Quale potrebbe essere un modo per identificare a che livelli il digitale influisce sull’ambiente circostante? Quali potrebbero essere gli approcci più corretti per progettarlo? Per scoprirlo, esamineremo quattro concetti chiave che sottendono i fenomeni algoritmici, computazionali e massivamente distribuiti. Nel testo che segue rifletteremo sulle affermazioni dei teorici contemporanei sulle conseguenze materiali della computazione. I quattro concetti chiave sono i seguenti: “Active form” (Keller Easterling, “Extrastatecraft”, 2014) “soft thought” (Luciana Parisi, “Contagious Architecture”, 2013) “layer” (Benjamin Bratton,“The Stack”, 2016) e “metaphore”.

Active form

In gran parte del suo lavoro, Keller Easterling sostiene la progettazione della “active form”, forma attiva. In particolare nel suo libro “Extrastatecraft” (Easterling, 2014), descrive come la forma attiva stia già esercitando importanti cambiamenti sulla forma urbana. La forma attiva genera oggetti ripetibili ovunque nel mondo.

Easterling dà più peso alla forma attiva che a quella oggettuale, che è quella con cui gli architetti sono più in sintonia. L’autrice sposta l’attenzione sull’importanza della performance dello spazio infrastrutturale (leggi, norme, ottimizzazioni nella produzione di spazio) e sul potere insito nel lavoro con o sulla forma attiva, ovvero un software urbano che agisce sullo spazio urbano, non sull’hardware del computer.

Gli algoritmi di cui parla Easterling sono contenuti sia nelle norme che nelle leggi urbanistiche, nella legislazione statale di libero scambio e nei piani generali per la “city in a box”, nei software di modellazione 3D che interpretano questi piani generali e nell’estetica dei progetti architettonici. La performance algoritmica dello spazio non riguarda la costruzione di una singola casa, ma “un protocollo o un software spaziale non digitale che dia una forma e generi l’attività edilizia” (Easterling, 2012a loc. 150). I prodotti spaziali sono il risultato di azioni algoritmiche sullo spazio.

La forma attiva è l’entità che determina e produce i bit fisici delle nostre città. Agisce nello spazio ed è guidata da algoritmi di ordine superiore, come ad esempio l’incentivazione urbanistica. L’importanza di progettare una forma attiva sta nella premessa che la maggior parte degli edifici di oggi non sono concepiti attraverso un attento processo di progettazione da parte degli architetti, ma siano la riproduzione di progetti mediocri che hanno già avuto successo altrove.

Per Easterling, concentrarsi sulla forma attiva è un modo per “svincolare” i nostri occhi dagli edifici e concentrarsi sulla performatività delle infrastrutture da una prospettiva politica e spaziale, offrendo un’unica comprensione delle complessità coinvolte nella relazione tra il tessuto urbano e le telecomunicazioni.

Personificazione

Come potremmo personificare la forma attiva? Easterling ci offre alcuni consigli spiegando cosa la forma attiva può fare. Essa può creare forme oggetto: “La forma attiva potrebbe associarsi e azionare la forma oggetto, determinando come si accorderà con il potere di viaggiare attraverso la cultura, raddoppiando le possibilità progettuali con ulteriori metodi modalità di autorialità, poteri a rilascio graduale ed effetti a cascata.” (Easterling, 2012a loc 293).

Con quali mezzi la forma attiva agisce sullo spazio? La forma attiva determina quindi la forma oggetto, ma è più generica di quest’ultima: “le forme attive […] potrebbero spingersi oltre il sito architettonico convenzionale.” (Easterling, 2011). È un software oggetto essa stessa: “le forme attive, come i software, sono una forma per gestire le forme.” (Easterling, 2012b, p. 62). Secondo Easterling gli architetti potrebbero gestire questo modo di considerare l’architettura e dedicarsi alla progettazione della forma attiva, piuttosto che lasciare che venga determinata da processi invisibili che risultano dalle interazioni tra legislazione e incentivi economici.

Come si diffonde la forma attiva? Tramite la legislazione e la razionalizzazione dei mezzi di costruzione. La forma attiva determina la forma oggetto in modo tale da rendere l’architettura più facilmente redditizia. La combinazione di incentivi alle imprese sotto forma di una riduzione delle tasse, e la disponibilità della “city in a box”, progetti urbani generici facilmente applicabili in qualsiasi parte del mondo, permettono alla forma attiva di agire su scala globale.

Quanto è totalizzante la forma attiva? Easterling descrive gli edifici notevoli come “sassi nell’acqua”. Il resto è l’acqua, ed è sempre più plasmato dalla forma attiva. Essa è quindi in procinto di diventare la principale fonte di decisioni estetiche e strutturali nella creazione dell’architettura futura. Il suo effetto sulle città esistenti è limitato all’organizzazione di infrastrutture appena implementate e alla redditività economica che deriva dalla conservazione delle vecchie strutture urbanistiche.

Soft thought

Luciana Parisi introduce “Contagious Architecture” (2013) per descrivere lo spazio digitale fatto di incertezza e incalcolabilità. Quest’ultima, spiega Parisi, è propria del calcolo. L’autrice sostiene che probabilità, casualità e complessità siano gli aspetti più importanti e interessanti dei processi computazionali. L’interessante punto di vista di Parisi sugli algoritmi non li vede neutrali, ma nemmeno totalmente deterministici: essi sono concreti, indivisi; entità discrete contenenti l’infinito e permeate di casualità.

Il concetto più importante di Parisi in questo testo è la nozione di “soft thought”, pensiero soffice, che deriva “dall’immanente infiltrazione di dati incalcolabili nella programmazione digitale” (Parisi, 2013, p. XVII) che ancora non ha spiegazione. Venendo da un percorso di studi culturali e di teoria critica dei media, Parisi usa l’architettura per parlare di processi computazionali.

L’architettura non si riferisce necessariamente alla costruzione di edifici, bensì a una visione sistemica di processi di creazione e organizzazione che lei ritiene contagiosi. Parisi vede l’architettura digitale come “già coinvolta nella costruzione di esempi di pensiero spaziale” (Parisi, 2013, p. 175). Il pensiero soffice è un mezzo per trasmettere questa visione indeterminata dei processi itrecciati delle architetture digitali e fisiche.

Personificazione

Fare speculazioni sull’acquisizione di una prospettiva non umana da parte del pensiero umano porta a concetti che sono in grado di spiegare la presenza di una grande quantità di indeterminazione (Parisi, 2013, p. 55). Questo approccio congetturale va nella direzione opposta rispetto all’articolazione dell’urbanistica attraverso i processi computazionali proposta da Easterling (tecnologie spaziali infrastrutturali che strutturano la forma urbana come un software).

Il calcolo non è soltanto un’altra funzione della ragione e gli algoritmi non possono essere ridotti ad una mente umana e ad un sistema senso-motorio. Il pensiero soffice è costituito da transizioni tra entità spazio-temporali. Con quali mezzi  il pensiero soffice agisce nello spazio? Il pensiero soffice è contemporaneamente un processo creativo e analitico. Tutto il design digitale è, secondo Parisi, un esempio di pensiero soffice, una modalità di pensiero che è effettivamente “una forma di esperienza immanente” (Parisi, 2013, p. 174).

L’architetto non sta cercando di esplorare e spiegare gli effetti del pensiero soffice attraverso la traduzione di codici digitali in forma concreta o visiva (o qualunque altra forma sensoriale): “Il numero non deve produrre qualcosa […] per essere considerato come un oggetto estetico” (Parisi & Portanova, 2011). Come Easterling, Parisi sostiene che la forma architettonica e le infrastrutture urbane siano programmate dalla “spazio-temporalità digitale”, costruita dagli algoritmi.

Il pensiero soffice tuttavia non può essere “ridotto alle nuove esperienze fenomenologiche spazio-temporali.” (Parisi, 2013, p. 175). Queste esperienze, anticipate dalla tecnologia contemporanea, costituiscono nuove modalità di navigazione dello spazio e di percezione dello stesso, il pensiero soffice invece deve essere considerato alla luce dell’approccio mereotopologico di Alfred North Whitehead[1], un modello di connessione dal generale al particolare che descrive le entità spazio-temporali come risultato della prensione[2].

Come si diffonde il pensiero soffice? Parisi ipotizza quali algoritmi costruiscano realtà spazio-temporali. Il pensiero soffice ha lo scopo di intrecciare, connettere ed eseguire. Quanto è totalizzante? Il pensiero soffice è intrinseco al calcolo. Le quantità incalcolabili sono al centro di questa nuova logica algoritmica che il saggio si sforza di progettare. Il pensiero soffice può essere osservato in qualunque ambito in cui agisce il calcolo. Non è totalizzante in senso ambientale, come lo Stack di Bratton o la forma attiva di Easterling (che sono destinati a descrivere interazioni specifiche tra una quantità di attori e materialità), ma è contenuto all’interno di un hardware (hardware di computer o qualsiasi altra entità “pensante”). 

Che effetti ha dunque sullo spazio? In primo luogo, Parisi sostiene che il pensiero soffice agisca sull’ambiente edificato a livello di design. La forma, resa mediante processi di progettazione digitale, risente dell’incalcolabilità che lei riconosce al di là di errori e casualità in cui talvolta incorrono i suoi autori umani (architetti, artisti). Eppure, secondo Parisi, non sappiamo ancora cosa sia in grado di fare il digitale.

The Layer of The Stack

Lo Stack è una struttura ben congegnata e tecnicamente aggiornata del nomos del nostro mondo in rete e sempre più tecnocratico. Benjamin Bratton introduce lo Stack come un modo per parlare del “calcolo su scala planetaria” (Bratton, 2015). Il termine “stack” proviene dall’ingegneria delle telecomunicazioni e si riferisce all’implementazione dei software dei protocolli di comunicazione.

Il termine ben si adatta alla strategia di Bratton: riarticolare termini tecnici nel contesto più ampio dei loro effetti sul mondo. Questa riarticolazione dovrebbe svelare le poltiche insite in questi sistemi tecnici. Tuttavia, non è chiaro se Bratton le consideri come una conseguenza della flessibilità di internet o delle proprietà ingestibili in esso inscritte, che approdano poi ad un’autorità totalitaria, per tornare all’utile distinzione di Langdon Winner su come gli artefatti possano essere politici (Winner, 1980).

Accanto allo Stack, Bratton infonde un nuovo significato alla Terra, al Cloud, alla Città, all’Indirizzo, all’Interfaccia e all’Utente, che tutti insieme costituiscono i livelli del suo Stack. Le nozioni di livello e piattaforma giocano un ruolo importante in questo schema. La struttura dello Stack di Bratton è molto simile al modello di riferimento standard della suite di protocolli Open System Interconnection (OSI)[3].

Questo modello stabilisce il modo in cui i componenti software e hardware interagiscono tra di loro nelle comunicazioni di rete. Il modello definisce sette livelli di elementi funzionali, dal livello fisico fino al livello dell’applicazione. La comunicazione è regolata in modo che le decisioni riguardanti i livelli gerarchicamente più alti (es: il criptaggio dei dati) non influiscano su quelli più bassi (es: istituire un collegamento fisico) e su quelli intermedi.

Questo garantisce un’interoperabilità su scala globale indipendentemente dalle strutture interne e dalle tecnologie che stanno alla base. Con il suo particolare stile di scrittura, Bratton offre un breve resoconto di come l’ambiente in cui viviamo sia stato riconfigurato dalle tecnologie digitali (telecomunicazioni, rilevazione, tutto ciò che viene catturato, registrato e immagazzinato in modo digitale). Seguono poi sequenze che tranquillizzano il lettore descrivendo esempi di tecnologia utilizzata sia in modo positivo che negativo.

Lo Stack non è il progetto di nessuno, è una megastruttura accidentale. Bratton è interessato al modo in cui questa presenza totale: “distorce e deforma le tradizionali modalità westfaliane di geografia politica, giurisdizione e sovranità” (Bratton, 2014), sublimandosi in tutti i livelli dell’organizzazione. L’autore identifica il conflitto tra le due logiche di governance, una basata su un territorio suddiviso orizzontalmente (stati attuali) e l’altra basata su una pila verticale di livelli (di comunicazione). Al contrario del suo corrispettivo orizzontale, lo Stack è progettato per essere ricostruito. Ogni livello può essere sostituito con qualcos’altro. Tutto può essere connesso a qualcos’altro.

Personificazione

Cosa può fare un livello dello Stack, e in particolare quando è sostituibile? Dove deve essere ricercata la forza agente del livello, tenendo presente che esso non è programmato da nessuno? Per quale ragione si dovrebbe sostituire il livello Utente con qualcos’altro? Se oggi sostituissimo un filo di rame con un cavo di fibra ottica per ragioni di velocità e affidabilità della trasmissione, quale sarebbe il criterio di disfunzionalità dell’Utente?

Con quali mezzi un livello Stack agisce nello spazio? Bratton ha già trattato la possibile procedura per sostituire il livello Utente, attualmente formato da reti di utenti umani e non umani, ciascuno identificato da un unico indirizzo IP[4]. Qualunque cosa abbia un indirizzo IP è dunque un Utente? Se così fosse, Bratton immagina una sorta di “sorpasso” di questo livello ad opera di macchine programmate e intelligenti.

Se è questo il modo in cui comunicheremo con i prossimi sistemi di amministrazione (non più i governi), allora tutto ciò che è in grado di parlare il linguaggio del protocollo Internet, “l’esperanto delle macchine” come è stato definito da Tim Wu nel suo libro “The Master Switch”, potrebbe contribuire in egual misura alle informazioni e ai processi decisionali. Lo Stack in arrivo, secondo Bratton, è un killer a sangue freddo. In futuro l’intelligenza artificiale addestrata con i nostri dati odierni non sarà in grado di distinguere gli umani da altre materie. Non ci conoscerà, non gli importerà di noi. Sarà arrogante, ipocrita e totalitaria. 

Come si diffonde un livello dello Stack? Il flusso di informazioni descritto da Bratton in “The Stack” è il risultato dell’implementazione delle tecnologie di telecomunicazione (come CCTV o Internet). Lo Stack è una struttura a più livelli, questa proprietà è intrinseca di ogni organizzazione futura che utilizzi i livelli esistenti. Quando sostituiamo un livello con qualcos’altro, rimaniamo all’interno dello stesso paradigma strutturale. Presumibilmente questo di può dire della situazione odierna di sorveglianza totale e di raccolta di dati su una scala senza precedenti.

Quanto è totalizzante un livello? Un livello dello Stack trascende i limiti geografici e le suddivisioni orizzontali dello spazio, ma sembra anche trascendere lo scopo della raccolta e della conservazione dei dati. Bratton parla della probabilità di “infrangere” il cloud – che conserva tutti i dati raccolti da qualsiasi tipo di tecnologia di localizzazione. Sembra che questa attività di raccolta pervasiva non abbia limite e sembra avere già serie implicazioni politiche.

La caratteristica geopolitica di ogni livello è che si tratta di un modello generale e globale, che influenza ed è influenzato da uno specifico livello dell’organizzazione geopolitica presente in ogni parte della Terra. Mentre gli effetti della forma attiva di Easterling si limitano ai luoghi che si stanno rinnovando (costruiti da poco o ristrutturati), fenomeno più frequente in aree caratterizzate da sviluppo o ripresa economica, i livelli di Bratton sono distribuiti quanto l’infrastruttura delle telecomunicazioni.

Metaphors at work: the synthesis of identities

Ho esaminato le metafore computazionali nell’ambito dell’architettura, della teoria dei media e della filosofia. Lo scopo non era quello di offrire una panoramica completa delle teorie contemporanee, ma di fare un po’ di luce sui processi digitali più rilevanti. Questi processi coinvolgono algoritmi che operano sullo spazio, le esperienze immanenti del pensiero computazionale e la diffusione massiccia del calcolo e dell’intelligenza artificiale. Keller Easterling ha introdotto la forma attiva, parte dello spazio delle infrastrutture, che sta generando formule spaziali ripetibili in tutto il mondo.

Luciana Parisi ha presentato il pensiero soffice, che descrive l’esperienza immanente dell’architettura organizzata secondo algoritmi. Benjamin Bratton ha illustrato i livelli dello Stack, che sono allo stesso tempo sovra-spaziali e sovra-locali. L’importanza dello spazio è piuttosto ovvia nei concetti presentati poiché questi descrivono sia il cambiamento sia l’interazione con esso. Descrivono inoltre processi difficilmente qualificabili, che non sono legati ad una particolare attività (come la costruzione o la progettazione di edifici, l’interazione con le tecnologie localizzate, l’esecuzione di un algoritmo su un computer).

Il lavoro sulla personificazione dei tre concetti segue vagamente la tecnica descritta nella prima letteratura incentrata sull’utente discussa in precedenza. In questo processo di personificazione ho agito chiedendomi “cosa può fare [un concetto]?”; “come agisce sullo spazio?”; “come si diffonde?” e “quanto è totalizzante?”.

Queste quattro domande aiutano a collocare quanto detto su un livello comparabile, premette il confronto e la conversazione tra le diverse metafore computazionali. Ho osservato una certa regolarità nel modo in cui gli autori hanno descritto i loro concetti, la “direzione” che prendono le metafore.

Con il termine “direzione” mi riferisco alla distinzione che vorrei fare tra metafore che usano un processo computerizzato per spiegare il flusso di informazioni di un processo non computerizzato (es: la riqualificazione urbana) e metafore di processi naturali (es: il pensiero) utilizzate per spiegare processi computazionali o computerizzati. Negli ultimi decenni l’ampio uso di metafore computazionali per spiegare la vita e la complessità della natura umana è un trend evidente nell’ambito della ricerca genetica. Qui il DNA è interpretato come la descrizione completa di un organismo, completamente codificato in cromosomi. Rendere questo organismo simile ad un computer attraverso un minimo comune denominatore è un approccio riduttivo, così come considerare la nozione matematica di indipendenza o invarianza di un sistema come un principio assoluto e applicarlo alla vita. Il problema di questo approccio, come puntualizzato da altri ricercatori, è che non tiene in considerazione il fatto che gli organismi viventi sono fatti di questo DNA ed è quindi impossibile distinguere tra il materiale e il logico, tra hardware e software. (Montévil, Mossio, Pocheville & Longo, 2016).

Ciò che mi interessa qui è il modo in cui la metafora può essere utilizzata come metodo produttivo e stimolante per spiegare i processi naturali o artificiali. Non mi accosto quindi a queste metafore criticando la loro verosimiglianza al fenomeno, ma piuttosto la loro produttività in termini di discussione. Le metafore portano il rischio di utilizzare nozioni vaghe e poco definite per trarre forti conseguenze, come abbiamo visto nel caso del DNA, e nell’accenno alle metafore celebrali nell’intera storia della scienza. Sembra sempre che queste vogliano ricollegare il modo in cui lavora il cervello alle tecnologie moderne e più sofisticate. (Zarkadakēs, 2016). Tuttavia, la metafora può anche trasferire e arricchire il significato di una proposizione teoretica.

Le riflessioni qui presentate mettono in discussione la relazione tra lo spazio, un’entità fisica e immutabile, e il calcolo computazionale, processi di calcolo universali che producono risultati intangibili. I tre concetti (forma attiva, pensiero soffice e livelli dello stack) non sono necessariamente connessi con l’azione del digitale. Tuttavia sono i concetti con cui noi architetti e teorici dei media iniziamo ad interrogarci sugli effetti spaziali dei processi digitali.


Note:

[1]La Mereotopologia è una teoria formale delle relazioni tra parti e parti, parti, parti, parti e confini tra loro. In filosofia, è stata inizialmente articolata da Alfred North Whitehead e descrive parti che possono essere più grandi di quelle che diventano parti. L’ approccio mereotopologico di Whitehead insiste sulla spazializzazione e temporizzazione delle occasioni reali.

[2]Parisi definisce la prensione come “il processo attraverso il quale un’entità reale confronta dati infiniti attraverso la selezione fisica e/o concettuale, la valutazione, l’inclusione, l’esclusione e la trasformazione dei dati, e con il quale investe e riprogramma quindi l’attuale campo di potenzialità”. è un’azione di algoritmi (o un’altra entità preandante) che coglie l'(in)compatibilità ordinando dati infiniti.

[3]Il modello architettonico Open System Interconnection (OSI) è stato pubblicato nel 1984, e fa parte del progetto dell’Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione (ISO) di definire uno standard unificante per l’architettura di tutti i sistemi di rete.

[4]Un indirizzo IP è un’ etichetta numerica (numero a 32 o 128 bit, rispettivamente per IPv4 e IPv6) assegnata a ciascun dispositivo collegato a una rete di computer che comunica tramite il protocollo Internet (IP). L’ IP è il principale protocollo di comunicazione per la trasmissione dei datagrammi oltre i confini della rete, costruendo così Internet.