Dopo aver inaugurato l’ultimo ciclo di Non-compliant Futures, una mostra online che riunisce in tre tranche i contributi di artisti, critici e attivisti che mettono in discussione l’utopia del soluzionismo tecnologico, uno dei progetti più recenti di Maria Roszkowska è stata la partecipazione alla 13esima edizione del Mapping Festival di Ginevra, un evento di interesse internazionale dedicato ai temi dell’image generation e della creazione tecnologica.

E’ in questa cornice che si è svolta l’ultima operazione di Disnovation.org, il collettivo artistico che Roszkowska ha fondato a Parigi qualche anno fa con Nicolas Maigret. Con una produzione che comprende opere, pubblicazioni e curatela, sempre ai confini tra arte, ricerca e hackeraggio, Disnovation.org si configura come un gruppo di ricerca che mira a leggere in chiave critica il tecno-positivismo imperante, mettendo in discussione la retorica dell’innovazione tecnologica a tutti i costi e promuovendo nuove soluzioni narrative attraverso hacking, dibattiti e situazioni di disturbo.

Quest’ultima mostra in particolare, prima personale del collettivo in Svizzera, ha riunito otto opere prodotte negli ultimi anni allo scopo di analizzare la massiccia propaganda del progresso tecnologico da diverse prospettive: flop tecnologici, influenza della science fiction nell’immaginario occidentale e così via. Questo è stato soltanto l’ultimo dei progetti che ha consolidato la felice unione tra il pensiero di Roszkowska e quello di Maigret, traghettando la prima dal campo esclusivo del graphic design in cui ha le sue radici, a quello della ricerca artistica e cross-disciplinare.

Che si tratti di brandizzazione del tessuto urbano, di algoritmi capaci di fornire spunti creativi, di pirateria mediatica o di censura informatica, Roszkowska ha sempre condiviso con Maigret uno sguardo personale e unico sulle nuove tecnologie, non entusiasta e messianico come quello generalmente diffuso, anche in ambito artistico, ma critico, obiettivo, allenato a leggere in filigrana tutto ciò che viene spacciato come progresso inequivocabile e a valutarlo per quello che realmente è: non l’unica strada possibile.

Federica Fontana: Guardando agli inizi della tua carriera come grafico, prima di entrare a far parte dell’Intégral Ruedi Baur tu sei stata una ricercatrice associata all’EnsadLab; qual è stato il progetto a cui hai lavorato?

Maria Roszkowska: All’inizio del 2000 le comunità locali in Europa si sono trovate all’apice di una corsa all’attrattività turistica e al centro di un processo di rielaborazione della loro immagine pubblica per trasformarla in un prodotto fortemente brandizzato. Le amministrazioni pubbliche hanno creato luoghi immaginari come I Amsterdam, Only Lyon, Be Berlin, I feel SLOVEnia e molti altri, progettati per attrarre turisti ed investitori. Nel nostro gruppo di ricerca (Ruedi Baur, Sébastien Thiéry, Diana Mesa, Chong Ma ed io) volevamo indagare e problematizzare questa idea di trasformare le città in marchi e i cittadini in consumatori. Questo processo di rebranding per i politici costituisce un modo molto semplice di dare l’impressione di essere attivi e di risolvere problemi inesistenti invece di quelli reali, ma nel complesso è anche un forte segno del processo di capitalizzazione delle varie municipalità. Dopo la crisi finanziaria del 2008 questa tendenza è svanita quasi ovunque ed ha cominciato ad essere percepita dall’opinione pubblica come uno spreco di denaro.

Federica Fontana: Nel 2013 hai progettato e collaborato alla stesura di un libro su queste strategie di brandizzazione degli spazi pubblici cittadini intitolato “Don’t brand my public space!”. Il testo esordisce con il tuo saggio “Marketplace”, che traccia la storia del passaggio delle città occidentali dagli stemmi ai loghi. Puoi spiegarci questo lavoro e dirci qualcosa riguardo alle sue conclusioni?

Maria Roszkowska: Ho cercato di capire le ragioni e le origini di questa commercializzazione dello spazio urbano e le strategie di comunicazione ad esso associate, ma anche come i simboli e le tecniche del marketing sono state usate per rappresentare un determinato territorio. Così ho cercato di individuare i precedenti storici. Il mio assunto di partenza era che le somiglianze visive tra i loghi odierni delle città e i marchi commerciali apparentemente sembravano sintomi di una complessa correlazione sviluppatasi gradualmente fin dall’antichità. Sostanzialmente quindi ho messo in collegamento i precedenti storici e le tracce visive di quel processo parallelo di sviluppo tra il branding commerciale e la progettazione dell’identità grafica delle città.

Federica Fontana: Uno dei primi esiti della tua collaborazione al collettivo Disnovation.org è stato un progetto editoriale sulla pirateria mediatica chiamato “The Pirate Book”, un prosieguo del progetto personale di Nicolas Maigret The Pirate Cinema. Qual è il significato di un lavoro come questo e com’è nata questa idea?

Maria Roszkowska: Mentre ci documentavamo sull’argomento abbiamo notato che la pirateria mediatica era spesso affrontata in una maniera accademica, o piuttosto con un approccio moralistico, e considerata un fenomeno puramente nocivo. Ci è sembrato interessante sdrammatizzare l’attuale punto di vista occidentale ricontestualizzando la pirateria in una prospettiva storica più ampia, estendendola anche all’interno di diversi specifici contesti geo-politici. Il nostro obiettivo con quest’opera era di fare un quadro delle varie situazioni e strategie soprattutto in relazione alla cosiddetta pirateria della necessità, cioè quella che emerge spontaneamente come un’alternativa a contenuti che non sono disponibili, o sono proibiti, illegali o troppo costosi.

Federica Fontana: Solitamente la pirateria mediatica è considerata dall’industria culturale come la causa principale della propria crisi, mentre altri credono che la crisi sia solo il fallimento dei tentativi di affrontare le trasformazioni radicali che ha incontrato questo settore a confronto con la digitalizzazione.“The Pirate Book” (che è scaricabile gratuitamente nda), invita i lettori a considerare la pirateria da una prospettiva diversa, ad esempio sostituendo il copyright con il copyleft; qual è la tua posizione?

Maria Roszkowska: Noi consideriamo “The Pirate Book” come una raccolta di storie sulla condivisione, la distribuzione e la fruizione di contenuti culturali al di fuori dei confini delle economie locali, del sistema politico o delle leggi. Pensiamo alla pirateria mediatica non come ad un errore nell’economia dei media ma come ad un’economia in sé stessa. Non come una copia, ma come la creazione di nuovi originali. Non stiamo cercando di idealizzare il fenomeno, ma piuttosto di svelare la varietà delle singole pratiche, delle culture e delle forme che esso genera. Una ricerca che è soprattutto focalizzata sull’aspetto umano e non economico (come ad esempio possono essere l’abituale propaganda delle statistiche aziendali, delle classifiche e il fazioso aspetto finanziario dell’argomento).

Federica Fontana: Il lavoro di Maigret esplora l’innovazione tecnologica cercando di sottolineare i rischi insiti nella sua manipolazione ideologica e nella sua propaganda: tu quindi condividi questa critica?

Maria Roszkowska: Certo, ma penso che questa ricerca si concentri non tanto sui rischi, quanto sull’incoraggiare alternative emozionanti e contro strategie. Uno dei modi in cui di solito definiamo Disnovation.org è una scorciatoia per l’innovazione disobbediente. Siamo interessati alle forme alternative e alle pratiche che emergono nelle zone periferiche del discorso mainstream sull’innovazione tecnologica. Come Disnovation.org da un po’ di anni abbiamo avviato attivamente nuove ricerche e abbiamo lavorato insieme a varie mostre e progetti che miravano ad esplorare e smascherare le frottole che si racconta la società occidentale. Al momento stiamo curando progetti come Non-Compliant Futures, che si sta svolgendo presso l’Espace virtuel af Jeu de Paume di Parigi e che si svilupperà in una mostra più ampia con Eastern Bloc in Montreal questo settembre. Questo progetto tratta di Tecnocritismo, una forma di attivismo e potenziamento ottenuto attraverso la disruption tecnologica.

Federica Fontana: Predictive Art Bot invece è una riflessione sull’uso frequente degli algoritmi per fare previsioni utilizzando l’analisi dei dati o il riconoscimento di pattern in campi come la finanza o il marketing.

Maria Roszkowska: Predictive Art Bot è un algoritmo che utilizza titoli virali trovati sulla rete come un materiale grezzo dal quale generare idee per potenziali progetti artistici. Senza alcuno sforzo predice un numero infinito di proposizioni verosimili, possibili e quasi esistenti o no sense, tutte in linea con il gergo comunemente in uso. Potenzialmente l’algoritmo è in grado di creare in automatico una serie esaustiva di tutte le possibili risposte artistiche e tendenze che potrebbero svilupparsi in futuro. L’algoritmo sviluppa una curiosa forma di immaginazione non umana che a volte può essere perfino una fonte di ispirazione creativa.

Federica Fontana: Quale pensi che sarà il ruolo degli esseri umani in un futuro controllato da intelligenze artificiali che presto possederanno anche emozioni e capacità creative?

Maria Roszkowska: Io considero queste fantasie sul futuro che in realtà non si verificano mai come uno schema ricorrente nella nostra cultura. C’è un ottimo libro su questi immaginari tecnologici, “Futurs?” di Nicolas Nova. Da diversi anni ci aspettiamo che le macchine ci rubino il lavoro e robot umanoidi vivano nelle nostre case. In realtà abbiamo automatizzato alcuni mestieri e disponiamo di presunti sistemi controllati da intelligenze artificiali che in realtà si basano su una moltitudine di turchi meccanici, e di una moltitudine di corrieri per le strade guidati dalle app. Io credo che mentre ci concentriamo su un’utopica, o più probabilmente distopica condizione governata dalle IA siamo distolti da alcune delle cose importanti che stanno accadendo in questo momento. In ogni caso questo è un campo d’azione davvero spettacolare per gli artisti.

Federica Fontana: Puoi descriverci qualcuno dei vostri ultimi progetti?

Maria Roszkowska: La personale che abbiamo appena curato come Disnovation.org nel contesto del Mapping Festival di Ginevra ha incluso alcuni nuovi lavori che consistono in una sorta di autopsia dell’ideologia dell’innovazione tecnologica: Blacklists, una directory di 13 volumi composta da milioni di siti censurati e bloccati; Shanzai Archeology, una collezione di telefoni ibridi e non standardizzati made in China e una nuova versione di Predictive Art Bot.


Links:

http://disnovation.org/

http://thepiratebook.net/

https://twitter.com/predartbot

http://espacevirtuel.jeudepaume.org/

http://espacevirtuel.jeudepaume.org/futurs-non-conformes-2-2897/

http://2017.mappingfestival.com/