“Coloro che ricercano le origini più veritiere della danza, ti direbbero che essa nacque contemporaneamente alla prima origine dell’Universo e che apparve insieme all’antico Eros; per esempio il movimento circolare degli astri, l’intreccio dei pianeti con le stelle fisse, l’euritmico rapporto e la regolata armonia che li governa, sono la prova dell’esistenza primigenia della danza[1]

 L’urgenza post antropocentrica degli ultimi anni spinge la ridiscussione del Giudizio verso l’apertura a forme pre razionalistiche (pre-kantiane, pre-cartesiane) di conoscenza del Mondo. Lo storico e filosofo dei media Sean Cubitt propone un ritorno agli Antenati – ovvero ai saperi archetipici universali – la cui conoscenza non è più legata ad un rituale personale e collettivo diretto di conservazione della memoria, ma è demandato alle macchine, dentro le quale li immagina, metaforicamente, racchiusi, imprigionati.[2]

Dall’Africa alla Grecia, all’Asia, alle Americhe, attraverso lo studio delle quattro principali proporzioni (geometrica, aritmetica, armonica e aurea), la scienza dei nostri Padri ha istituzionalizzato nei millenni i codici di “misurazione” delle armonie della natura, del micro e macrocosmo.

La danza ha rappresentato nelle culture antiche uno strumento principe per il contatto, il dialogo, la conoscenza del sacro, inteso come altro-da-sé razionalmente incommensurabile. Non sembra un caso che il 18 giugno 2004 una grande statua alta 2 metri, raffigurante Shiva Nataraja, il Danzatore Cosmico che rappresenta l’energia eterna mentre crea e distrugge l’Universo, venne donata al CERN di Ginevra dal governo indiano.[3]

Partendo da queste e molte altre suggestioni, è stata sviluppata Dökk, la nuova live-media performance di fuse*: una narrazione immersiva multimediale – la cui premiére italiana è prevista per sabato 3 febbraio al Teatro Testoni di Bologna, in occasione della notte bianca dell’arte e all’interno della programmazione organizzata e promossa per l’occasione da CUBO Centro Unipol Bologna.

L’opera racconta un viaggio nell’inconscio, interpretato dalla danzatrice Elena Annovi, alla costante ricerca di un equilibrio tra luce e buio; attraverso una sequenza di dieci stanze/ambienti digitali in successione, è un percorso composto da universi che si materializzano nello spazio e nella mente e che subito si dissolvono, secondo un ciclo in cui la fine coincide con un nuovo inizio.

Dökk è una parola islandese che significa buio, riferimento a quelle culture in cui l’assenza di luce viene interpretata come metafora della vita terrena e della percezione della realtà, intesa come ombra di una luce che non si può vedere, ma di cui si può solo intuire l’esistenza. Dökk rappresenta la naturale continuazione di Ljós (“luce”), performance creata nel 2014 e presentata in alcuni dei più importanti festival internazionali.

Scrive Carlo Rovelli: “ad una vista acutissima il tempo “non scorre” e l’Universo è un blocco di passato presente e futuro, ma noi esseri coscienti abitiamo il tempo perché vediamo solo un’immagine sbiadita del mondo; in questo sfocamento del mondo nasce la nostra coscienza dello scorrere del tempo.” [4]

 Il set-up particolare, profondamente immersivo, composto da una doppia proiezione incrociata frontalmente su uno schermo olografico semi trasparente e da una retroproiezione nella parte posteriore del palco, è stato pensato per rappresentare anche visivamente l’idea di una profonda connessione tra la performer e i paesaggi digitali.

Questi ultimi, generati in tempo reale da un software, vengono mappati su due superfici proiettive, aumentando la profondità e la dinamicità delle soluzioni visive utilizzate. Il palcoscenico diventa così una dimensione sospesa in cui è possibile perdere la cognizione dello spazio e del tempo, un “luogo della mente” in cui viene ricostruita la realtà come risultato delle proprie stesse azioni, dove ogni gesto ha una conseguenza immediata e precisa.

Dökk è il frutto di tre anni di lavoro dello studio, mirati alla creazione di un’opera capace di stimolare una profonda empatia, generata dalla sincronicità e imprevedibilità dell’esistenza umana. Per ottenere questo risultato è stato sviluppato un sistema complesso unico, capace di presentare sul palco elaborate composizioni audio e video, risultato della stretta interazione tra diversi dati generati in tempo reale: l’analisi del suono, il movimento della performer, il suo battito cardiaco, mappe interstellari e l’analisi sentimentale dei contenuti condivisi sui social network.

La combinazione di queste informazioni rende ogni messa in scena unica, sempre diversa perché frutto della casualità e dell’imprevedibilità delle informazioni analizzate. Creando una temporanea bolla di simultaneità, propone allo spettatore una “vertigine” visiva, spaziale, corporea, sensoriale e multimediale, possibile solo grazie alla fortissima compenetrazione fra il mondo fisico e la sua dilatazione tecnica.

La raffigurazione dell’Universo conosciuto che apre Dökk è un diagramma a doppio cono composito che mostra la distribuzione delle galassie a partire dal punto di vista della Terra. Questa forma a clessidra, molto caratteristica, costituita da due settori quasi simmetrici è in realtà frutto di un problema di percezione dello spazio: la Via Lattea crea due grossi coni d’ombra che impediscono una visibilità completa.

Durante tutto lo spettacolo si alternano visualizzazioni dinamiche della mappa stellare derivate da diverse sorgenti di dati: in alcuni casi frutto di osservazioni reali dello spazio, in altri ottenute da simulazioni. L’ Universo è inteso e rappresentato come simbolo dello spirito umano, e ne viene restituita una rappresentazione in evoluzione: la simulazione di partenza per il posizionamento delle particelle è denominata “EAGLE” (Evolution and Assembly of GaLaxies and their Environments) dal Virgo Consortium.

I dati raccolti rappresentano vari stadi evolutivi del cielo stellato, partendo da un tempo zero completamente uniforme, fino all’attuale situazione in cui si riconoscono filamenti, vuoti e galassie del tutto simili a quelli che possiamo osservare. Nella prima parte del viaggio la visualizzazione delle galassie è stata costruita attraverso dati raccolti da studi sulle osservazioni dello spostamento degli astri, mediante l’analisi dello spettro della luce emessa dai corpi celesti.

Nella terza stanza inizia a deformarsi in una distorsione attorno alla galassia 16154609-6055071 (ESO_137-_G_008) che si trova all’incirca in corrispondenza di quello che viene definito Grande Attrattore, un punto dove è stata identificata un’anomalia gravitazionale tale da deviare tutte le galassie all’interno di Laniakea, il Superammasso di cui fa parte il Sistema Solare.

Dalla stanza otto il paesaggio torna gradualmente ad essere visualizzato come un’accurata rappresentazione realistica. Nella stanza dieci, che chiude lo spettacolo, è stato sfruttato il motore di simulazione EAGLE, applicato ad un invisibile rete di particelle che vanno ad influenzare un campo gravitazionale. Il software di calcolo GADGET-2  ha lavorato sui server dello studio fuse* per quasi una settimana generando cinquecento “fotografie” degli stati della materia.

Queste rappresentano il contributo alla formazione di un campo vettoriale di velocità, risultato finale della ricerca di fuse*: un cubo di lato 100 milioni di anni luce. Sfruttando questo campo è stato possibile far muovere le particelle già in scena per generare un vortice intorno alla danzatrice, come a voler tracciare la sincronia fra la sua evoluzione e quella della Laniakea.

Come detto, gli elementi scenici – composti da materiale esclusivamente video e audio – sono stati progettati per trasmettere un senso di interconnessione profonda tra la protagonista e tutto ciò che la circonda. L’interazione diretta tra i gesti coreografici e questi elementi rappresenta uno dei punti focali del progetto: per trasmettere un forte senso di unione e sincronicità tra la componente digitale e quella corporea, lo studio fuse* si è avvalso del Perception Neuron, un sistema di motion capture composto da diciotto accelerometri posizionati direttamente sul corpo della performer, che permettono il tracking in tempo reale di ogni singolo movimento.

Questi dati vengono poi incrociati con quelli provenienti da due kinect posizionate sul palco, per calibrare il posizionamento in scena ed accentuare ancora di più l’integrazione.

Inoltre, ogni volta che lo spettacolo viene rappresentato, il sistema campiona e analizza uno stream di tweet filtrati sui trending topic di quel preciso istante. Le informazioni raccolte vengono processate per dedurre la “composizione sentimentale” del momento, attraverso un algoritmo di sentiment analysis[5] (lo stesso sviluppato dai fuse* per l’installazione Amygdala).

Questi dati, intrecciati con quelli generati dalla danza della performer, fanno sì che lo spettacolo assuma forme sempre diverse ad ogni rappresentazione. Accade così che mentre Dökk va in scena, se nel mondo sta accadendo un evento particolarmente rilevante, i paesaggi visivi e sonori cambiano, assumendo diverse sfumature. Il pubblico è quindi indotto ad attivarsi in un coinvolgimento che va oltre lo spazio fisico all’interno del quale si svolge l’opera, grazie a migliaia di connessioni invisibili con il resto del mondo.

L’elemento formale che indica questo tipo di variazioni nelle diverse ambientazioni è ancora una volta il colore rosso, che indica anche l’intensità del calore umano: come dimostrato dallo studio “Bodily maps of emotions”, a diversi stati emotivi corrispondono determinati spettri termici delle singole parti del corpo. I dati dedotti dall’analisi sentimentale dei tweet agiscono allora sul “calore” delle scene, modulando in ogni singolo momento la tonalità del rosso.

Anche l’ambientazione sonora viene influenzata da questo stream of data: esistono sei tracce “fantasma”, una per ogni emozione base, mixate con la colonna sonora principale a seconda della distribuzione percentuale delle emozioni analizzate, da cui dipende anche la diffusione surround che avvolge il pubblico.

Le musiche di Dökk sono state pensate per essere la voce narrante che accompagna tutto lo spettacolo, esprimendo una serie di emozioni e stati d’animo che difficilmente possono essere descritti a parole. Secondo la teoria della sincronicità, il caso, inteso come sequenza di eventi non-lineari, non esiste, ma al contrario può dare una chiave di lettura che aiuti a definire la direzione degli eventi.

Anche la produzione di Dökk, e in particolare della colonna sonora, è stata influenzata da un approccio non-lineare, registrando ed editando all’interno delle composizioni sequenze musicali generative in grado di creare eventi sonori unici e successioni casuali di note e rumori.

Durante la produzione e l’editing dei suoni sono stati usati diversi strumenti e processi di sintesi audio – dai synth semi modulari a tecniche di sound-design e field recording, fino alla programmazione audio tramite Max MSP (ambiente di sviluppo grafico) – creando catene di effetti e patches di sintesi audio in tempo reale per le parti interattive dello spettacolo.

Una di queste patch utilizza un sistema che comprende quattro moduli di sintesi granulare, dove ogni parametro è controllato dalla posizione nello spazio dai sensori di Perception Neuron presenti nelle mani e nei piedi della performer. Ogni spostamento permette di esplorare e manipolare diversi campioni audio provenienti da registrazioni ambientali, innescando piccoli frammenti sonori, detti grani, che hanno volumi, dimensioni e frequenze differenti.

Ma l’elemento sonoro fondamentale che caratterizza questa esperienza dall’inizio alla fine è il battito cardiaco. Il cuore è il primo organo che si forma quando nasce una nuova vita ed è l’ultimo a fermarsi quando questa finisce. Allo stesso modo l’inizio e la fine di Dökk sono scanditi dal battito cardiaco reale della performer, acquisito tramite il BLE heart rate sensor che trasmette informazioni tramite Bluetooth ad un software ad hoc, che a sua volta elabora ed invia i dati necessari tramite messaggi di rete.

Dall’inizio del viaggio fino all’ultima stanza, l’analisi in tempo reale della frequenza cardiaca è connessa al lampeggio di una delle stelle che compongono l’Universo visualizzato in scena; un’idea suggerita dalla recente scoperta dell’esistenza di un gruppo di stelle binarie la cui luminosità è realmente descritta da un grafico del tutto simile ad un elettrocardiogramma.[6]

Lo studio del movimento corporeo da parte di Elena Annovi si è sviluppato a partire dalla consapevolezza dell’esistenza di alcune strutture fisse da seguire, rispettate e modificate a seconda dell’evoluzione narrativa. Fondamentale in questo percorso è stato l’ascolto della tecnologia intesa come vero e proprio partner di lavoro.

 Il suono e i paesaggi digitali diventano elementi attivi e reagenti ai movimenti, proprio come farebbe un altro danzatore in scena. Ne scaturisce una danza in cui l’interazione è portata a livelli talmente profondi da consentire al corpo di rivendicare il proprio spazio e il ruolo di unico vero artefice di ogni cambiamento in atto; la conoscenza profonda delle componenti tecnologiche in atto ha reso possibile eluderle, e sfruttarle per amplificare il gesto fisico.

All’interno delle stanze di Dökk, le scene vengono allora generate dalla danza in atto fra la performer e il sistema complesso e reagente, suo interlocutore primario. Come gli antichi danzatori rituali, anche la Annovi segue e interagisce con una successione di schemi geometrici che rappresentano la chiave simbolica per l’approccio e la conoscenza dell’Universo.

Gli ambienti generati sono caratterizzati da comportamenti peculiari, definiti da specifiche leggi fisiche che ne determinano l’interazione con la danzatrice e con i vari dati analizzati in tempo reale. Ognuno dei dieci ambienti attraversati si costituisce così come un Universo simbolico, che evoca diverse fasi della vita.

La danza diviene allora una sorta di percorso evolutivo accompagnato dalla musica e dalla tecnologia: la performer è una Starchild che nasce, cresce, muore e rinasce ciclicamente, secondo un movimento ascensionale che ogni volta le permette di raggiungere un nuovo livello evolutivo. Dalle galassie alle molecole, tutto ciò che ci circonda non è che un insieme di atomi, particelle e campi elettromagnetici in vibrazione senza alcun significato apparente.

Quando questi impulsi vengono interpretati dalla mente umana diventano colori, musica, ricordi ed emozioni: le fondamenta di ciò che ognuno percepisce come realtà. L’idea di ritmo e di danza viene spontanea alla mente quando si cerca di immaginare il flusso di energia che si trasmette attraverso le configurazioni che costituiscono il mondo delle particelle.

La fisica moderna ci ha mostrato che movimento e ritmo sono proprietà essenziali della materia; che tutta la materia, sia sulla Terra sia nello spazio esterno, è coinvolta in una continua danza cosmica. I mistici orientali hanno una visione dinamica dell’universo simile a quella della fisica moderna, e di conseguenza non sorprende il comune utilizzo dell’immagine della danza per comunicare la loro intuizione della natura.

La metafisica della danza cosmica ha trovato nell’Induismo la più profonda e splendida espressione nell’immagine del dio Shiva che danza. Secondo la dottrina indù, tutta la vita è parte di una grande processo ritmico di creazione e distruzione, morte e rinascita, e la danza di Shiva simboleggia questo ritmo eterno di vita e morte, che continua in cicli infiniti.

“La cosa è vuota, va avanti per sempre… Oh mio Dio, è pieno di stelle!”[7]


http://fuseworks.it/en/

http://fuseworks.it/it/project/dokk-it/

https://soundcloud.com/fuse_works

Note:

[1]Luciano di Samosata, De Saltazione

[2]http://seancubitt.blogspot.it/search/label/ancestors

[3]https://goo.gl/images/Z9E3br

[4]C. Novelli, https://goo.gl/4vypvQ

[5]Basato sulla libreria open source sviluppata da Krcadinac U., Pasquier P., Jovanovic J. & Devedzic V. Synesketch (An Open Source Library for Sentence-Based Emotion Recognition, IEEE Transactions on Affective Computing 4(3): 312-325, 2013).

[6]Il posizionamento di questa stella nella rappresentazione dell’Universo in Dökk ne rispetta le coordinate reali.

[7]A. Clarke, Odissea nello spazio, 1968