Negli anni ’70 il chimico James Lovelock e la microbiologa Lynn Margulis hanno formulato una delle ipotesi più note sull’ecosistema del pianeta Terra: l’idea che tutte le forme di vita siano connesse tra loro, che comunichino e che condividano lo status di essere, andando a formare un unico superorganismo di nome Gaia.

Di certo la cosiddetta Ipotesi Gaia rifletteva la crescente consapevolezza delle nazioni del Primo Mondo in merito all’influenza dell’umanità sull’ecologia del pianeta, sfociata infine nella fondazione di movimenti ecologisti come Greenpeace.

Questi temi sono stati studiati da numerosi artisti nella seconda metà del XX secolo, e non è affatto sorprendente che negli ultimi anni diversi scienziati, artisti e scrittori si siano trovati a lavorare attorno alla questione Antropocene.

simona Koch 2

L’uomo e la natura, l’uomo è la natura, l’uomo o la natura: sono solo alcuni degli argomenti che ricorrono più spesso nella ricerca dell’artista tedesca Simona Koch. Fin dai primi anni dello scorso decennio l’artista lavora attraverso molteplici mezzi, nel tentativo di creare delle connessioni tra creature viventi e di presentarle come un tutt’uno, come un organismo.

Ha partecipato a numerose mostre di gruppo internazionali, sviluppando diverse opere e progetti paralleli che non trattano solo dei suddetti temi, ma anche di politica, storia dell’umanità e psicologia.

Filippo Lorenzin: Guardando i tuoi progetti noto alcuni temi ricorrenti, e prima di iniziare con le domande in merito vorrei chiederle se e in che modo i suoi studi in Graphic Design e Illustrazione hanno influenzato la sua recente ricerca artistica.

Simona Koch: Sì, questi studi hanno sicuramente influenzato l’estetica della mia attività artistica – anche se la parte più concettuale si è formata quando ho studiato free art.

Filippo Lorenzin: Come dicevo, nel tuo lavoro ricorrono alcune questioni. Per esempio, le serie City (2007)(http://www.en-bloc.de/en/) ruotano attorno alla dicotomia tra vita campestre e cittadina, mostrando scene utopiche. Come ti sei avvicinata a questi temi? E inoltre, hai un obiettivo specifico? Voglio dire, il pubblico dovrebbe avere qualche reazione particolare?

Simona Koch: Quando ho iniziato a creare i fotomontaggi delle serie City ero mossa dal pensiero che l’umanità è, di fatto, parte della natura – allora ho cominciato a immaginare un mondo dove gli spazi urbani e quelli rurali non contrastassero. A quel tempo il giardinaggio urbano stava diventando una pratica sempre più popolare – come il favoloso progetto Prinzessinengarten (http://prinzessinnengarten.net/) fondato a Berlino nel 2009.

simona Koch 3

Non mi aspetto una reazione specifica dal pubblico, ma mi fa piacere se le persone riflettono sugli effetti della sovrappopolazione e sulla distruzione costante della natura, se si sentono ispirate a pensare a nuove forme di coabitazione. Nel 2014, in collaborazione con City Theater Ingolstadt in Germania e con alcuni garden center locali, uno dei miei scenari è stato ricostruito in uno spazio pubblico, dove è rimasto per un giorno.

Il centro della città di Ingolstadt è stato coperto con terreno e pacciame di corteccia; lì sono state portate delle piante ed è stato realizzato un laghetto, delle pecore erano tenute in una riserva, sono stati installati dei caminetti e abbiamo perfino costruito una cascata. I visitatori hanno utilizzato lo spazio in maniera completamente diversa dal solito, godendosi davvero il contesto utopico.

Filippo Lorenzin: Ho un’altra domanda a proposito delle serie City. Tu hai lavorato in molte città diverse (Mosca, Tokyo, Berlino, San Francisco e altre ancora) e mi chiedo come la storia e le differenze tra ognuna di esse abbia influenzato i suoi lavori.

Simona Koch: Sì, la storia delle città a volte influenza i siti che scelgo e il modo in cui “preparo” le rappresentazioni. Ad esempio in City – Moscow/Red Square (2010)(http://www.en-bloc.de/en/city-moscow) ho posizionato delle iurte come riferimento alle tribù nomadi che erano parte dell’Impero Russo. Preferisco comunque puntare alla creazione di mondi paralleli con storie ipotetiche.

Le immagini riflettono anche la mia vita: procuro io in molte aree rurali gli oggetti che utilizzo per le composizioni. Per esempio uomini uzbechi giocano a scacchi di fronte alla Porta di Brandeburgo; appezzamenti di verdure dal Tempelhofer Feld di Berlino sono stati posti nella piazza Maidan a Kiev e una donna di un mercato in Kyrgyzstan vende le uova a Place de la Concorde a Parigi. Altri filmati che ho utilizzato sono stati girati in Cina, Islana, India, Giappone e Baviera.

simona Koch 4

Filippo Lorenzin: L’attrazione per la vita organica e artificiale è un altro tema ricorrente nelle sue ricerche. La serie in corso Organism (2008) (http://www.en-bloc.de/en/organism) prende in considerazione diverse questioni a questo proposito, a partire dalla creazione di sistemi autosufficienti fino alla raffigurazione di organi e pelle. Come può una così vasta gamma di progetti essere raggruppata sotto lo stesso titolo? Oppure, qual è il punto focale di tutti questi lavori?

Simona Koch: I lavori di questa serie trattano tutti di diversi aspetti della vita biologica e l’interrogativo dei suoi limiti. Con Organism 1/Animalis (2008) (http://www.en-bloc.de/de/organismus1) ho ridotto la vita alle sue fondamenta e sviluppato un organismo che esiste al solo scopo di essere autosufficiente.

Il video è stato creato con una scultura di plastilina e grazie all’animazione digitale.

Per il progetto Organism 4/Fungi (2009) ho effettuato delle ricerche sulle dimensioni e l’età degli organismi. L’organismo vivente più grande che è stato scoperto finora è un fungo di circa 600 tonnellate di biomassa e grande quasi mille ettari che vive sotto il terreno della foresta vicino a Prairie City in Oregon, USA. Il progetto ha avuto risultati diversi, una documentazione e anche un sito web (organism4.en-bloc.de).

C’è anche la serie Abiotism (2012) ( http://www.en-bloc.de/en/abiotismcon) lavori che si occupano delle forme di vita che non hanno nulla in comune con l’idea scientifica della vita. È una serie di progetti che fa riferimento alle concezioni animistiche del mondo. Tutti questi progetti sugli organismi, creati con metodi diversi, rappresentano un unico tentativo di rivelare i meccanismi che si celano dietro il mondo.

simona Koch 5

Filippo Lorenzin: Superworld (2015) (http://www.en-bloc.de/en/superworld) è un altro progetto basato sulla rappresentazione di forme organiche. Lo sguardo scientifico sembra affascinarla davvero in questo e molti altri lavori: qual è il motivo?

Simona Koch: Superworld, così come molti altri miei progetti, è nato dalla sensazione che ogni cosa sia connessa, ed è ciò che mostrano i disegni. Sono realizzati sulle pagine di libri di scienze, un’operazione che mi permette di modificare il significato scientifico iniziale in qualcosa di più speculativo e poetico.

Ho iniziato la serie durante un soggiorno Artist-in-Residence presso il National Centre for Biological Sciences a Bangalore (https://www.ncbs.res.in/) dove sono entrata in contatto con molti ricercatori di discipline biologiche diverse. Durante la permanenza ero concentrata sul progetto Superorganism – #1 Bengaluru (2015) (http://www.en-bloc.de/en/superorganism-bengaluru), con riferimento all’ipotesi secondo cui le città possono essere viste come, appunto, superorganismi.

Ho quindi utilizzato molte mappe di Bangalore, disegnate in diverse epoche, animandole con disegni a matita che illustrassero la crescita del Superorganismo. Questa animazione è parte integrante di un’installazione complessa.

simona Koch 6

Filippo Lorenzin: Tu recentemente, con il suo Borders (2010) (http://www.en-bloc.de/en/borders) hai toccato anche questioni di natura geopolitica. Questo progetto offre un’interessante connessione fra la rappresentazione del mondo e le modalità espressioniste della resa di quest’ultimo – più precisamente, la modalità del disegno a matita. Potresti dirci com’è nato questo progetto? C’è qualche aspetto su cui vuoi porre l’accento?

Simona Koch: Con la serie Borders mostro lo spostamento dei confini nazionali in varie zone del mondo. Avevo già in mente questo progetto molto tempo prima di iniziare a lavorarci – e trovare le mappe giuste di tempo ne ha richiesto davvero tanto. Allora ero molto affascinata dai comportamenti dei vari organismi e dalle similitudini nel modo in cui interagivano con l’ambiente.

Penso che Borders mostri aspetti interessanti della razza umana, per la sua visuale dall’alto e per la sua scala temporale diversa, che rende l’osservazione simile a quella di insetti o microbi. Borders rappresenta la tragica assurdità e l’insita instabilità delle nazioni, ricalcando un processo che si ripete sempre e ovunque: gli organismi reclamano sempre i territori come propri. Prendendo le distanze diviene evidente come la storia crudele di guerra e spostamenti di frontiera sia in realtà uno schema volto alla territorializzazione.

Filippo Lorenzin: Human Fabric (2015) (http://www.en-bloc.de/en/human-fabric) ed Essentia (2008) (http://www.en-bloc.de/en/essentia) sono per certi versi simili a Borders: partono da basi di natura scientifica ma il risultato finale è molto espressivo e intimo. Mi pare di vedere, nella tua ricerca, una tendenza ad avvicinare questioni scientifiche e vita privata, ma forse mi sbaglio.

Simona Koch: I progetti a cui ti riferisci hanno in effetti dei punti in comune. Con Human Fabric lavoro sulla rete genealogica invisibile che tiene insieme l’umanità, come fosse una sezione del “micelio umano”. Essentia è invece un’installazione in cui vengono proiettati a video atti e avvenimenti essenziali della vita, come la mietitura, il nutrirsi, il dare alla luce un figlio, l’interagire con altre forme di vita e così via.

Molti dei miei progetti ruotano intorno al concetto che singole azioni ed eventi possono essere visti diversamente da un punto di osservazione più alto. Sono affascinata dall’idea che tutto sia collegato e attraverso i miei lavori rendo questi processi e questi schemi, invisibili eppure essenziali, finalmente tangibili.

Per tornare alla tua domanda, non intendo avvicinare temi di natura scientifica alla vita privata, ma lavoro su alcuni di questi per il legame che hanno con interrogativi essenziali e meravigliosi.

simona Koch 7

Filippo Lorenzin: A cosa stai lavorando in questi mesi? Quali sono i piani per il 2016?

Simona Koch: In relazione al progetto Human Fabric, sto trasponendo le informazioni sulla mia genealogia in un’opera scultorea. La tecnica che sto utilizzando è quella del macramè a spirale. Al momento le sue dimensioni sono 4x4x3 metri, con 10.000 metri di corda di sisal che tengono insieme circa 500 entità individuali.

Questo albero genealogico – che più che un albero, è una “siepe”- affonda le radici indietro nel tempo, ma si diffonde anche orizzontalmente, in tutte le direzioni. Teoricamente potrei includere chiunque in questa rete di relazioni, se solo avessi prove di un qualche collegamento fra la persona e me. Di recente ho ricevuto alcune informazioni per nuovi collegamenti in questa “siepe genealogica”, perciò nei prossimi mesi sarò davvero molto impegnata.