Davanti a Spacejunk di David Bowen, non si può fare a meno di percepire una forma di pietà religiosa che ha preso forma nello spazio espositivo. I 50 ramoscelli, controllati da servo motori e montati su alti e sottili piedistalli metallici, alzano le braccia come in un atto di supplica, a mano a mano che rifiuti spaziali si sollevano sopra l’orizzonte. Le braccia disegnano i movimenti dei detriti – invisibili ai visitatori della galleria – e si abbassano di nuovo al loro passaggio. Ma ovviamente, la tecnologia è la nuova religione e Dio è morto. E dunque, Spacejunk si presenta come una rievocazione plastica del Mito di Sisifo, ed è l’interpretazione di tale mito di Albert Camus che offre una chiave di lettura per l’istallazione di David Bowen.

Questi 50 discepoli sembrano onorare i detriti dei nostri tentativi di raggiungere lo spazio. Nel seguire gli oggetti (tracciati in tempo reale attraverso dati forniti da un sito internet) c’è un’idolatria di forze invisibili al lavoro di installazione, che vogliono riportare alla nostra coscienza fisica e immediata gli emblemi dorati delle glorie passate della corsa allo spazio, a partire sin dal 1958. Ogni lancio nell’orbita terrestre è, in un certo senso, un fallimento, perché ci ricorda che siamo ancora alla mercé della nostra incapacità, incerta e (cosmicamente) giovane, di padroneggiare il viaggio interstellare. Anche le orbite geostazionarie, per i satelliti GPS e di comunicazione, si limitano a ricordarci la nostra natura terrestre. Ci alziamo e ricadiamo, ignorando la lezione che avrebbero dovuto insegnarci i precedenti tentativi di viaggio nello spazio: non siamo pronti a liberarci del legame tra umanità e pianeta.

I ramoscelli cadono, o meglio, si abbassano in attesa, quando i detriti rintracciati scendono sotto l’orizzonte. Quando succede improvvisamente, è come un’alzata di spalle di accettazione della collettività, davanti alla realtà della loro situazione. Per noi invece è la rassegnazione che la nostra tecnologia sarà sempre soltanto buona così come lo è adesso. Non è una contraddizione, ma è la consapevolezza che siamo limitati in un momento preciso della nostra esistenza e che il passato segue il cammino così da mostrarci quanta strada abbiamo fatto finora.

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Spacejunk traccia, letteralmente e figurativamente, quella strada per noi. Tra i detriti si trova di tutto, inclusa urina congelata, espulsa dal veicolo spaziale, una spatola e un guanto da astronauta. Tutto ciò sembra assurdo, ma rivela la verità sui viaggi nello spazio: che portiamo noi stessi e la nostra debole carne umana con noi. Bowen stesso vede la creazione di questa nuvola rarefatta di detriti: “come se là fuori avessimo creato il nostro strato extra di atmosfera. La vedo come un’estensione dell’Antropocene. Mi domando quando questi oggetti diventeranno naturali. È qualcosa a cui penso mentre lavoro.”

Con il costante accumulo di oggetti nei decenni e la crescente quantità di cose che rilasciamo nello spazio, questi oggetti antropocenici sono monitorati per questioni di sicurezza. In Gravity, film del 2013, s’immaginava una potenziale Sindrome di Kessler: quando una collisione a una bassa orbita terrestre crea sufficienti detriti in grado di produrre collisioni ancora più grandi che aumentano poi in un effetto domino. Come ha osservato Bowen nella nostra recente intervista su Skype: “Enormi quantità di energia sono state spese per rilasciare [questi oggetti]. Vanguard 1, ad esempio, è ancora lì. Vi rimarranno per milioni di anni perché la loro orbita non decadrà!”

Forse, come parte della loro adorazione, i ramoscelli vogliono che gli oggetti ritornino al loro stato naturale? Ogni cosa è fatta degli elementi dell’universo, così perché non fare sì che ritornino alle loro parti elementali? Come dice ancora David: “[Questi oggetti] stanno orbitando ‘naturalmente’? Quando diventeranno nuovamente oggetti naturali?” Certamente c’è anche l’aspetto del decadimento, proprio come gli oggetti naturali. Alla fine restituiranno la loro energia alla Terra, in una forma o nell’altra, principalmente bruciando durante il rientro.

Bowen ha un interesse ironico nell’assurdo, che un osservatore casuale potrebbe non vedere immediatamente nell’opera. Gli oggetti tracciati includevano una spatola, un guanto e, naturalmente, pezzi di urina. L’idea che alcuni degli oggetti tracciati possano essere pipì umana, ci ricorda che nonostante le nostre poetiche narrazioni dei viaggi nello spazio, siamo pur sempre materia organica naturale. Questa forma organica, naturale, è evidente nelle altre opere di Bowen (come FlyAI e Fly Revolver) dove le mosche diventano parte dell’opera e spesso agiscono come un dispositivo calcolatore all’interno del progetto.

C’è una rottura nella tradizionale relazione tra il visitatore della galleria e l’opera d’arte in pezzi come Spacejunk, dove ha luogo un tipo di azione a distanza, mediato dalla tecnologia ma invisibile all’osservatore. L’opera è influenzata dagli eventi che hanno luogo oltre lo spazio della galleria. Bowen stabilisce questa più ampia relazione con osservatore, opera d’arte, luogo fisico come un aspetto chiave del lavoro. “Dove l’opera è installata, quell’orizzonte sarà differente”.

Non esiste una ripetizione costante del comportamento: cambia a seconda della posizione. I dati vengono raccolti da siti web che li rendono disponibili e li inviano ai servomotori, ma l’opera ha una consapevolezza di dove si trova e i dati cambiano di conseguenza. Questi cambiamenti sono visibili negli archi bassi o nei movimenti verso l’alto dei rami. I rami fremono nello stesso modo in cui i pennelli precisi dei servomotori lavorano per controllare e indicare i detriti. “C’è un sobbalzo collettivo quando si allineano.”

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David Bowen accenna alle visualizzazioni dei dati quando parla dell’opera, ma in realtà usa solo espressioni contemporanee, non esiste un’attività scientifica intesa dall’opera. Per lui, il suo valore è nella poetica. Bowen ha un passato da scultore, quindi la fisicità fa parte del lavoro e, in realtà, sulla scala dello spazio localizzato, non sono affatto distanti. Portare il lontano ad un livello umano. Il ramoscello che diventa un braccio che si muove.

Nel Mito di Sisifo, Camus afferma che, affrontando la lotta eterna della nostra vita e trovando in essa qualche soddisfazione, possiamo trovare la libertà esistenziale per vivere. Spacejunk vuole ricordarci che l’umanità ha iniziato a sforzarsi di scalare la superficie terrestre, portando con noi gran parte dei nostri detriti: tutto ciò fa parte dello sforzo di non superare solamente la fisica, ma anche le nostre limitazioni intellettuali. Invece di essere un omaggio ai fallimenti, Spacejunk ci ricorda che, anche se continuiamo a fallire, ci rialziamo e ci riproviamo sempre.


http://www.dwbowen.com/spacejunk/