Daniela Cascella è una scrittrice italiana, ormai da tempo di base a Londra. La sua ricerca, che si è negli anni diramata fra attività critica e curatoriale, sembra gravitare attorno ad alcuni interessi costanti. Accanto a un’attenzione per il suono e la sperimentazione musicale, che caratterizza le sue attività sin dagli esordi, alcuni dei suoi progetti curatoriali si sono concentrati sulle relazioni fra suono, sito, paesaggio, testi e letteratura.

Negli ultimi anni, questi interessi sembrano invece declinati sempre più spesso attraverso la scrittura (anche se forse sarebbe meglio dire un’indagine della scrittura) che l’ha portata a tenere workshop e seminari sulla scrittura del suono e le relazioni fra scrittura e ascolto, ma soprattutto a pubblicare En Abîme: Listening, Reading, Writing. An archival fiction (uscito per Zero Books lo scorso settembre – http://www.zero-books.net/)i e, ancora più recentemente, a fondare insieme all’artista Paolo Inverni Noch – un progetto editoriale dedicato all’ascolto espanso il cui primo volume dal titolo What Matters Now? (What Can’t You Hear?) uscirà nei prossimi mesi.

En Abîme è uno di quei libri che si legge tutto d’un fiato, lasciandosi avvolgere dalla fitta trama di riferimenti, di percorsi e dalla stessa ritmica del testo. Si dipana con un andamento ricorsivo, attraverso una scrittura e un pensiero che – liberandosi di ogni ordine cronologico e di ogni divisione fra reale e immaginario – si nutre di continue digressioni e slittamenti nello spazio fisico e in quello letterario, nell’ascolto e nella lettura, intessendo una rete intertestuale attraverso fili assolutamente personali.

Come nelle scatole cinesi Daniela Cascella apre continui spazi narrativi e di riflessione attorno a momenti di ascolto, di lettura e di scrittura partendo da esperienze private, reali o fittizie. Non si tratta, però, di riportare il proprio vissuto personale sulla carta: la scrittura procede seguendo una struttura aperta e oscillando costantemente fra uno sguardo letterario, in cui l’autrice si concede all’aneddoto privato o alla fiction, e una prospettiva critica, che invece scandaglia e interroga alcune delle tematiche che sono al centro degli studi sull’ascolto o sul suono: le potenzialità della scrittura rispetto all’esperienza uditiva, la sonorità implicita della pagina stampata, la natura stessa dell’ascolto

Nel farlo, Daniela Cascella riporta in vita e ri-attualizza le pagine di autori come Gramsci, Pasolini, Calvino, Gadda, Pavese, Manganelli, Rilke o Melville e le voci di artisti come Diamanda Galas, Mika Vainio, CCCP, Steve Roden, Chiara Guidi e Mike Cooper a comporre un mosaico fluttuante o, meglio, un palinsesto stratificato e molteplice che gravita attorno alle relazioni fra suono, scrittura, luogo, paesaggio e memoria su molti livelli, ma sempre con grande freschezza e personalità, in una dimensione esperienziale. Lettura e ascolto sono indagati come strumenti di accesso a un consolidamento del “senso di luogo”, delle sue storie, delle sue memorie. La scrittura stessa può diventare paesaggio e nutrirsi di una tensione verso l’esperienza uditiva, permeata dal ricordo. Vicendevolmente, il libro tratteggia un’idea di luogo come dimensione mobile, costantemente riarticolata attraverso esperienze di lettura e di ascolto… Attorno a questi nuclei centrali, però, si irradiano numerosi altri percorsi possibili.

Nel dialogo che segue – che ha avuto luogo a Londra, in due pomeriggi dello scorso Novembre – io e Daniela abbiamo esplorato alcuni di questi percorsi e degli interessi che sono alla base del libro e della sua ricerca attuale: l’idea di testo come archivio fictional, l’andamento ritmico e “musicale” del libro, il rapporto con lo spazio, l’immanenza della dimensione sonora nei media silenziosi, l’interesse per il frammento. Ma anche la questione della lingua, l’uso dell’inglese come dispositivo per la scrittura, e le altre “incarnazioni” che la sua ricerca, nel frattempo, ha preso: i readings, il blog.

Elena Biserna: Inizierei a parlare con te di En Abîme chiedendoti di questa sorta di “urgenza personale” che sembra sottendere alla scrittura: nelle ultime pagine del libro parli di una necessità di “legare insieme i pezzi”, ma questo senso di urgenza pervade tutto il libro. Da dove nasce En Abîme?

Daniela Cascella: Penso che En Abîme sia nato anche come reazione al sovraccarico di testi accademici usciti negli ultimi anni e che mi hanno accompagnato nelle mie ricerche. Sapevo di voler scrivere, avevo una serie di materiali, ma il grande nodo che non riuscivo a sciogliere era “come” scrivere. Non mi riconoscevo in un tipo di scrittura accademica e non pensavo di avere molto da aggiungere in quella direzione. L’unica strada per attraversare le idee e i materiali che, in anni di ricerca, avevo accumulato è stata quella di ribaltare completamente il discorso e offrire una serie di esperienze da un punto di vista privo di pretese, di teoria, di visioni totalizzanti e, allo stesso tempo, di riuscire a farlo lasciando tutta una serie di aperture, lasciando emergere una sorta di vulnerabilità. En Abîme non è una biografia, ma è piuttosto uno strumento narrativo che mi permette di creare uno spazio vulnerabile in cui altre persone si possono affacciare.

Elena Biserna: Nelle prime pagine, definisci il libro come “un’accumulazione di momenti personali di scoperta nell’ascolto, nella lettura, nella scrittura”ii. Sia questo processo accumulativo, sia questo senso di apertura lasciata al lettore di cui parli, mi ricordano – anche se con modalità e con esiti completamente diversi – anche l’approccio alla scrittura che avevi adottato in Scultori di suonoiii.

Daniela Cascella: Scultori di suono è un libro molto diverso perché, in gran parte, era costituito da articoli già pubblicati su Blow Up, la rivista con cui collaboravo, ed è quindi basato su un lavoro di montaggio e integrazione che mi era stato richiesto dall’editore. In En Abîme c’è molta più finzione: il libro si colloca in un’area indefinita fra ciò che veramente è accaduto, ciò che invece ho pensato, ciò che ho solo immaginato. Alla base di questo libro c’è un forte interesse per il frammento, un discorso che ora sto portando ancora oltre. Mi trovo molto bene a lavorare nella dimensione del frammento: cucendo frammenti assieme, facendoli lavorare per somme, lasciando anche dei silenzi, degli spazi bianchi… Se avessi disegnato io questo libro ci sarebbero stati molti più spazi bianchi, avrei lavorato anche in modo visivo per enfatizzare questa dimensione!

Elena Biserna: Sì, è vero, i due libri sono diversissimi, ma mi sembra che in entrambi ci sia questa volontà di disegnare, quasi, i contorni – di una scena artistica e musicale in quel caso, e della pratica della scrittura in questo – ma senza alcun tentativo di “incasellarla” o darne una ricostruzione lineare e onnicomprensiva.

Daniela Cascella: È proprio la pratica della scrittura a interessarmi sempre di più. Alla base di En Abîme c’è anche la volontà di tornare in certi luoghi, di accedervi da angoli diversi e tramite media diversi: pensare alla pittura, al film, alla letteratura… Anche in questo caso, si tratta di un modo per prendere le distanze da tutta una serie di discorsi che trattano il suono come una specie di “alieno” rispetto agli altri linguaggi. Volevo allontanarmi dalla dimensione sonora per ritornarci dopo aver attraversato tutte le altre dimensioni e lasciare che tutto si interpenetrasse.

Elena Biserna: Da questo punto di vista, mi sembra che non avresti potuto trovare un titolo più azzeccato di En Abîme: il libro è una catena continua di riferimenti intertestuali. Mi piace molto anche il sottotitolo – An archival fiction – che sembra rimandare a un’idea di archivio come costellazione di frammenti ri-arrangiabili, per così dire, come raccolta di documenti che vengono non solo reinterpretati, ma anche vissuti e rivissuti…

Daniela Cascella: L’idea di archivio è spesso legata alla fissità e alla permanenza: un’idea a cui io non riesco a credere. Non penso all’archivio come ad un luogo fantomatico dove tutto rimane uguale a se stesso per sempre. Per questo ho voluto giocare mettendo insieme archivio e fiction. Per me l’archivio esiste nei mille modi in cui lo si smonta, lo si ricostruisce, lo si vive, lo si erode… L’idea di archivio è anche molto legata al potere e al diritto di accesso e questa è una questione che mi interessa molto. Quindi sì, forse in modo un po’ celato, ma c’era l’intenzione di parlare dell’archivio come di qualcosa che si sposta, che cambia, che viene inventata… Nel libro ci sono lettere, cartoline, documenti che vengono portati in superficie, ma questo non significa che esistano davvero… Mi piace che rimanga un senso di sospensione e che ogni lettore decida se quella cartolina è mai stata scritta, se quel libro davvero esiste…

Elena Biserna: … E, forse, che questi elementi che fanno parte del tuo archivio emergano tramite la tua esperienza.

Daniela Cascella: Sì, altrimenti si tornerebbe a quella chiusura dell’archivio che volevo tanto evitare. Questa ambiguità è invece funzionale al mio metodo di lavoro, di pensiero e di smontaggio e rimontaggio delle cose.

Elena Biserna: Un altro elemento che mi pare molto legato a questo metodo di “montaggio-smontaggio” di cui parli è la “ritmica” del libro. Si tratta di un testo con un andamento quasi musicale, con un continuo ritorno di frasi lievemente modificate, di luoghi, autori e immagini che punteggiano il testo e creano un gioco di echi e rimandi interni conferendo al libro una struttura molto ritmica.

Daniela Cascella: Uno dei punti chiave alla base del libro era esattamente quello di creare una “struttura portante” su cui montare i vari frammenti. Questo è un aspetto su cui ho lavorato tantissimo. C’è tutto un gioco di combinazioni, un lavoro anche molto spaziale e visivo, alla base di questo “ritmo”, come lo definisci: avevo un tavolo con tutti questi fogli che montavo e smontavo spostando i paragrafi, i capitoli e organizzando i materiali in maniera quasi speculare. L’idea era proprio quella di trovare una struttura che rimanesse invisibile, ma che mi consentisse di tenere insieme tutto e di giocare con i silenzi, con le pause, con gli spazi e con i frammenti…

Elena Biserna: È molto interessante come un libro che affronta la questione della scrittura del suono possa assumere, a sua volta, una struttura quasi musicale.

Daniela Cascella: Sì, non era mia intenzione scrivere uno stream of consciousness ma, al contrario, lavorare in modo molto controllato e strutturato. Inizialmente c’è stata una specie di perdita di controllo perché gli elementi da connettere e agganciare erano tanti e si espandevano ulteriormente man mano che leggevo… Quindi c’è stata una espansione della ricerca e dei materiali che poi è confluita nella struttura finale.

Elena Biserna: Forse la cosa che mi ha colpito maggiormente è il rapporto con lo spazio, in particolare la città di Roma, che è protagonista del libro. Roma viene “dipinta” attraverso una oscillazione e sovra-impressione costante di storie reali e immaginarie, di riferimenti letterari che si mescolano alla tua esperienza personale rovesciata nella carta, trasgredendo ogni limite temporale. Segui le tracce di scrittori che hanno fatto di Roma la loro sede temporanea e, nell’attraversare la città, li riporti in vita per noi. Oppure ripercorri gli spazi attraverso le parole di altri scrittori… C’è questa sovrapposizione e stratificazione fra la tua esperienza dello spazio e la tua esperienza della parola scritta legata a quello spazio. E di conseguenza anche la nostra…

Daniela Cascella: Sì, è vero. Una parte della struttura di cui abbiamo parlato è proprio realizzata tramite capovolgimenti: ci sono delle parti del libro in cui ho letteralmente ripreso e un pezzo, l’ho capovolto e ne ho riscritto un altro sulla falsariga… Quindi questa dimensione “sotterranea” e stratificata mi interessa tantissimo.

Un altro livello a cui ho molto pensato riguarda domande come: cosa significa essere autentici? Dove teniamo tutti questi strati di letture e di ascolti nella nostra vita? Cosa porta alla trasformazione di tutto questo accumulo in qualcos’altro? Dove sta lo scarto? Tante domande su cosa ti definisce, cosa ti differenzia, come muoversi in tutto questo. Oggi, per il modo in cui siamo costantemente immersi in stimoli visivi o testuali, siamo tutti funzione dei nostri archivi, in un modo o in un altro… Quindi era anche un modo di pensare alla vita in una città con tutte le stratificazioni di questo tipo. Di base c’era la volontà di scrivere attorno a tutta una serie di altre scritture. Di fronte a questo mare di riferimenti, la decisione fondamentale era scegliere dove mettere delle cornici (ritornando anche al titolo, En abîme). Cosa selezionare dal mio archivio per comunicare a mia volta col lettore?

Kenneth Goldsmith sostiene che ormai non c’è più bisogno di scrivere e che, invece, dobbiamo solo editare e rimettere le cose assieme. Ci sono molti artisti e scrittori che lavorano in questo senso, a un livello molto più radicale di quello che ho fatto io. Credo che questa, oggi, sia da considerare come una vera e propria posizione nella scrittura, anche rispetto ai modi in cui possiamo scrivere del suono. In En Abîme c’è anche una forte volontà di riportare alla luce una serie di scritture che spesso non vengono frequentate. Il mio lavoro, così, diventa un mezzo di trasmissione per altre voci.

Elena Biserna: … Una pratica policorale… Proprio in relazione a questo, nel libro citi Giorgio Manganelli e la sua visione della letteratura come “riorganizzazione di elementi pre-esistenti rimodellati organizzandoli nel tempo presente”iv.

Daniela Cascella: Ci sono tutta una serie di voci, fra cui Manganelli, che volevo veramente riportare in superficie. È un libro scritto da un’italiana a Londra e, quindi, da una persona che si rende conto che i riferimenti culturali rispetto al nostro paese sono spesso di un certo tipo. Per questo, la scelta dei riferimenti è un tentativo consapevole di riferirsi a cose meno frequentate: ad esempio, se c’è Pasolini non è quello del cinema, ma quello della poesia, che qui conoscono in pochi… Mi parlavi, prima, di contesto. Questo è un libro collocato: è il frutto di una persona che vive in un determinato momento storico, in una determinata città, venendo da un altro luogo.

Elena Biserna: Un’altra dimensione che mi interessa molto è quella del percorso, del camminare. La relazione fra cammino e letteratura ha una lunga tradizione: dal flâneur, ai surrealisti, ai situazionisti e così via. Nel libro parli proprio di “deambulazione” come metafora per il tuo approccio allo scrivere del suonov. Mi chiedevo se, secondo te, la dimensione del percorso potesse essere assimilata, oltre che al processo della scrittura, anche all’ascolto e in che modo.

Daniela Cascella: Quando parlo di “deambulazione” faccio riferimento a un testo di Bruno Latour sulla relazione fra l’astrazione della mappa e l’esperienza del territorio. Latour afferma che essere nella foresta e guardare la mappa della foresta non possono rendere l’esperienza della foresta quanto stare in mezzo a queste due cose e, quindi, avere una mappa, ma perdersi e andare incontro a delle cose sbagliate. Nel libro uso questo testo come strumento per provare a pensare all’ascolto e a come non sia necessario avere delle direttive o delle prescrizioni su come ascoltare un concerto, un evento sonoro, un’opera… Inevitabilmente ognuno di noi ha le sue mappe, ma inevitabilmente c’è anche una deambulazione, una navigazione dentro al lavoro.

Elena Biserna: E poi questa dimensione della memoria che viene riattivata nel momento di ogni lettura, nel momento di ogni ascolto, nel momento della scrittura…

Daniela Cascella: Il libro è molto legato al tentativo di lavorare guardando avanti, non di ripiegarsi in modo nostalgico all’indietro. Si tratta di far rivivere tutti questi materiali oggi e ancora oltre. È un libro esperienziale, nato in relazione a tutta una serie di stimoli raccolti in un determinato momento… Se lo dovessi scrivere oggi porterei dentro altre cose.

Elena Biserna: … Si tratta di “riattualizzare”, anche le tue esperienze uditive, e riviverle nel presente attraverso la scrittura…Mi piacerebbe entrare un po’ più nel dettaglio delle tre pratiche che sono al centro del libro e strettamente collegate: la lettura, l’ascolto, la scrittura. Partiamo dalla lettura: nel libro ne parli in termini di “vocalizzazione”, di ri-articolazione individuale della parola scritta, descrivendo la “texture” e la sonorità implicita della pagina stampata che riemerge attraverso il processo di lettura individuale.

Daniela Cascella: Da questo punto di vista un punto di partenza è stata la riflessione aperta dal libro di David Toop, Sinister Resonance, su come la dimensione sonora o audio possa appartenere anche ai media “silenziosi”vi. Però, piuttosto che raccogliere una serie di opere o scrittori in cui emerge questa sonorità implicita della scrittura, volevo che questa dimensione non venisse solo descritta, ma si appropriasse della pratica della scrittura stessa. Allo stesso tempo, volevo conservare l’approccio critico e, quindi, collocarmi a metà fra una vocazione critica e una poetica. L’idea era proprio di fare in modo che la scrittura venisse modellata da questa idea di sonorità, non come teoria, né come oggetto da illustrare, ma come qualcosa di immanente.

Elena Biserna: Rispetto alla relazione fra suono e scrittura, descrivi la mancanza della parola nei confronti dell’esperienza sonora, l’impossibilità del loro incontro, usando un’immagine matematica, quella dell’“asintoto”vii.

Daniela Cascella: Sì, una domanda fondamentale è: come esiste la scrittura nei confronti dell’esperienza dell’ascolto? Cosa può dare e cosa può togliere? Si tratta di due universi completamente diversi che, appunto, tendono l’uno all’altro senza mai raggiungersi. Questa riflessione è nata dal pensare a come, a volte, alcuni modi di scrivere o di fare giornalismo siano a tal punto standardizzati da mettere un velo, quasi un argine, attorno all’esperienza dell’ascolto. Il mio tentativo è quello di pensare a come la scrittura possa aggiungere qualcosa all’esperienza uditiva, piuttosto che descriverla, e portare le persone al suono, invece di tenerle distanti, nella consapevolezza della loro diversità. Pensare a come la scrittura – come elemento a sé stante e con la sua autorevolezza – possa stare sullo stesso piano di pregnanza della musica, dell’opera sonora, piuttosto che esistere come surrogato, come documento… È uno sforzo di pensiero, mi rendo conto, ma a volte sforzarsi di fare una cosa, anche senza realizzarla, può aiutare il pensiero a raggiungere altri livelli…

Elena Biserna: È una tensione, certo… La parola “asintoto” ci conduce esattamente in questa direzione…

Daniela Cascella: Sì, è un punto che trovo sempre difficile articolare compiutamente ma con cui credo sia utile continuare a scontrarmi. Penso che, in parte, derivi anche da esperienze personali, dal fatto che le mie prime relazioni con la musica, vivendo in un paese piccolissimo, siano sempre avvenute tramite il giornalismo, tramite la lettura di articoli o recensioni. Per cui probabilmente c’è anche un mio pregiudizio esperienziale verso quella dimensione… Non credo potrei farne una teoria! Però perlomeno ha funzionato per questo progetto.

Elena Biserna: Fra l’altro, nel libro parli con molta chiarezza di questo rapporto di vicinanza che cerchi col suono, con la musica, usando l’espressione “scrivere addosso”.

Daniela Cascella: Sì, in quella parte del libro cerco di articolare proprio questa riflessione. Non credo di aver raggiunto una formula limpida… Si tratta di una serie di tentativi di esprimere questo continuo inseguirsi, sempre sfiorarsi e mai sovrapporsi delle parole con l’ascolto

Elena Biserna: Forse era Roland Barthes a dire che, rispetto alla musica, il linguaggio si trova spesso “disarmato” e si rifugia nell’aggettivo, che è la categoria più descrittivaviii.

Daniela Cascella: Sì, da una parte il rischio è quello di considerare la musica come qualcosa di sfuggente e irraggiungibile, mentre, dall’altra parte, il pericolo è che le parole siano talmente familiari da diventare trasparenti. Invece mi interessava riattivare una funzione della scrittura: quella dell’inseguimento. La questione dell’aggettivo è interessante: penso si debba pensare alla scrittura non più come aggettivo, ma come verbo, e quindi allo “scrivere il suono”.

Elena Biserna: Vorrei tornare sulla questione della lingua: leggendo il libro da italiana mi ha colpito molto la tua (riuscitissima) traduzione di esperienze, ricordi, memorie così legate ad una “atmosfera” e a un retroterra culturale “nostrano” nella lingua inglese. La traduzione è una questione con cui mi scontro ogni giorno, per cui mi chiedo: quanto la lingua in cui si scrive condiziona la “messa in carta” delle proprie esperienze, specialmente se relative all’ascolto?

Daniela Cascella: C’era l’intenzione di forzare entrambe le lingue e creare questa terra di nessuno. Volevo concedermi al gesto della scrittura piuttosto che farmi paralizzare da criteri e parametri prestabiliti e da standard linguistici. Esplorare l’impossibilità di essere puri e perfetti. Volevo vivere questa esperienza nel suo farsi, nel suo essere; e, soprattutto, nel suo essere comunque voce. Adottare una scrittura un po’ sporca, un po’ scivolosa, non sempre “a tono”. Non avrei mai potuto scrivere questo libro in italiano!

Alla base di tutto questo ci sono anche una serie di riflessioni sull’“io” slegato dalla lingua – un “io” che abita una lingua che non è quella madre – e sui gradi di distanza che si possono raggiungere quando ci si colloca in un altro suono, in un altro linguaggio. Rientrano in questo discorso anche tante riflessioni sull’etnografia, sull’“auto-etnografia” e, quindi, la scrittura di una cultura che è altra… C’è questo libro di James Clifford intitolato The Predicament of Culture che in italiano è stato tradotto con I frutti puri impazziscono – una citazione di una poesia inclusa nel testoix. Clifford è un etnografo ma anche uno studioso di culture. In questo testo, parte dall’etnografia surrealista e dalla letteratura per affrontare il tema dell’inesistenza di un “sè autentico” nello scrivere e mostra come, spesso, anche lo sguardo etnografico sia passibile del difetto di pensare alle culture “altre” come se fossero uniche e immodificabili, quando invece ci sono sempre delle contaminazioni… Tutto il libro parla di questo scivolare delle categorie e dell’impossibilità di pensare a un artefatto culturale come a qualcosa di isolato e puro. Questo saggio mi ha aiutato a ripensare alla mia collocazione culturale “estranea” e all’impurità nella forma e nei riferimenti come ad una possibilità.

Elena Biserna: Quindi l’uso dell’inglese è stato anche un dispositivo per la scrittura…

Daniela Cascella: Quest’estate mi sono ritrovata, per la prima volta dopo anni, a scrivere un testo in italiano e mi sono scontrata con una tensione all’essere iper-precisa e controllata che non voglio più avere! Credo che la lingua inglese sia lo spazio giusto per quello che voglio fare…

Elena Biserna: … Quindi non possiamo aspettarci una traduzione italiana!

Daniela Cascella: No… Anzi, guarda, forse sì. Mi piacerebbe che il libro venisse tradotto, ma non da me. Io non potrei, ma se qualcuno volesse farlo, anche riscrivendo completamente il libro e usandolo come una sorta di “spartito”, ne sarei felice! Mi interessa molto il discorso della traduzione come deriva. C’è un saggio di Walter Benjamin che si intitola “The Task of the Translator” e parla dell’impossibilità e, allo stesso tempo, dell’inevitabilità della traduzione…x Parla della “after-life of a text”, “la vita dopo la morte del testo”, che però è un’altra vita…

Elena Biserna: Questa idea della “vita seguente” del testo mi fa venire in mente anche un altro aspetto che stai portando avanti: la dimensione del reading. Qual è la differenza fra leggere e “ascoltare” un libro, in particolare il tuo libro?

Daniela Cascella: È interessante che tu mi abbia chiesto questa cosa perché è una dimensione che è nata all’improvviso da quando ho iniziato a presentare En Abîme e che non avevo mai contemplato prima. Ogni volta che faccio un reading mi ritrovo a cambiare il testo, a utilizzare il libro come “script” e, anche se è una cosa nata un po’ per caso, ora è diventata una scelta consapevole. Penso che il libro debba essere in movimento ed erodersi diventando anche altro! La lettura pubblica conferisce un altro strato al progetto, che è ogni volta diverso. È una dimensione che sto portando avanti anche per i miei progetti più recenti che ancora di più sono legati all’idea di frammento… Fino a qualche mese fa avevo un problema: questi frammenti sono tutti relativi ad uno stesso progetto, ma non capivo come potessero esistere insieme sulla pagina. Poi mi sono trovata a leggerli e mi sono accorta che è proprio questo il momento di sintesi… Mi sono resa conto che quello che pensavo potesse essere un altro libro, funziona meglio come “score”!

Elena Biserna: Un’ulteriore “altra vita” di questo progetto è il blog: inizialmente pensavo vi fossero pubblicati degli estratti del libro, mentre poi mi sono resa conto che si tratta di testi che ruotano attorno a En Abîme ma che sono altri materiali.

Daniela Cascella: Sì, è vero, ci sono solo due o tre frammenti del libro… Ma, come dici tu, il blog è parte di questa stratificazione. Il libro è pubblicato ma mi rendo conto che il progetto non è finito! Inevitabilmente il mio modo di lavorare non può confluire in un unico formato. Sto anche pensando di provare a portare in vita tutti questi materiali in una dimensione live, performativa, attraverso musica, frammenti di video e di testo… Ma è ancora un’idea molto vaga.

Elena Biserna: Il libro ha una struttura molto aperta e queste diramazioni gli conferiscono altrettante ulteriori aperture. Questo lascia pensare che la tua ricerca su scrittura e ascolto sia da considerarsi in progress e che, quindi, possa avere altre vite, anche molto lontane dalla forma libro. Qual è, invece, la relazione fra scrittura e pratica curatoriale? Mi sembra particolarmente interessante, soprattutto rispetto alla tua modalità di scrittura.

Daniela Cascella: Sì, direi che è avvenuta una perfetta transizione. Ho deciso di abbandonare la curatela di progetti “nello spazio”, ma penso che questo tipo di scrittura si avvicini al curare una collezione, un archivio, e all’immaginare correlazioni fra elementi diversi. In questo, se vogliamo, ritorna in gioco l’aspetto curatoriale, ma mi trovo molto più a mio agio nella scrittura, da ogni punto di vista: dagli aspetti pratici all’impegno, dai materiali fino alla ricerca. Penso che questa sia la strada da proseguire: lavorare a partire dai materiali per riorganizzarli e farne qualcos’altro.


http://www.danielacascella.com/

http://enabime.wordpress.com/

http://www.zero-books.net/books/en-abme-listening-reading-writing-an-archival-fiction


i – Daniela Cascella, En Abîme: Listening, Reading, Writing. An archival fiction (Winchester-Washington: Zero Books, 2012).

ii – D. Cascella, En Abîme, 32.

iii – Daniela Cascella, Scultori di suono. Percorsi nella sperimentazione musicale contemporanea (Camucia, AR: Tuttle, 2005).

iv – D. Cascella, En Abîme, 68.

v – Ivi, 90.

vi – David Toop, Sinister Resonance. The Mediumship of the Listener (New-York-London: Continuum, 2010).

vii – D. Cascella, En Abîme, 86. L’asintoto, in matematica, è una retta che si avvicina alla funzione senza mai toccarla, la tangente all’infinito della funzione.

viii – Roland Barthes, La grana della voce: interviste 1962-1980 (Torino: Einaudi, 1986).

ix – James Clifford, The Predicament of Culture. Twentieth-Century Ethnography, Literature, and Art (Cambridge: Harvard University Press, 1988).

x – Walter Benjamin, “The Task of the Translator”, in Illuminations (London: Cape, 1970).

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