Quando ho cercato di spiegare alla mia amica Marta cosa stavo scrivendo in pigiama nella sua cucina alle sei di mattina, si è illuminata e ha esclamato: “Ah ma quindi devi tenere una tua rubrica!”. Vi prego di notare come questo entusiasmo sia romanzato, data l’ora del mattino. Se ci sono rubriche di arredamento, di cuori spezzati, di gestione di economie personali, questa si occuperà di interfacce digitali (dai, facciamo anche di cuori spezzati).

Benvenuti dunque in questa “rubrica”, o forse “palinsesto”, in cui cercherò di condurvi attraverso interviste, dialoghi e brevi saggi nell’esplorazione di superfici, gesti, autori, sistemi, visioni del digitale. Continuando questo nostro piccolo gioco di rubrica amorosa, mi spingo ad affermare che, esattamente come l’amore, le interfacce le possiamo comprendere attraverso l’effetto che generano su di noi, come modificano il nostro modo di pensare di possedere un luogo, come ci danno un’idea d’identità, e come seduciamo gli altri attraverso di esse.

Ma l’amore certamente non è l’unico oggetto misterioso a cui possiamo aggrapparci per comprendere come le interfacce vadano oggi studiate per gli effetti che generano su altre entità. Possiamo pensarle infatti come una specie di buco nero, che possiamo comprendere solo attraverso la luce che da esso viene inghiottita e piegata. Quale sarà il nostro orizzonte degli eventi?

Il futuro

 Vi volevo informare, ma lo sappiamo già, che viviamo in una giungla cresciuta molto rapidamente. Ma a differenza della spontaneità arborea dei climatizzati tropici, tutto è frutto di una casualità di combinazioni ed innovazioni che ciascun selfmade innovatore cerca di offrire. Poche catastrofi naturali da queste parti, solo venditori muscolari. Se ci fermiamo un momento e ripensiamo a tutte le presentazioni di qualche produttore di terminali telefonici, ci stanno servendo ciascuno il proprio futuro, oltre che il proprio prodotto.

Il nuovo sistema operativo, la nuova interfaccia, ci proietta oltre il presente. Dobbiamo occuparcene. Come dice Lorenzo Tomasin a pagina 117 de “L’impronta Digitale”: “Nel mondo della tecnologia, l’antico non esiste. Esiste il nuovo, ossia ciò che è innovativo e fecondo di spunti per il futuro. Ed esiste il vecchio che in generale è semplicemente inutilizzabile e inerte.”

Come aggredire questo ecosistema di schermi, pensieri, rappresentazioni, dove il nuovo è la nuova mutazione di noi stessi che ci viene proposta ed il futuro viene scritto da innovazioni e sistemi pensati in ogni parte del globo a partire spesso dall’idea di rendere le interfacce non soltanto utili ma indispensabili? Proviamo ad andare con calma e a passeggiare con lo sguardo sospeso, come potete fare qui a Venezia, da dove vi scrivo questo paragrafetto, bolla tra le bolle, vita distesa e fuori dal tempo.

Ecco che passa uno che telefona, una donna si siede su una panchina e comincia a fare fotografie a un albero, due ragazze si fanno un selfie, qualcuno scrive, qualcuno legge, e, come potrebbe dire il grandioso Gui Bonsiepe, tutti stanno compiendo una qualche azione su terminale. Le interfacce sono uno spazio d’azione[1]. Benissimo, ma il discorso sul futuro? Se ciascuna interfaccia è uno spazio di azione, in quale spazio desideriamo essere per le vacanze future? Mare o montagna? Quanto tempo spendiamo a pensare a che interfacce vorremmo? Meno di quanto ne spendiamo per pianificare una vacanza da esse?

Nella breve descrizione delle interfacce dalla mia torre di osservazione in Campo Santa Margherita, ho potuto spiegarvi molto poco di cosa davvero sta succedendo su quegli schermi, perché come in una partita di calcio, altro spazio d’azione, il cronista ha poco tempo e magari descrive cosa sta succedendo solo attorno al pallone, dimenticandosi del terzino in difesa. Forse però, per comprendere il calcio nella sua totalità, bisogna anche giocarlo, non serve a nulla starsene solo in tribuna o solo in campo. Per comprendere le interfacce bisogna agire su di esse.

The Interface Manifesto: manifesto for a critical approach to the user interface

“The interface is a very broad concept that goes beyond the limits of the physical and the virtual. To narrow the intended scope of this manifesto, the nature of the interface we are talking about, refers to the [graphical] user-interface in the digital context.

  1. The interface is a device designed and used to facilitate the relationship between systems.
  2. (To) interface is a verb (I interface, you interface …). The interface occurs, is action.
  3. The interface exists in the crease between space and time; it is a device and simultaneously a situation. It is rendered (updated under thoughtful conditions) and emergent (joining into something new).”

Questi sono gli articoli con cui si apre The Interface Manifesto, il documento coordinato dal centro di ricerca indipendente hangar.org di Barcellona ha regalato a tutti noi nel 2016 grazie al sostegno del progetto europeo PIPES. In questo ricco documento affiorano molte delle complessità a cui ho accennato, tra cui la piccolissima questione di non riuscire neanche a comprendere a quale mondo appartengono le interfacce, vedi cappello iniziale del manifesto.

L’essere multiforme, multidimensionale che navighiamo tutto il tempo viene descritto a volte come luogo, a volte come evento che tutti noi performiamo, altre volte come metafora sulla base di sistema di segni. Per non parlare del livello politico di tutta la questione come sottolineato da Søren Pold, professore di estetica digitale presso Aahrus University: “Faced by this development of the post-digital interface, we might ask whether we have now reached the end of cultural computing?

In Apple´s 1984 advertisement video for the first Macintosh computer, an interface for conformity, absorbing the worker in a totalitarian state, was replaced by an interface for individual expression and do-it-yourself culture. Three decades later, the table is turning. According to a leaked NSA presentation it is now Apple who is Big Brother, and enthusiastic iPhone customers who are the zombies living in a surveillance state.”

Tempo, Spazio, Soggettività

 Ci siamo dati come missione l’agire sulle interfacce, e vorrei farvi leggere come, ad esempio, possiamo pensare di esercitarci sul tempo di interazione, a partire da una serie di esercizi corollari all’Interface Manifesto: “The interface exists in the crease between space and time; it is a device and simultaneously a situation. It is rendered (updated under thoughtful conditions) and emergent (joining into something new).

  • Try to delay your interaction with the interface by counting to 10 before clicking. Count to 100. Wait an hour, a day. (1+cH)
  • Invite yourself to act and perform in a different way. Imagine a different gender, age, location, character, social position for 20 minutes every day. Review how the render changes. (1+cH)
  • Read a book before your next internet connection. The first thing you do when you connect, is to report on what you read. (1+cH)
  • Delay answers, read twice, imagine impact. (1+cH)”

Pensate solo per un momento di fare davvero come dicono questi esercizi e di rallentare, quasi come fosse una performance, il vostro modo di raccogliere e navigare le interfacce contando fino a dieci per qualsiasi azione. Il tempo breve, la reattività, l’effetto immediato, o se volete la doppia spunta azzurra dei vostri messaggi, sono uno dei tre pilastri su cui continuiamo a costruire il nostro rapporto con il digitale. Penso che possiamo identificare molto velocemente altri due termini con cui dobbiamo affrontare il discorso. Li abbiamo già tutti in mente: spazio e soggettività. O, se volete, Google Maps e Instagram.

Oppure i desueti Pokemon Go e Facebook, tutti servizi che non si fondano solo sull’accesso alle informazioni o sulla potenza di calcolo come succedeva molto tempo fa ma che agiscono, fanno da sottotesto, da script per come interagiamo e ci posizioniamo nel mondo. Il discorso quindi si complica ulteriormente perché solo negli ultimi dieci anni, non sono cambiati solamente i sistemi e le tecnologie, il presente e il futuro, è cambiato come noi siamo posizionati.

Una radicale molteplicità – oltre il controllo

 Dobbiamo ammetterlo, passiamo moltissimo del nostro tempo a controllare. Ci è stato buttato addosso un cappotto da conduttori di un treno regionale di informazioni nel quale continua a salire gente a cui dobbiamo chiedere continuamente se hanno il biglietto, se lo vogliono fare a bordo, se hanno l’abbonamento. Se poi succede che le informazioni che riceviamo sui nostri schermi sono salite senza biglietto, come quando ti scrive la tua ex con cui sostanzialmente ti sei lasciato al telefono, nel vagone si scatena il putiferio. Ci attende, invece, un altro ruolo nel nostro modo di vivere digitalmente.

Possiamo immaginarlo e possiamo moltiplicare le visioni di cosa possa essere il nostro modo di ricevere, scambiare e ottenere le informazioni. Ma per prima cosa dobbiamo comprendere come le interfacce non possano essere ridotte alla loro progettazione o al loro utilizzo, esse necessitano di essere comprese nella loro molteplice identità di schermi, ideologie, strategie, linguaggi che ci abitano ma di cui ci appropriamo continuamente. L’obbiettivo di questo viaggio è di condividere un’immaginazione con cui agire su di esse, l’idea coltivare una radicale molteplicità di visioni.

Ci sentiamo presto, cuori pulsanti a tutti.


https://hangar.org/ca/

http://pipes-project.net/about-the-project/

Note:

[1] – Dall’oggetto all’interfaccia Bonsiepe, G. (1995) Prima Edizione Milano: Feltrinelli.