Il pavimento della galleria è opportunamente ricoperto da uno strato di erba di plastica verde acceso, sopra il quale sono stati posizionati cuscini blu e bianchi per far accomodare i visitatori. Una volta seduti, dei grandi monitor vicino a voi mostrano rendering 3D rotanti di alberi e animali di campagna, mentre un video ipnotizzante è proiettato su un’ampia superficie bianca.

L’aria si riempie di una monotona voce robotica che scandisce rapidi commenti sul paesaggio britannico, un mondo ideale in cui trovano spazio soltanto verdi colline e placide mucche, almeno secondo le descrizioni tratte da alcune discussioni sui social media. Una mano invisibile cerca su Google immagini di pittori romantici inglesi e compone rozzi rendering 3D di alberi, treni a vapore del XIX secolo e cattedrali gotiche a creare un abbozzo di come appaiono le isole britanniche viste dal cielo.

E’ in questa forma che si presenta la nuova opera dell’artista Max Colson, The Green and Pleasant Land (2017), esposta alla galleria Arebyte di Londra fino al 21 dicembre. La fase post-Brexit ha portato molti artisti inglesi ad interrogarsi sul concetto di orgoglio nazionale e sulle identità narrative condivise; in che modo i partiti sfruttano gli stereotipi del proprio paese per guadagnarsi follower e potere?

Nel corso della storia, le meraviglie della vita bucolica sono state elogiate da centinaia di poeti, scrittori e visual artist occidentali in tutte quelle comunità che avevano lasciato la campagna per vivere in città. Esiodo (750-650 a.C), il più famoso poeta greco, formulò il concetto di un’Età dell’oro in cui le persone vivevano insieme in armonia con la natura e con tutti i suoi frutti, un’idea che ha influenzato in modi ovvi e inaspettati la conformazione del territorio e del tessuto urbano in tutto il mondo.

L’influenza di una tale visione ha assunto un rilievo particolare nella storia inglese per via del sistema coloniale aggressivo dell’Impero Britannico, che ha cercato di inculcare i suoi valori nella struttura politica e ideologica delle culture sottomesse. In altre parole, il colonialismo ha trasformato i prati verdi dell’Essex o del Surrey in un ideale estetico e sociale anche per tutti quelli che vivevano lontano dall’Inghilterra, portando ad una svalutazione di tutti i luoghi che non rispecchiavano questa specifica immagine bucolica.

La diffusione di questi valori estetici può essere dovuta al fatto che il paesaggio britannico stereotipato non è né scozzese, né gallese, né irlandese, ma soprattutto e prima di tutto inglese. Le opere di John Constable (1776-1837) sono ricorrenti nel video di Max Colson e la sensazione è che in effetti non possa essere altrimenti.

Constable è l’artista che più di chiunque altro ha inventato il paesaggio inglese in tutte le sue caratteristiche più tipiche – cieli azzurri attraversati da enormi nuvole bianche e prati verdi pronti per essere modellati dalla mano dell’uomo. Le poche figure umane che popolano le tele di Constable stanno tornando dal mercato del villaggio, fluttuando su tranquilli ruscelli e guardando a bocca aperta cattedrali gotiche nascoste nei boschi.

Nonostante l’atmosfera di tranquillità che pervade le sue opere più celebri, la comunità che rappresentava stava attraversando una fase storica traumatica. La Gran Bretagna stava diventando una potenza economica e industriale mondiale, i suoi prati verdi venivano riorganizzati per ricavarne maggior profitto e i fiumi azzurri attrezzati per ospitare imbarcazioni più grandi.

I paesaggi dipinti da Constable non si limitano a registrare la graduale sparizione di una serie di valori bucolici da proteggere, ma rappresentano anche l’eco di ciò che aveva reso unico il paesaggio inglese agli occhi dei cittadini dell’Impero Britannico rispetto a quello degli altri paesi. A livello politico una percezione così patriottica della propria terra può essere gestita con obiettivi contrastanti; un partito conservatore potrebbe suggerire di voltare le spalle alla promessa di un pianeta iperconnesso e di abbracciare i valori tradizionali, mentre una posizione progressista troverebbe in quelle verdi colline la condizione utopica da raggiungere in futuro.

Per dirla in modo più poetico, William Morris sosteneva che “non saremo mai felici finché non vivremo come buoni animali, finché non godremo dell’esercizio delle funzioni basilari della vita: mangiare, dormire, amare, camminare, correre, nuotare, andare a cavallo, navigare”.

Colline verdeggianti e morbide pecore bianche incarnano l’idea di un ritorno all’essenziale e alla semplicità, due concetti che giocano un ruolo fondamentale nell’opera di Max Colson. L’artista elimina tutto ciò che potrebbe abbellire il risultato finale e sceglie di assumere una posizione distaccata, diventando un osservatore e un collezionista di opinioni.

Le forme rudimentali di cui sono fatte le figure inserite da Max Colson sul piano verde virtuale ricordano questa interpretazione accomodante di un mondo naturale senza tratti distintivi, una mancanza che permette a chiunque di piegarlo alle esigenze di qualsiasi programma politico.

Allo stesso modo è neutra anche la voce che legge i commenti online; questa può essere riconosciuta o anche solo ricordata non meno dei testi selezionati dall’artista, molto vaghi nel loro modo di descrivere luoghi rielaborati da mani e menti di poeti e artisti, nazionali e internazionali, nel corso dei secoli.

Le isole britanniche si stagliano su uno sfondo blu, più sorvolandolo che galleggiandoci sopra. È un mondo ristretto fatto di caratteristiche generiche, come un set dei Lego o un esperimento di Minecraft su YouTube. La domanda che sembra porre un lavoro di questo tipo riguarda l’isolazionismo: si tratta di un atto politico protezionista volto a difendere l’unicità, o di un’azione autolesionista che semplifica le sue stesse particolarità per ridurle a semplici figure retoriche da utilizzare come strumenti politici?


http://www.maxcolson.com/index.php

www.arebyte.com

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