Navigare in Internet ha rappresentato per quasi dieci anni un’esperienza sempre più personale: registrare, archiviare e analizzare la nostra cronologia sul web consente ad aziende e piattaforme di delineare un profilo virtuale modellato sul nostro comportamento online. Questo insieme di dati ci raffigura perché è la diretta rappresentazione di noi stessi e delle nostre scelte: tali informazioni sono utilizzate per rendere la nostra navigazione in rete un’esperienza personalizzata, fatta su misura per noi.

The You Museum, nuovo progetto di Jeremy Bailey – il “Famous New Media Artist” – segue proprio questa dinamica, andando a riflettersi sulla diffusione dei banner pubblicitari, utilizzati per inserire le opere d’arte nel flusso delle immagini che sono parte della navigazione sul web.

L’artista canadese aveva già elaborato progetti online rivolti non solo agli esperti, ma anche al grande pubblico: per fare un esempio, nel 2013 aveva ideato Famous Portraits su Kickstarter, dando la possibilità di acquistare dei ritratti su commissione. La capacità di pensare in maniera critica e di utilizzare i mezzi del cosiddetto Web 2.0, lo rende uno degli artisti più interessanti del nuovo scenario dell’arte sul Web (o “dopo” il Web).

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Filippo Lorenzin: Come e quando è nato The You Museum?

Jeremy Bailey: Il progetto è nato con l’invito a lavorare per un po’ di tempo al Moving Museum di Istanbul (www.themovingmuseum.com). C’erano appena state le proteste in difesa del Parco Gezi e, oltre alla violenza della polizia, il governo aveva censurato Twitter e stava compiendo azioni peggiori della NSA. La protesta Gezi cominciò con l’annuncio, da parte del governo, della realizzazione di un distretto commerciale al posto dell’unico parco pubblico di Istanbul, comprendente la costruzione di appartamenti di lusso e di un centro commerciale.

Per cercare di placare gli animi dei manifestanti, il governo minimizzò gli aspetti commerciali del progetto e ipotizzò la realizzazione di un museo. Che un museo diventasse una panacea per le violazioni di un governo neo-conservativo era alquanto tragicomico. Pensai che poteva essere una soluzione occupare gli spazi privati in qualità di pubblici e che come ricordo di Gezi, avrei potuto progettare un museo in un centro commerciale.

Oggi internet è il parco pubblico e il centro commerciale più grande al mondo. I banner pubblicitari sono delle vere e proprie vetrine; sostituirli con un museo mi sembrava una buona idea. Volevo che il progetto apparisse dilagante quanto l’occhio vigile del governo. Ecco perché desideravo i miei banner ovunque. Il Retargeting è la tecnologia utilizzata dalle piattaforme pubblicitarie per mostrare gli annunci solo alle persone che abbiano già visitato un determinato sito. È più economico e consente di essere davvero aggressivi in termini di frequenza dell’annuncio.

L’idea di un museo personalizzato che ti segue risulta a tratti utopistica ma allo stesso tempo è estremamente distopica. Per definire meglio il museo/distretto commerciale di lusso, ho esposto ogni opera d’arte in mio possesso come se fosse una boccetta esclusiva di profumo. Cliccando sul banner si può acquistare un’opera sotto forma di stampe su svariati articoli per la casa (cuscini, tazze, borse per la spesa). In questo modo il museo diventa parte della tua vita privata offline, oltre a quella online. Molte opere sono all’Ontario Arts Council e al Canada Council for The Arts, comitati che assegnano finanziamenti per i quali feci richiesta e riuscii a ottenere. Ecco spiegato il perché dei loghi sui siti web. E proprio perché il progetto resti in piedi, ho BISOGNO di persone che comprino questi articoli.

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Filippo Lorenzin: Il Museo è personalizzazione, automazione, un nuovo modo di vedere, condividere e sperimentare l’arte. Mi sbaglio?

Jeremy Bailey: Oltre alla precedente descrizione, il progetto vuole sviluppare un concetto che ho in mente da un po’, riguardante il modo in cui viene usato internet. Sono dell’opinione che la gente non visiti più siti web specifici. Pensa ad esempio al mondo dell’arte, quand’è stata l’ultima volta che hai digitato l’indirizzo web di un museo per vederne le opere? I siti dei musei sono come Yahoo negli anni Novanta, sono degli elenchi statici d’informazioni. Oggi, la maggior parte delle persone consuma media online utilizzando i relativi link, aggregatori e social feed. Internet è un flusso continuo e il contenuto viene sempre più presentato tramite algoritmi che usano abilmente i dati personali della gente. L’idea che un museo d’arte possa essere una parte continua e onnipresente di questo flusso invece che una destinazione singola mi sembra un ovvio passo avanti.

Filippo Lorenzin: Sono uno dei primi ad aver usato The You Museum (o a questo punto dovrei chiamarlo “The Me Museum”?) e sono giorni che vedo tue foto in jeans cortiquasi ogni volta che visito siti web e social media. Probabilmente è la prima volta che noto uno sforzo così grande per pubblicizzare un progetto artistico del genere, quindi ti chiedo di dirmi qualcosa su questa campagna. Che ruolo ha come parte del Museum? Che tipo di risposta ha avuto dal pubblico nelle ultime settimane?

Jeremy Bailey: Ho avuto ottime risposte, la gente ha davvero reagito all’idea di un uomo che sostituisce questo spazio commerciale freddo e privo di umorismo. In effetti, c’è stata una persona che si è lamentata del fatto che stessi usando incorrettamente donazioni pubbliche. Ha programmato un python script per cliccare i miei annunci banner 17 mila volte per farmi andare in bancarotta. La cosa divertente è che, per il modo in cui faccio pubblicità, i clic mi costano solo 38 centesimi. Il mio budget per pubblicizzare i media è molto ridotto, pago tutta la pubblicità grazie alle vendite di opere d’arte che la gente può comprare cliccando sui banner.

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Filippo Lorenzin: Chiunque può vedere il processo di creazione del Museum seguendoti sui social network. Non è che questo racconto fa parte del progetto stesso?

Jeremy Bailey: Certo! Anche se non sono sicuro di quanti siano attenti come te. Sto cercando di rendere tutti i calcoli analitici e le tecnologie dietro a The You Museum il più pubblici possibile. Il progetto riguarda proprio queste tecnologie e i nostri dati online, quindi essere trasparenti al riguardo crea l’ambiente giusto per capire il progetto. Tutti si sono (giustamente) indignati con la NSA perché non ha rispettato il nostro accordo. Allo stesso tempo, però, nessuno ha problemi con le app in rete nel mondo che sanno tutto su di noi. Non vedo grandi differenze tra Facebook e la NSA, o Google e il Governo turco. Specialmente ora che sappiamo che si stanno scambiando i nostri dati. Perché non sfruttare questa realtà nel modo giusto? Perché non costruire un museo con questi dati? È la promessa ipotetica di The You Museum.

Filippo Lorenzin: The You Museum è finanziato da diverse istituzioni artistiche. Potresti descrivere il loro ruolo nella creazione del progetto?

Jeremy Bailey: Il progetto è stato sviluppato durante un periodo di lavoro al Moving Museum. Lo staff ha sostenuto la mia richiesta di ricevere sovvenzioni dall’Ontario Arts Council e dal Canada Arts Council che mi ha permesso di fondare e creare The You Museum e di viaggiare a Istanbul per lavoro. Sono incredibilmente grato dell’aiuto.

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Filippo Lorenzin: Nel sito web ufficiale hai scritto che il Museum mostrerà una serie di tue opere. Stai forse pensando di condividere la piattaforma con altri artisti nel futuro?

Jeremy Bailey: È un’eventualità che sto prendendo in considerazione. Se la piattaforma decolla, credo che non sarebbe male impiegarla in nuovi modi. Per ora il mio approccio è “stiamo a vedere cosa succede”, ma se la gente supporta il museo, sarò felice di supportarla a mia volta.

Filippo Lorenzin: In quanto spazio dedicato all’arte, The You Museum sarà anche una piattaforma in cui i visitatori potranno acquistare opere d’arte?

Jeremy Bailey: Sì, al momento c’è la possibilità di farsi stampare una copia di qualsiasi opera d’arte su beni di consumo. Stavo pensando di proporre anche oggetti stampati in 3D e vere e proprie opere d’arte fisiche, ma non sono sicuro che abbia senso sul piano concettuale. Considerando il lavoro che tutto questo comporta, per me è importantissimo che le vendite siano completamente automatiche. Tutti gli ordini di The You Museum sono prodotti e spediti senza il mio intervento. Mi è già capitato, in passato, di creare progetti in cui ero io a dovermi occupare delle spedizioni e a dover coordinare personalmente la produzione, e mi ci voleva più tempo di quanto effettivamente ce ne mettessi a creare l’opera d’arte. The You Museum è concepito per essere sostenibile.

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Filippo Lorenzin: Sono molto curioso di sapere cosa ci aspetta. Puoi anticiparci qualcosa sui futuri sviluppi?

Jeremy Bailey: La prima mostra e le prime opere d’arte di The You Museum sono già pronte, ma queste ultime non hanno ancora raggiunto la massima distribuzione. Al momento, una selezione di opere d’arte sta seguendo la gente su Facebook, ma tra una settimana circa inizieranno ad apparire su altri siti, in tutti quegli spazi dove adesso si vedono le pubblicità generiche di The You Museum. Il fatto è che Google richiede un maggior numero di utenti, lo fanno per proteggere la privacy.Dopo che questa prima mostra sarà stata pienamente lanciata, ho intenzione di selezionare un gruppo più ristretto di iscritti, per i quali accrescere e migliorare l’esperienza di personalizzazione. Lo scopo è far vivere a queste persone una situazione davvero da brivido. Non voglio aggiungere altro, ma posso con certezza dire che più dati The You Museum raccoglie, più diventa intelligente e interessante. 😉


http://theyoumuseum.org/