Cia Rinne (1973, Gothenburg) è una scrittrice, poeta e artista con una predilezione per le lingue – ne padroneggia più di una decina. Nata in Svezia da famiglia finlandese e cresciuta in Germania, ha conseguito un Master in Filosofia studiando a Francoforte sul Meno, Atene e Helsinki. Sin dall’infanzia ha dovuto continuamente cambiare lingua e adattarsi a nuovi luoghi e abitudini, cosa che ha influenzato le sue attenzioni per le implicazioni politiche e culturali che si celano nel linguaggio, tra sottili differenze e slittamenti di significato.

Il suo primo libro, zaroum (Helsinki, 2001) è composto di testi battuti direttamente a macchina in diverse lingue, intercalati da elementi grafici come box, disegni e ironiche domande a risposta multipla che pongono l’accento sull’interesse per la composizione visiva attraversando generi e linguaggi. Una pubblicazione dalle numerose influenze che spaziano dalle brevi composizioni Fluxus e Dada fino ai giochi di linguaggio di Wittgenstein. Nel 2008 la pubblicazione è sfociata nel progetto web-based Archives Zaroum, ospitato dalla piattaforma danese Afsnit P e progettato in collaborazione con Christian Yde Frostholm.

Nella seconda collezione di poesie, notes for soloists (OEI Editör, 2009), la componente visiva ha lasciato  maggior spazio al carattere sonoro nel trattare la materia linguistica. Durante i sette anni di lavoro che hanno preceduto la pubblicazione, il carattere acustico dei testi ha spinto Cia Rinne a sperimentare le qualità performative del linguaggio in letture, performance ed in collaborazioni con artisti e sound designer. Dalla collaborazione con Sebastian Eskildsen, sound designer al Copenhagen Royal Theatre, è nato il lavoro Sounds for soloists (2011-12).

Parallelamente alla poesia e alle performance, da fine anni ’90 Cia Rinne è impegnata nello studio di diverse comunità che, a causa di problemi climatici, economici o di razzismo, trovano difficoltà nel guadagnarsi il rispetto e la considerazione all’occhio dei cittadini. In collaborazione con il fotografo Joakim Eskildsen, Cia ha intrapreso lunghi viaggi in Portogallo, Sudafrica e attraverso l’Europa orientale che hanno portato rispettivamente alle pubblicazioni Blutide (Opus 33, Helsinki, 1997), iChickenMoon (Opus 38, Helsinki 1999) e The Roma Journeys (Steidl, Göttingen 2007-2009). Di recente ha preso parte, tra le altre, alla mostra Terra Infirma (2010) all’ISCP New York e alla Biennale di Turku (2011).

L’intervista si è svolta a Berlino in occasione di Sounds for soloists, prima mostra personale di Cia Rinne nella città dove si è stabilita da alcuni anni. La mostra a cura di Solvej Helweg Ovesen presso il Grimmuseum ha rappresentato per Cia una sperimentazione nel tentativo di trasportare le sue composizioni poetiche e sonore nello spazio espositivo con installazioni sviluppate ad hoc e in stretta relazione con il carattere sonoro del suo lavoro e con le performance dal vivo. Accanto a precedenti produzioni, in mostra anche nuove composizioni poetiche, serious cerises, dalle quali nascono le installazioni sonore sans y/eux e notes for telephone, progettate in collaborazione con Giovanni Conti. Il Grimmuseum durante il periodo di aperture della mostra ha ospitato anche letture di Cia Rinne e sound performance in collaborazione con Frisk Frugt (Fresh Fruit), progetto del musicista danese Anders Lauge Meldgaard, e Tomomi Adachi, performer, compositore e artista giapponese partecipante al programma 2012 DAAD Berlin Artist-in-Residence.

L’influenza dei diversi viaggi si manifesta anche nell’installazione indices (2012), uno dei lavori scaturiti del progetto sulla comunità Rom, che prende come riferimento le poesie di Paul Celan e svela l’importanza dello strumento dell’archivio nell’approccio artistico di Cia e nella sua ricerca durante il periodo speso a fianco della comunità Rom attraversando sette paesi.

Mario Margani: Adotti la struttura dell’archivio tanto nei tuoi testi quanto nelle tue installazioni, strumento che conferisce un’atmosfera ordinata, precisa e minimale nell’uso dello spazio, delle parole e dei suoni. L’archivio sembra avere un ruolo importante nella gestione dei tuoi testi e del materiale. È un metodo sistematico di affrontare sia i tuoi viaggi che la concezione dei tuoi lavori, sin dal primo momento?

Cia Rinne: Sì, è un modo di ordinare il materiale, ma non si tratta di una catalogazione. Sono attratta dalla forma dell’archivio in se stessa, come idea capace di contemplare tutto, una sorta di contenitore per qualsiasi cosa. Quando comincio a lavorare con i tanti oggetti che raccolgo, sento la necessità di dargli un’unica forma. Si tratta di oggetti spesso unici, ma quando comincio ad archiviarli nascono nuove idee e connessioni che mi aiutano nello sviluppo del progetto. Sono anche molto attratta dall’idea antica e originaria di archivio e per questo motivo archives zaroumprogetto web-based – assomiglia a un totem: degli oggetti reali e il tipo di carta permettono di immaginare un lavoro con una sua fisicità, nonostante l’archivio sia solo sul web.

Mario Margani: Una strategia simile nel lavoro indices (indizi) svela il tuo rapporto con gli oggetti. Il visitatore può ‘navigare’ con lo sguardo attraverso una collezione di oggetti e parole raccolti in piccole buste a parete. Gli oggetti provengono dai tuoi Roma Journeys, riportando alla memoria la deportazione della popolazione Rom grazie a diverse citazioni della poesia Todesfuge (Fuga di morte) di Paul Celan, il quale a sua volta usò principalmente il linguaggio come strumento per penetrare l’orrore dei campi di sterminio. Ogni colonna del tuo archivio si riferisce a una diversa tipologia di oggetti o a una storia, ma l’installazione è sempre visivamente aperta e chiusa da una chiave. Hai cominciato a collezionare oggetti sin dall’inizio pensando a questo lavoro, o era solo una parte della tua pratica di ricerca?

Cia Rinne: Anni fa ero abituata a collezionare oggetti arrugginiti, una sorta di passione. In seguito, viaggiando per diversi luoghi durante i miei viaggi a fianco della comunità Rom, raccolsi qualsiasi tipo di oggetto in maniera quasi ossessiva. Quando fui invitata a una mostra presso una residenza per artisti in Romania, cominciai a combinare alcuni degli oggetti e contemporaneamente gli aggiunsi del testo, così da far emergere un secondo livello di comprensione. Solo una piccola parte della mia raccolta è presente nell’installazione al Grimmuseum, ma mantengo sempre il formato con le due chiavi. All’interno si trovano diversi temi e colori, per esempio capelli, latte nero e altri oggetti collegati all’Olocausto: in un certo modo volevo dare al destino dei Rom lo spazio che al destino della popolazione ebraica è già stato riconosciuto. Ci sono oggetti marcatamente influenzati da Fluxus, ma si trovano anche frammenti molto seri collegati a ciò che avvenne ai Rom e c’è uno sconvolgente vuoto di conoscenza rispetto al loro destino in molti paesi. Questo tema mi ha tenuto occupata per molto tempo.

Mario Margani: Rispetto alla varietà dei tuoi progetti – libri, progetti online, installazioni, lavori sonori – già in precedenza hai affermato che il tuo primo progetto, cioè zaroum, continua a funzionare come una sorta di piattaforma sulla quale ti continui a muovere pur sviluppando nuovi progetti. Nonostante ciò il carattere visivo di zaroum sembra molto lontano dalla natura sonora di notes for soloists e di altri tuoi più recenti lavori. Quali ragioni ti spinsero a partire con un libro così influenzato dalla poesia visiva?

Cia Rinne: Credo sia abbastanza strano il modo in cui venne fuori questa soluzione. Ero abituata sin da scuola a usare le parole in piccoli giochi mentre scrivevo o ascoltavo qualcosa. La cosa si fece più seria quando cominciai a studiare filosofia, dove il linguaggio svolge il ruolo principale. Ogni singola parola faceva scaturire una disputa e il linguaggio si trasformava spesso in qualcosa dal suono ridicolo. Per comunicare qualcosa in maniera totalmente chiara bisogna ridurre il linguaggio, così da evitare le possibilità di un’incomprensione. Molte discussioni erano incentrate su quale fosse la parola da usare in una determinata situazione. Wittgenstein scrisse: “A proposition is completely logically analysed if its grammar is made completely clear: no matter what idiom it may be written or expressed in.” Sento l’influenza di questo modo di pensare. Reagiamo immediatamente in maniera logica a qualcosa che potrebbe essere compreso male e per far ciò bisogna usare il linguaggio con un grande controllo e con espressioni minime. Le composizioni minime in zaroum erano in parte un tentativo di dar corpo a certi pensieri, conferendogli una forma più intellegibile e per esaminarli in un modo diverso. Così ho cominciato anche a usare semplici disegni e figure, che conferiscono un carattere più visuale al mio primo libro. Riguardo ai box disegnati di zaroum, la cosa interessante è che lo spazio da utilizzare diventa molto limitato. Cominciai a disegnare questo genere di box per esempio durante i viaggi e mi accorsi che mettendoci qualcosa dentro – un disegno o qualche parola – succedeva sempre qualcosa d’interessante, come un automatismo. La forma del box è un classico per lavori a cavallo tra arti visive e poesia; per esempio anche Vito Acconci le adopera nei suoi scritti. Non sono una brava disegnatrice, quindi ho cercato di mantenere un livello di semplicità grazie ed elementi geometrici, lo stesso vale per le figure. Possono simbolizzare molte cose, ma si presentato in maniera sincera: linea, quadrato, cerchio. Le possibilità di significato sono all’interno.

Mario Margani: Questo modo di procedere diventa ancora più chiaro nel progetto online archives zaroum, che evidenzia con l’aiuto dell’animazione come un significato si possa già trovare all’interno di ogni minimo intervento. Stai pensando di sviluppare altri progetti web?

Cia Rinne: Non al momento. Mi piacerebbe avere un archivio web generale. Nel caso di archives zaroum Christian Yde Frostholm mi chiese di collaborare nella costruzione dell’archivio web per la piattaforma online di poesia visiva danese http://afsnitp.dk.

Mario Margani: Credi che questo sviluppo abbia influenzato altri progetti, o si è trattato più di un plus inizialmente non preventivato a completamento di Zaroum?

Cia Rinne: È stato interessante accorgersi di come il lavoro possa muoversi e vivere di vita propria. Un prossimo sviluppo potrebbe andare più nella direzione della pellicola con una proiezione che dia la possibilità di far rivivere il testo in uno spazio collettivo e condiviso. Preferisco sempre avere un’esperienza comune e condivisa dei miei lavori in reale contatto con il mio pubblico, cosa che può passare anche attraverso l’uso dello stesso libro. Dato che spesso le persone sono per l’intera giornata al lavoro di fronte ad uno schermo, per quanto mi è possibile, cerco di evitare l’orientamento web nei miei progetti.

Mario Margani: In mostra hai installato anche il nastro carbografico della macchina da scrivere elettrica che hai adoperato per comporre i testi su carta che si succedono sulle pareti, evitando la stampa digitale. Sembra quasi un modo di reagire all’invasione digitale, cercando di restare fedele al momento della lettura o alla produzione fisica di testi e suoni. Molto dei tuoi lavori possono essere vissuti solo nella tua presenza e attraverso la tua voce. Si può parlare di un’influenza post-digitale?

Cia Rinne: Sicuramente sì. Lo considero anche uno sviluppo. La macchina da scrivere che usai per i miei primi lavori produce una certa estetica e lascia tracce fisiche sulla carta, delle ombre che ho dovuto ripulire nella produzione di zaroum e per ottenere un carattere più chiaro e pulito ha anche dovuto ridurre la dimensione delle lettere. A quel punto ho deciso di cercare un altro modo per produrre i miei nuovi testi e l’uso della macchina da scrivere elettrica è stato uno sviluppo naturale. Per notes for soloists ho utilizzato il font che richiama il testo battuto a macchina. Anche questo testo ha per me un carattere visivo, ma non contiene disegni e quindi non sarebbe stato adatto utilizzare una vera macchina da scrivere. In questo caso il testo battuto a macchina ha funzionato meglio a parete e la macchina da scrivere elettrica permette di avere un carattere più sottile e pulito. Il nastro carbografico è stato sorprendente e non lo conoscevo prima di questa esperienza: non è possibile riprodurlo in nessun altro modo e tutti i caratteri che utilizzo resteranno per sempre sul nastro. Per lo stesso motivo mi piace utilizzare i vecchi telefoni a disco, mi ricordano di un tempo nel quale certi comportamenti e relazioni tra gli oggetti e le persone non erano così astratti come oggi. Inoltre ascoltare qualcuno durante una performance è un’esperienza prettamente fisica e oggi che tutto è teoricamente a disposizione in qualsiasi momento su Internet, è importante salvaguardare la possibilità di vivere momenti comunque non ripetibili.

Mario Margani: Nonostante ciò lavori anche su installazioni sonore basate sulle tue poesie, cioè sounds for soloists e Sans y/eux, in cui la presenza corporea è sostituita dalla sola presenza vocale. È la prima volta che cerchi di affrontare la tua assenza in un lavoro del genere?

Cia Rinne: Sì, è la prima volta e sans y/eux è un lavoro completamente nuovo, grazie a Giovanni Conti che ha realizzato l’installazione. A lungo ho avuto l’idea di un’installazione sospesa in modo da dare la possibilità di entrare anche fisicamente nel suono ed esserne circondati, ma la immaginavo in maniera meno ordinata con un gran numero di altoparlanti appesi al soffitto. Invece al Grimmuseum la mia idea ha preso la forma di uno spazio che accoglie il visitatore al centro di una sorta di cerchio sonoro: al visitatore la scelta di restare al centro o avvicinarsi a uno degli altoparlanti. Non trovo un problema sganciarmi fisicamente dal mio lavoro e dalla mia voce. La possibilità di poter offrire delle letture private, come in Notes for telephone, è un altro modo di tenersi fuori dal proprio lavoro e lo considero vicino all’esperienza di lasciare lo spettatore da solo con il testo, senza intermediari.

Mario Margani: La scelta della disposizione circolare nell’installazione è una conseguenza diretta del bisogno di adattare le tue idee allo spazio o c’è anche una relazione con le tue esperienze di viaggio e di ascolto?

Cia Rinne: L’obiettivo principale era il suono e l’idea di circondare lo spettatore. Di solito si utilizzano due, quattro o otto altoparlanti, vista la possibilità di avere otto canali, ma ho preferito utilizzarne sette, poiché molti dei miei testi sono composti di sette versi o di sei più uno. Il numero sette continua a presentarsi nei miei lavori anche perché conferisce un ritmo interessante. Inoltre i visitatori trovano una sorta d’ingresso che rompe la regolarità nella posizione degli altoparlanti e utilizza lo spazio in maniera sensata. Le persone che ho ascoltato e registrato durante i viaggi solitamente sedevano in semicerchio attorno a me. Ho portato a lungo con me l’idea di un’installazione sonora circolare e adesso si è improvvisamente materializzata.

Mario Margani: Nelle performance live in collaborazione con altri sound artists, il punto di partenza è sempre la tua composizione o il tuo testo sul quale produrre suoni ed effetti ad hoc, come nel caso di sounds for soloists, realizzato in collaborazione con Sebastian Eskildsen, musicista danese e sound designer del Copenaghen Royal Theatre?

Cia Rinne: Per realizzare sounds for soloists, Sebastian Eskildsen ha registrato la mia voce durante la lettura del libro notes for soloists, analizzando ogni singola poesia e producendo piccole composizioni per ognuna di esse. È stato un lavoro molto lungo. La versione attuale dura 18:20 minuti e abbiamo ricevuto l’invito del Louisiana Literature per eseguirlo dal vivo per la prima volta in agosto. Di solito preferisco non eseguirlo dal vivo con musicisti, per il semplice motivo che i miei pezzi sono troppo brevi e diversi tra loro nel ritmo, per cui diventa quasi impossibile coglierne le sfumature nell’improvvisazione. Più adatti a questo genere di collaborazione sono i pezzi più lunghi nei quali il musicista può più facilmente entrare nel ritmo, come ho già provato per una performance con due musicisti a Copenaghen.

Mario Margani: Su che piano hai collaborato con Tomomi Adachi per la performance al Grimmuseum?

Cia Rinne: Tomomi mi ha inviato, con Alessandro Bosetti, Jennifer Walshe, a collaborare su una performance a settembre nell’ambito del suo periodo di residenza a Berlino. La performance è incentrata sul movimento dadaista giapponese MAVO, quindi abbiamo lavorato su alcune poesie MAVO con traduzioni omofone e non, usando la lingua rumena, finlandese e giapponese. Inoltre abbiamo lavorato sulla performance notes for two soloists, nella quale Tomomi ed io eseguiamo e leggiamo alcuni parti di notes for soloists insieme ma non allo stesso modo.

Mario Margani: Una delle caratteristiche principali della tua poesia è la ripetizione dello stesso suono e parola in diverse lingue con leggere variazioni, che implicano a volte sorprendenti slittamenti di significato. Derrida, Deleuze e Guattari – tra gli altri – hanno analizzato profondamente questa forma d’iterazione linguistica. Considerata la tua formazione filosofica, i tuoi lavori possono essere considerati una sorta di dichiarazione filosofica?

Cia Rinne: I miei lavori sono influenzati dalla filosofia come da altre cose, ma probabilmente riflettono più sulle affermazioni che sulla ricerca di una certa idea. Di solito un pezzo comincia con un pensiero o una citazione e in seguito cerco di ridurlo all’essenza o di svilupparlo ulteriormente, usando anche ripetizioni. Molte composizioni sono modellate da questo interesse non per la spiegazione ma per la riduzione di parole e suoni fino a raggiungere una forma minima essenziale. Ci sono poi alcune frasi che mi sono entrate in testa senza mai uscirne, come “nicht zu perfekt, liebe gott böse” di Nam June Paik, frammenti di linguaggio con i quali sento di dover lavorare. Questo è successo anche con il pezzo su Karlheinz Stockhausen, riguardo all’introduzione che dava regolarmente prima di alcuni suoi concerti. Qui il ritmo è fondamentale: “I was told as a child and a boy that the French were our enemies and the English were our enemies and the Italians were our friends and the Spanish were the friends and the Japanese were the friends and the Russians were the friends (but that changed a year later; then the Russians were enemies as well). And the Finnish were friends, etc. I did not know what to do with this”. Ero affascinata dal ritmo e dalla semplicità. Lo considero anche un modo divertente e buffo di spiegare, simile al modo in cui ai bambini viene insegnato a comprendere il mondo; questo grado d’intelligibilità e precisione sono spesso la cosa più difficile raggiungere. Nonostante ci siano anche diverse composizioni nonsense che giocano prevalentemente con il linguaggio ed il suono, cerco sempre di mantenere parallelamente un significato in molti dei miei pezzi.

Mario Margani: Alcuni tuoi progetti sono collegati al viaggio e alla permanenza per un periodo presso diverse comunità. Quando hai cominciato la collaborazione con il fotografo danese Joakim Eskildsen?

Cia Rinne: Nel 1995 viaggiammo per la prima volta nel nord del Portogallo per realizzare un progetto- documentario sul villaggio di Apúlia, che a causa dell’erosione stava per sgretolarsi nel mare. Blutide fu il nostro primo progetto comune; scrissi i testi in Inglese e Portoghese per il libro. Poi continuammo in Sudafrica, dove Joakim fu invitato a insegnare dopo la fine ufficiale dell’era dell’Apartheid. Fu molto interessante perché in quel momento molti bianchi in Sudafrica davano per scontato che non fosse necessario affrontare il passato recente del loro paese. In realtà le diverse popolazioni continuavano a vivere completamente separate e, al di là del business o dei servizi minimi, i bianchi avevano a malapena qualche interazione con i neri, gli indiani e le altre etnie. Venendo dall’Europa, la simultaneità con la quale i mondi procedevano quasi parallelamente e il modo di lasciare le popolazioni volontariamente separate mi apparse inizialmente qualcosa di profondamente lontana e sconosciuta. Volevamo conoscere meglio la comunità nera, quindi cominciammo vivendo in paese con una famiglia e finimmo in campagna. Il risultato fu il libro “iChickenMoon”. Questo progetto è stato anche di aiuto nel rivalutare la situazione in Europa per il successivo e più lungo progetto. Appena tornati, ci siamo resi conto che anche l’Europa ha il suo Apartheid, solo meno visibile, che tiene la gran parte della popolazione Rom fuori dalla società. Abbiamo cominciato distinguendo i Rom visibili da quelli invisibili. Da una parte ci sono i ‘Rom visibili’, una piccola parte che dà l’impressione di una popolazione che vive solo per strada mendicando, vendendo rose e suonando, persone arrivate nelle grandi città dell’Europa occidentale e orientale, dopo aver per esempio perso il lavoro a causa della rivoluzione in Romania e aver rifiutato un altro impiego. Dall’altro lato ci sono gli ‘invisibili’, che vivono come chiunque altro, ma che non possono essere definiti legalmente neanche dei Rom. È come un pezzo d’Europa invisibile. Quando sono venuta a sapere della loro esistenza in uno Stato, ho voluto ricercare di più e trovo sconcertante la distanza tra l’ignoranza generale sul tema e la loro allarmante situazione; è stato un progetto molto coinvolgente.

Mario Margani: L’influenza dei tuoi viaggi è riconoscibile anche in alcuni dei tuoi lavori. Da una parte, restando in ambito filosofico, potremmo anche parlare dello spostamento dei significati a proposito dell’iterazione di suoni e parole. Resta però l’influenza più effettiva, quella data dallo spostamento fisico. Le due installazioni a parete sembrano essere in stretta relazione con il tema dello spostamento, più o meno forzato, e dell’emigrazione: indices, una raccolta di oggetti collegati al progetto sulla comunità Rom, e h/ombres, cartoline relative a viaggi privati e modificate con l’aiuto della macchina da scrivere. Il linguaggio gioca un ruolo chiave nella tua relazione con le differenti comunità e i diversi luoghi?

Cia Rinne: Sì e all’origine ci sono tre concause. Sono cresciuta in Svezia con genitori Finlandesi, ma ci trasferimmo presto in Germania, dove i miei vicini, che diventarono presto una seconda famiglia per me, erano italiani. Sin dall’inizio ho dovuto affrontare, più o meno coscientemente, tante differenze culturali, linguistiche e geografiche. Da quel momento non mi piace restare in un luogo a lungo. Sentirsi a casa è per me una sensazione strana e difficile. Forse mi sento più a mio agio nei luoghi in cui trovo persone di diverse origini come a Berlino. Mi piace visitare nuovi luoghi, ma a volte ho bisogno di tornare in uno di quei posti che sento più vicini, ma nei quali non sono necessariamente cresciuta. Credo che la Finlandia, l’Italia e Berlino siano i miei tre punti fermi. Sento sempre la mancanza dei loro caratteri e sento spesso la necessità di ricongiungermi a uno di questi luoghi per un certo periodo per sentirmi completa. Per quanto riguarda i linguaggi, in realtà non ho mai voluto impararli tutti; è tutto una conseguenza della necessità di parlare con le persone in maniera diretta, per esempio con i Rom attraverso diversi paesi. Ho sempre cercato di far parlare a ognuno la propria lingua rendendo la comunicazione più spontanea, invece di obbligare qualcuno a parlare inglese per causa mia. Trovo sia veramente importante capire le persone e non si tratta solo del piano della comunicazione verbale, ma anche del modo il cui le persone si muovono. La relazione tra il corpo e lo spazio cambia molto secondo la lingua che parli.

Mario Margani: Quindi dopo qualche tempo il linguaggio influenza anche il tuo comportamento e ti porta a fare esperienza di te stessa nella trasformazione e nell’adattamento a una determinata cultura.

Cia Rinne: Quando devi vivere con delle persone per qualche tempo, c’è uno shock iniziale, ma dopo un po’ ci si lascia completamente andare e si comincia a mangiare come loro, a muoversi come loro, a parlare come loro – almeno si prova – e diventa più facile entrare. Fino a che si tenta di restare aggrappati alla propria sfera di abitudini, è difficile vivere in un ambiente diverso per tre mesi. Questo almeno è quello che ho vissuto e sentito nei viaggi. D’altro canto nella performance e nei miei lavori non ricerco questo tipo di sentimento. Cerco di impiegare un linguaggio più astratto, un linguaggio che non sia per me legato a un luogo o a un’atmosfera in particolare: Inglese, Francese e Tedesco. Cerco di afferrare sentimenti universali e per questo voglio lasciare tutto il più accessibile possibile. È anche più semplice viaggiare e giocare con le parole tra queste tre lingue, mentre con il Finlandese o con lo Svedese non sarebbe possibile. Anche in Islanda o Svezia, dove la mostra si sposterà nei prossimi mesi, continuo a usare gli stessi linguaggi e non adatto i miei testi al paese in cui mi trovo.

Mario Margani: Hai già osservato e vissuto in diverse forme di comunità che affrontano in maniera diversa lo spazio, le tradizioni e la cultura. Sono tutte comunità che con differenze attraversano o non rientrano nel concetto di Nazione o Stato. I tuoi lavori multilinguistici e i tuoi progetti sono mossi nel profondo anche dalla volontà di cercare e comunicare diverse possibilità di comunità?

Cia Rinne: Penso che questo carattere resti più sul piano inconscio. Scrivo i testi solo nel modo in cui appaiono e spesso funzionano solo nella lingua in cui li ho scritti. Il tema centrale non è mai stato quale linguaggio utilizzare e spero di non dovermi limitare mai usando una sola lingua, spero di poter mantenere sempre questa libertà. A un livello più personale, tutte queste lingue mi fanno sentire in qualche modo più umana e mi danno la possibilità di combinare memorie, luoghi e persone. Sono capace di raccogliere e rivedere le esperienze grazie al linguaggio.

Mario Margani: Nelle tue poesie hai cominciato da un approccio più visivo, zaroum, ma con notes for soloists ti sei spostata più nel campo delle sonorità. Lavorando alla tua prossima raccolta di poesie, quale dei due approcci ha più influenze sulla tua produzione?

Cia Rinne: Lo considero più uno sviluppo. I testi da serious cerises series, quelli che al Grimmuseum circondano l’installazione sonora sospesa sans y/eux, sono parte della nuova raccolta. Alcuni affrontano temi politici, ma sono per esempio affiancati da poesie legate ai libri o all’amore. Ho già dato alcune letture dei nuovi testi e dal punto di vista sonoro rappresentano una continuazione di notes for soloists. Abbracciano al contempo la sfera politica e quella privata. Notes for soloists è molto astratto e minimale. Credo che il prossimo libro sarà più politico, forse non dal punto di vista del risultato finale, ma per il tipo d’influenze sui testi. È un vero lusso potersi permettere di lavorare con la poesia sperimentale, qualcosa che può apparire completamente senza senso rispetto a ciò che accade nel mondo. Durante gli ultimi anni i viaggi che compio sono molto cambiati. Non vivo più con diverse persone per un lungo periodo e viaggio soprattutto per letture e mostre. Di conseguenza non vivo più con persone in condizioni di povertà, ma non voglio dimenticare quello che ho visto.

All Photos by: Laura Gianetti

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