di esperienze strutturali, organizzative e spaziali. Queste descrizioni sono basate sulla teoria dell’architettura e dei media e sulla sociologia della tecnologia.

In questo testo intendo prendere in esame tre concetti base dei fenomeni algoritmici, come rivendicazioni delle conseguenze spaziali del calcolo. Tratterò concetti importanti come quello di “active form”, forma attiva, di Keller Easterling, per trattare gli algoritmi che orchestrano il design urbano; del “soft thought”, pensiero morbido, di Luciana Parisi, per conoscere la realtà degli algoritmi dell’architettura contagiosa che stanno creando; e del “layer of the Stack”, livello di Stack, di Benjamin Bratton per spiegare come il calcolo (ri)organizzi e abiti lo spazio.

Questi tre concetti possono essere visti come identità di istanze digitali che interessano i processi digitali. Userò una tecnica di personificazione e li presenterò come una rete di identità che dimostrano qualcosa sulla performance degli algoritmi nello spazio. Cosa dimostrano esattamente e come può tutto ciò aiutarci a capire la relazione tra algoritmi e architettura?

Cercherò di rispondere a questa domanda portando le identità in una sorta di conversazione durante il processo della loro personificazione (ovvero la descrizione personificata delle loro identità). Questo processo mostra la direzione che prendono le metafore utilizzate dagli autori nello spazio. L’esperienza spaziale è quindi una conseguenza dell’azione di questi concetti (forma attiva, livello di Stack), un dato sul quale agiscono, oppure è un’astrazione che organizza la sua attività (pensiero morbido).

Cos’hanno a che fare gli algoritmi con l’architettura? 

L’integrazione di architettura e tecnologie digitali avviene ad un piano strumentale, dove il digitale è associato all’ottimizzazione del design e dei processi di costruzione. In un primo momento pensiamo che gli algoritmi vengano usati dagli architetti per creare, ottimizzare o valutare la forma di una costruzione. Se scaviamo più in profondità nell’architettura e nel design contemporaneo scopriremo una miriade di modi in cui gli algoritmi e gli oggetti digitali hanno ispirato la pratica di design e realizzazione dell’ambiente costruito, ad esempio nei lavori di Greg Lynn, Michael Hansmeyer o di Fabio Gramazio e Matthias Kohler.

Troveremo anche un numero di approcci al materialismo digitale negli studi dei media, in particolare la cosìddetta German school of media (nata attorno al pensiero di Friedrich Kittler), software e studi culturali (ecologia dei media e il recente lavoro di Matthew Fuller); articolazioni del nuovo materialismo (sia nel lavoro di archeologia dei media di Jussi Parikka che nel tracciare la metafisica di Iris van der Tuin). Queste articolazioni della materialità hanno delle implicazioni anche sulla nostra esperienza spaziale. 

Ci sono però poche riflessioni accurate/profonde/promettenti sulla specifica relazione tra spazio e algoritmi. Questa relazione viene solitamente trattata attraverso interpretazioni della materialità dei processi digitali e osservazioni degli effetti che hanno sul mondo materiale. In questo senso, Paul Dourish parlava di emulazione informatica, contrapponendo la retorica dell’assenza alla rimaterializzazione e facendo emergere alcuni aspetti concreti della materialità nei computer virtuali (tempo, istruzioni, input e output).

Altri, come ad esempio Timo Arnall e i suoi collaboratori, hanno esplorato il mondo materiale delle infrastrutture digitali, sia con l’esposizione dell’attività all’interno della rete (Wi-Fi Light Painting, 2011) o tramite l’esposizione di interni di centri di elaborazione dati (The Internet Machine movie, 2014). Discussioni di calcolo aggiornate sull’organizzazione del flusso delle persone o informazioni in spazio appaiono nel lavoro dei ricercatori interessati all’architettura come serie di metafore che traspongono i processi digitali in processi spaziali.

Propongo di riflettere su questa relazione drammatizzando alcune di queste riflessioni come si presentano nei lavori di Keller Easterling, Luciana Parisi, Malcolm McCullough e Benjamin Bratton. Con questo approccio spero di stabilire una comunicazione tra questi discorsi che faranno emergere l’essenza del loro pensiero sulla relazione tra algoritmi e architettura.

Per presentare questa rete di riflessioni sulla relazione tra algoritmi e spazio – poiché qualche volta in effetti sono collegati – userò una tecnica di personificazione, prendendo un concetto importante da ciascuno degli autori e trattandolo come un’identità. L’identità qui è intesa in generale, come un’entità con un’azione consistente, mirata sull’ambiente circostante.

L’identificazione di algoritmi che agiscono sullo spazio fa affidamento al lavoro svolto sulle personas nella progettazione basata sull’uomo e nell’interazione uomo-computer. La costruzione di un’identità si basa sull’idea di un autore a proposito di un concetto specifico che questi utilizzano per parlare della performance di un algoritmo nello spazio. Presenterò tre identità di questo tipo, chiamate “forma attiva” (Easterling, 2014), “pensiero morbido” (Parisi, 2013) e “livello di Stack” (Bratton, 2015).

Identificazione e Personificazione 

Per esaminare i quattro specifici concetti introdotti dagli autori, li descriverò come identità che interessano i processi digitali ed analogici nel nostro ambiente. Queste riflessioni sulle performance algoritmiche nello spazio sono messe in relazione con una tecnica di personificazione, che considera ciascuna di queste riflessioni come un’identità.

La tecnica di personificazione è aggiornata tramite ricerche sulle personas nell’interazione uomo-macchina e nella letteratura scientifica sull’organizzazione (Cooper, 1999; Laurel, 1990, 2014). La personificazione è stata utilizzata nelle prime ricerche sull’interazione uomo-computer per affrontare il design delle interfacce. L’interazione con agenti software che appaiono intelligenti e simili all’uomo, ridurrebbe il carico cognitivo e renderebbe l’interfaccia più piacevole per gli utenti (Oren, Salomon, Kreitman, & Don, 1990).

Aggiungere dei volti all’interfaccia facilita alcune forme di interazione, ma non porta necessariamente ad interazioni uomo-computer più significative (Koda & Maes, 1996). Secondo Alan Cooper, uno dei primi ricercatori ad elaborare la nozione e il metodo, personas mirate, progettazione calibrata sulle persone, sono delle generalizzazioni di personaggi del mondo reale che vengono utilizzati nel processo di design per prendere decisioni migliori sul raggiungimento degli obiettivi degli utenti e sulle preferenze personali (Cooper, 1999).

In altre parole, questi vengono usati per mettere in comunicazione la progettazione basata su un proxy con l’utente effettivo. Tuttavia una persona non è una descrizione di una persona ordinaria, bensì una persona unica, caratterizzata da dettagli specifici attinenti il processo di progettazione. Sebbene le personas ben costruite siano create secondo un’approfondita ricerca sulle persone reali, il loro uso non è chiaramente più produttivo rispetto a quando persone vere informano la progettazione.

Lavorare con personas è più flessibile (ad esempio sono sempre disponibili) ma non sempre diminuiscono il rischio di design autoreferenziale. Un altro rilevante aspetto dell’attività di ricerca riguarda l’identità aziendale: metafora di personificazione come metro di misura della reputazione di una società (Davies, Chun, da Silva & Roper, 2001). Nelle ricerche di marketing, si riferisce ad un’ampia gamma di idee che “derivano dall’assegnazione di caratteristiche umane ad un brand”.

Potrebbe sembrare insolito fare affidamento sulla ricerca di marketing e sull’interazione uomo-computer in questa ricerca, che credo sia basata su due ragioni. La prima deriva dall’opinione che si adegui col modo in cui gli autori di cui parliamo “marchino” i propri concetti, essi creano attentamente termini che diventano i loro strumenti per parlare del fenomeno di cui discutono, oppure del mondo stesso.

Attiva o morbido non sono soltanto aggettivi accostati alle parole forma o pensiero, rispettivamente. Il concetto di forma attiva è un simbolo pensante, qualcosa da osservare nei molteplici meccanismi del mondo, qualcosa con un’azione propria. Lo Stack non è soltanto un’articolazione di sistemi computazionali e comunicativi, Bratton sta intenzionalmente cercando di fare una mappa presentandolo come un’entità.

Per Thomas Braun, autore di “The Philosophy of Branding” (2004), i brand sono un modo per fissare dei valori, per mantenere un giudizio di valore nel mondo che sia in costante flusso (non solo la contemporanea e cosiddetta disruptive innovation, ma ogni mondo). Facendo un parallelo a questa osservazione, possiamo vedere questi importanti concetti teorici come un modo per far sembrare più coerente l’azione dei processi computazionali, per ordinare i loro effetti sullo spazio.

La seconda ragione per lavorare sulla caratterizzazione di personas e concetti si riferisce al dibattito sugli agenti non umani. L’articolazione del postumano di Hayles, così come il lavoro di Karen Barad sul realismo agenziale stanno trattando la possibilità di compensare la nostra visione antropocentrica di complessi scambi di informazioni, energia e materiali. Né Hayles né Barad cercano di appiattire la nostra via d’uscita dalla prospettiva antropocentrica, proprio come stanno cercando di fare Latour e i seguaci dell’Ontologia. Per sottolineare l’importanza del non-appiattimento, mi vorrei concentrare sull’”antropomorfizzazione” intenzionale che mostra sia il processo di “mettere un volto” sia quello di osservare la sua relazione con il contesto.

Riguardo alla costruzione delle personas, cercherò di rispondere ad alcune domande cruciali che dovrebbero far emergere l’essenza della loro specifica relazione con lo spazio e il loro effetto su di esso. Farò affidamento soprattutto sulla mia personale interpretazione dei quattro testi, mentre cercherò di rispondere a queste domande: cosa può fare il concetto? Con quali mezzi agisce sullo spazio? La sua azione è inerente alla tecnologia oppure è più burocratica? Come si diffonde? Quanto totalizzante è? Quanto è presente ed efficace in tutto il mondo?

Esaminando i concetti importanti nella loro forma antropomorfa, mi aspetto di poter fare luce sull’azione di algoritmi computazionali, logici e tecnici quando si tratta di riconfigurare il nostro rapporto con lo spazio (costruito).

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